la Repubblica, 1 ottobre 2026
A Rio più gadget che passione per la sfida Lula-Bolsonaro
In Largo da Carioca, a Rio de Janeiro, le rilevazioni demoscopiche si misurano in asciugamani venduti. Jorge estrae da dietro i mucchi di mercanzia un cartone con scritte a pennarello nero: accanto al nome di Lula ci sono decine di linee verticali a conteggio dei teli da mare col suo volto venduti. La fila di Flavio Bolsonaro è più corta. Forse è che l’elettorato del centro, quartiere di passaggio non lontano da una spiaggia popolare, è più di sinistra? «Assolutamente no», si agita il venditore, «le posso assicurare, qui passano tutti, quattro anni fa le vendite erano più bilanciate». È primavera a Rio e a ogni angolo ci sono capannelli di panfleteros che distribuiscono volantini: domenica 160 milioni di persone sono chiamate al voto per eleggere il presidente, due terzi del Senato e l’intera Camera bassa. La frenesia del voto si riflette nel merchandising dei mercati popolari. La città è in grande fermento elettorale nella prima giornata di sole dopo settimane di pioggia, ma la mobilitazione si scontra con i sentimenti della gente, che si possono riassumere in una parola: apatia.
Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, della sinistra del Partito dei Lavoratori (PT), si scontra con Flávio Bolsonaro, candidato presidenziale della destra del Partito Liberale (PL). Mentre tutto il continente americano cambia, virando a destra, ma con progetti politici nuovi, in Brasile, seconda economia del continente, polmone mondiale e tra i pochi baluardi rimasti della sinistra, l’occasione del voto sembra un grande salto nel passato.
Da una parte Lula, l’highlander della politica brasiliana, sopravvissuto a un incarceramento ingiusto, impossibilitato a correre per una tornata, reduce di un tentativo fallito di colpo di Stato, con 80 anni esatti cerca di motivare gli elettori facendo (letteralmente) le flessioni in spiaggia. Dall’altra Flávio Bolsonaro – figlio di Jair, l’ex presidente condannato agli arresti domiciliari per il tentato golpe – grande designato della destra trumpiana e amico intimo del vicino turbo-capitalista argentino Javier Milei, prova a convincere gli elettori passando quattro dita della mano destra sull’avambraccio sinistro: «Qui scorre sangue bolsonarista», sarebbe a dire quello dell’ex presidente.
«Pessimi» è la parola più ripetuta dai passanti alla centrale Feira uruguaiana di Rio. «Nessuno dei due», dice Mauro, un signore sulla settantina che però promette che andrà a votare «per il male minore», tenendo presente che «la Sanità deve essere pubblica e l’Educazione uguale per tutti», così svelando un’inclinazione verso la sinistra. «Pessimi, ma voto Bolsonaro», spiega Camila, una giurista trentenne carioca che assicura di avere votato Lula alle scorse elezioni, ma che ora desidera una semplificazione della burocrazia. «Non mi interessa», sorride e scuote la testa Lu, giovane con la maglia attillata e le unghie appuntite che aspetta una nuova sim: «Voto Lula perché Bolsonaro è idiota. Ma non ne potevo più, nessuno dei due mi rappresenta: non ho la televisione e mi sono tolto da Instagram».
Ma mentre la pancia dell’elettore suggerisce il rigetto o il voto con il naso turato, la posta in gioco non smette di essere alta. «Siamo di fronte a un voto che è, letteralmente, una scelta tra democrazia e autoritarismo», ragiona una fonte diplomatica brasiliana, «perché “il Bolsonaro due” si potrebbe rivelare simile al “Trump due”»: vale a dire più cupo, più liberticida e dispotico di quanto non sia già stata l’epoca di Jair. Senza contare che l’elezione ha raggiunto un valore geopolitico senza precedenti: Trump ha espresso pubblicamente appoggio a Bolsonaro, minacciando ritorsioni sul Paese in caso di vittoria di Lula.
I sondaggi proiettano due turni elettorali, con Lula in vantaggio al primo turno e un testa a testa all’ultimo voto con Bolsonaro (le ultime rilevazioni danno il presidente al 47,6% e lo sfidante al 47,7%). Infatti in corsa ci sono altri tre candidati: Renan Santos, leader della nuova destra liberale e anti-establishment; Augusto Cury, psichiatra e scrittore, outsider della politica; Ronaldo Caiado, esponente della destra tradizionale, tutta rigore fiscale e agrobusiness. Sono tutti e tre dati tra il 2 e il 6% delle preferenze, ma sono anche tutti fondamentalmente anti-Lula, ed è immaginabile che gran parte dei loro voti al ballottaggio vada a Bolsonaro. La potenza di fuoco della sinistra si esaurisce domenica.
I temi che preoccupano gli elettori sono la sicurezza: cresce nel Paese il ruolo dei due grandi gruppi criminali, il Comando Vermelho e il Primeiro Comando da Capital. Le disuguaglianze, eterna ferita del Paese. L’ingerenza degli Stati Uniti, dalle minacce di dazi di Trump alla classificazione dei gruppi armati come «terroristi», fino alla diffusione di fake news a sinistra: la lunga mano degli Usa si fa sentire. L’economia e il costo della vita: inflazione, debito delle famiglie, tassi di interesse sono al centro della campagna. E la corruzione.
Su quest’ultimo aspetto, il grande protagonista della discussione è il caso Banco Master: una vasta inchiesta su presunte frodi finanziarie e corruzione legate all’ex banchiere Daniel Vorcaro, arrestato nel novembre 2025. Da allora lui è rimasto muto, ma dal suo cellulare sono stati estratti 58mila messaggi con tutti i potenti del Paese. Alcune conversazioni sono state desecretate, altre filtrate a orologeria. Due le più scottanti: una con il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes (vicino a Lula, responsabile della condanna contro Jair, Bolsonaro senior). L’altra relativa a Flavio, riguardo a presunti finanziamenti illeciti per realizzare un docufilm sul padre. «I dialoghi hanno alimentato un sentimento anti-establishment, l’idea che tutti i politici siano corrotti e che tutto il sistema sia corrotto», spiega a Repubblica Thomas Traumann, ex ministro del governo di Dilma Roussef e stimato analista politico brasiliano.
Alle cinque del pomeriggio la luce sulla città si fa dorata e le palme, i fichi e i salici proiettano lunghe ombre sulle strade. L’università Unirio è un luogo incantato, un’architettura brutalista poggiata sul Morro da Urca, sulla quale si è imposta la dolcezza della vegetazione della selva. Il campus è attraversato dalla musica della lezione di danza classica, mentre nelle aule si alternano lezioni e incontri politici. Carolina Maximo, maglia a righe rosse e nere del Flamengo, è un vulcano di energia: «Ho vent’anni e per la prima volta voto per il presidente. Voterò Lula, ma sento la mancanza di un leader carismatico, in grado di parlare alla gente». Pedro Enrique Farias, anche lui ventenne, si agita perché non trova le parole, chiede più volte di interrompere la registrazione, poi si rilassa: «Sono afroamericano e Lgbtq e ho paura. Desidero una vita tranquilla, ma so che tutto qui potrebbe cambiare velocemente».