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 2026  ottobre 01 Giovedì calendario

Intervista a Ricky Gianco

La nostalgia non fa per il rock’n’roll, ammette Ricky Sanna in arte Gianco, 83 anni quasi 84, anche per chi «rimane l’ultimo di un mondo che non c’è più». Troppo bella la vita, troppo pieni i suoi settant’anni di musica, l’ex ragazzo del Clan che faceva l’alba con Luigi Tenco e rifiutò i Beatles ha perso tutti o quasi i suoi fratelli maggiori («Paoli, Gaber, Jannacci», li mette in fila) ma dice di aver capito di aver voglia di raccontarlo a tutti, il suo mondo perduto.
Il 16 ottobre esce nelle librerie con il suo Non si può smettere di sognare, un’autobiografia rock e un po’ politica scritta per Baldini e Castoldi insieme a Paolo Crespi, a Repubblica anticipa un bilancio delle sue tante vite in una dal salotto della sua casa di Brera, nella sua Milano. La chitarra sulle ginocchia, i libri tutti intorno, la moglie Gaby al suo fianco. Nei ricordi gli incontri di un’artista che è stato insieme gregario, pioniere e grande innovatore della musica italiana, e una certezza di fondo: «In un ambiente di inguaribili primedonne, mi ha salvato l’autoironia: non me la sono mai tirata, e mi sono allungato la vita».
Diritti Siae alla mano, però, ha firmato la prima canzone rock in Italia. Non basta, per tirarsela?
«Ciao ti dirò, 1959, la pubblicai con lo pseudonimo di Ricky Sann, Celentano non mi aveva ancora dato il nome d’arte che mi son portato dietro fino a qua. Viene considerato il primo pezzo rock italiano, leggenda vuole l’avessero firmato Gian Franco Reverberi e Giorgio Calabrese al posto dei veri autori Tenco e Gaber. Però era bruttino, ora possiamo dircelo. Non era rock, il rock è un’altra cosa, il rock lo facevano solo gli americani non per caso».

Celentano le diede il nome d’arte, ma la cacciò dal Clan.
«Mi chiamò una notte, alle tre: “Sei sveglio? Ti cambio il nome, ti piace Gianco?”: era un modo per sottrarmi alla Ricordi e evitare cause. Gli voglio bene anche per questo. Poi mi fece fuori perché un giorno osai non raggiungerlo sulle riprese di un film ad Amalfi, uno di quei casi in cui il capo ci voleva tutti intorno».
Lesa maestà.
«Era il capo, ci voleva tutti vestiti come pensava lui, ero tra i pochi a permettermi di prenderlo in giro, quando capitava. Nel 1965 notai, scrissi e registrai Pregherò, la versione italiana di Stand By Me di Ben E King, ma un giorno mi chiamò per dirmi l’avrebbe incisa lui. “Tu incidi il seguito”, la concessione. Ci ho rimesso un sacco di soldi, ma ero giovane e non porto rancore: ci siamo divertiti troppo. Eravamo una banda: una notte a Roma ci inseguimmo per strada sparandoci con le scacciacani, io mi finsi morto davanti all’entrata dell’hotel».
Trapper ante litteram, insomma. Ma ha mai smesso di divertirsi, nella sua carriera? Ad un certo punto ha smesso di cantare e si è messo a produrre.

«Io ho lavorato davvero solo un anno su 84, quando da ragazzino feci per un po’ le consegne di forniture ospedaliere per mio zio. Un proto rider. Sarei diventato molto più ricco, a lavorare per la sanità milanese, ma mi è andata bene comunque, direi».

Tanto da arrivare a scriverne un libro, pur non volendosi prendere troppo sul serio. Chi l’ha convinta?
«Tutti quelli che da anni, a ogni cena, mi dicono dovrei scrivere un libro. Il mio amico Sergio Staino, che non c’è più, ogni singola volta che ci vedevamo. E poi la mia memoria, che inizia a perdere colpi. Inizio a mischiare i ricordi, Nilla Pizzi e Jimi Hendrix, Massimo Boldi e Ben E King, il Sessantotto e Mike Bongiorno, il Cantagiro e Brian Jones. In fondo sono davvero l’unico rimasto di una generazione. Ornella non c’è più, Luigi neanche, Enzo pure, Gino se n’è appena andato».
Vanoni, Tenco, Jannacci, Paoli, ma anche Gaber, Endrigo, Lauzi. Chi le manca di più, tra i compagni di strada che ha avuto?
«Gianfranco Manfredi, che per me è stato un amico inseparabile. Gino mi ha accolto in famiglia. Ma spesso ripenso a tutto quello che ha fatto per me Tenco. Uno dei primi ingaggi me lo procurò lui, in una balera di Sampierdarena. Le domeniche, chiuso il locale, mi faceva compagnia alla stazione fino al treno dell’alba per Milano. Quando ho vinto il Premio Tenco alla carriera, l’anno scorso a Sanremo, mi sono riappacificato con il suo ricordo. Era simpatico, era felice, il bello e dannato lo faceva solo per posa».
Eppure.
«Non si è sparato lui, nessuno di noi l’ha mai pensato. L’unico a pensarlo era Gino, forse perché avevano litigato per Stefania Sandrelli. Mi sono innamorato di te Tenco l’ha scritta per lei, non l’ha mai voluto dire».
L’ha ascoltata l’ultima canzone che Paoli ha scritto per Vanoni, appena uscita come omaggio per entrambi?
«Fosse per me eviterei di far cantare i morti, anche se è un grande classico della discografia italiana. Non fatelo anche con me, per favore. Pensi che a convincere quei due a cercarsi sono stato io, in Ricordi. Ornella pensava Gino fosse omosessuale, Gino lo stesso di Ornella, quando si sono detti si piacevano non li ha separati più nessuno. E io tanto per cambiare son rimasto in bianco».
Poco credibile, per chi faceva il musicista negli anni Sessanta.
«Se ripenso a quegli anni in effetti il bilancio è sesso il giusto, droga poca e rock’n’roll tanto. Mi piaceva il whisky, quello sì, c’è stato un momento in cui me ne bevevo una bottiglia al giorno. Come Fabrizio, De Andrè. Io ho smesso in tempo, però».

Ha dei rimpianti?
«Nel 1965 ho fatto il gran rifiuto ai Beatles, e mi dispiace averlo fatto. Avrei dovuto aprire i loro concerti italiani a Milano, Roma e Genova, il promoter Leo Watcher mi mandò a Londra a lavorare con loro. Stare in studio con Paul McCartney e John Lennon fu un’esperienza misitica, erano pieni di luce, magnetici. Però li vidi poi in concerto e tanto mi emozionarono che capii che non sarei stato all’altezza, e tornai a Milano. Al mio posto quei concerti li aprirono Fauto Leali e Peppino di Capri, capisce perché mi dispiace?».
Lei è figlio della Milano popolare che fu, tra Porta Romana e il Giambellino. Che effetto le fa, continuare a viverci nelle trasformazioni di oggi?
«Lo stesso che fa il guardare cosa è diventato questo mondo, e non mi sta bene. Allora il tram che mi portava a casa finiva in campagna, c’era poco ma per tutti. Oggi è una città con tanto per pochi. “Milan col coeur in man”, si dice, ma oggi chiudiamo piazza Duomo per gli eventi privati».
Chi l’ha rovinata? La politica, Berlusconi, il boom immobiliare?
«Io ho sempre votato a sinistra, ma un po’ mi vergogno a dire che in questo quadro generale di Paese iniziano a mancarmi persino i peggiori. Berlusconi l’ho detestato per una vita, ha pensato solo a suoi interessi e ai suoi problemi sessuali, ma almeno non era fascista».
Chi le ha dato più soddisfazione, tra i tanti che ha prodotto?
«La Pfm, che con me erano ancora I Quelli, perché in Inghilterra c’erano gli Who. Non era iniziata bene, alla prima trasferta per un concerto in Svizzera Franco Mussida mi vomitò sulla schiena, ma poi l’ho portata fino negli Stati Uniti, dove tutti li chiamavano Pi Ef Em e si stupivano fossero italiani. E poi quella forza della natura di Demetrio Stratos, con cui ho combattuto in sala di incisione per insegnargli a governare e imbrigliare quella voce unica, meravigliosa. In Ricordi neanche volevano uscisse in 45 giri, non lo capivano: gli dissi lo avrei portato in un’altra casa discografica, piuttosto, e dovettero cedere. Direi è andata bene».
Per la voce di Demetrio Stratos ha scritto “Pugni chiusi”.
«Un gran pezzo che Luciano Beretta in origine aveva intitolato “Pugno chiuso”, prima che in casa discografica imponessero il plurale per evitare una connotazione troppo politica. Non era ancora il Sessantotto, stava arrivando. Allora però chi faceva politica con le canzoni era credibile, oggi molto meno».
Lei ha fatto cantato e prodotto, fatto la tv e la pubblicità, il Cantagiro e Sanremo: quanto è cambiato, fare il lavoro del discografico?
«Guardi, basta accendere la tv durante il Festival di Sanremo e si capisce tutto. Sanremo non mi è mai piaciuto, forse perché sono sempre andato male, nel 1965 uscii prima della finale, ma oggi cosa è diventato? Uno show di ballerine e pubblicità, si macinano artisti uno via l’altro, tra un po’ di ritroveremo le canzoni fatte con l’intelligenza artificiale, se non è già così. Alto intrattenimento, ma la musica? Noi facevamo canzoni, ora?».
Non è che se la sta iniziando a tirare anche lei, però, Gianco?
«No, macché, sono solo vecchio. Un vecchio che però si è divertito, e ha fatto divertire. Scusate se è poco».