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 2026  ottobre 01 Giovedì calendario

Gundogan fa un bilancio del presente calcistico e del futuro

Ilkay Gündogan ha quasi 36 anni, sta chiudendo la carriera nella Turchia delle sue origini, al Galatasaray, dopo 86 partite con la Germania, 221 in Premier, 152 in Bundesliga, 116 in Champions: un gigante, che adesso ha il sogno di diventare il nuovo Guardiola. Si racconta in questa intervista a Repubblica, Die Zeit, The Guardian e Gazeta Wyborcza.
Gündoğan, si sente ormai alla fine della sua carriera?
“Finché sentirò ancora quel brivido, continuerò a giocare. E in questo momento lo sento ancora, eccome. Ma è vero che da un po’ penso a cosa verrà dopo”.
Com’è cambiato il calcio nel corso di questi vent’anni?
“Anche se lo amo, ci sono certi sviluppi che non mi piacciono. Per esempio, a volte ho l’impressione che ci si dimentichi che è uno sport di squadra”.
Chi lo dimentica, esattamente?
“Tutti. Giocatori, allenatori, media: il mondo intero venera l’individualismo. Lo si vede dal fatto che nulla sembra più importante dei gol. Purtroppo i social accelerano questa tendenza”.
Ma è vero alcuni colleghi si googlano il nome nell’intervallo?
“Purtroppo è così. Quando l’elogio del pubblico diventa più importante del giudizio dell’allenatore e dei compagni, può essere molto pericoloso. Vale soprattutto per i più giovani”.
Vuole restare nel calcio come allenatore dopo la fine della carriera?
“Sì, mi piacerebbe. È il mio obiettivo”.
Perché vuole sottoporsi a questo stress?
“Forse suonerà come un cliché, ma sento un senso di responsabilità. Anche da giocatore ho sempre guardato ai miei compagni. Da qualche tempo prendo appunti su ciò che voglio ereditare dai miei allenatori e su ciò che preferisco evitare. È stato Guardiola a piantarmi in testa quel seme, come ha fatto con diversi altri suoi giocatori. È stato nel suo ruolo che ho riconosciuto il mio futuro”.
È vero che Guardiola è geniale ma dà poco peso ai rapporti umani?
“A dire il vero, no. Ho sempre trovato Pep onesto e anche sensibile. Pretendeva molto, è vero, e io dovevo lavorare costantemente su me stesso. Ma per me aveva senso. Alla fine Pep ci ha plasmati tutti. Da un lato la nostra squadra a Manchester si basava sulla concorrenza interna, dall’altro noi giocatori facevamo davvero il tifo per il successo l’uno dell’altro. Anche questo era merito suo”.
Ci spiega meglio cosa lo rende così speciale?
“Ha nientemeno che reinventato il calcio, è un uomo affascinante. Ti cambia la prospettiva. Quando sono arrivato da lui ero già un nazionale, ma mi sono reso conto che alcune mie idee non erano buone, me ne servivano di nuove e dovevo scrollarmi di dosso cose che amavo. Pep era una sfida quotidiana. Altri giocatori preferivano essere coccolati ogni giorno, io invece adoravo dover riflettere a fondo sul gioco”.
Lei ha lavorato anche con Maresca e Arteta. In che misura riconosce in loro la filosofia di Guardiola?
“Si vede chiaramente l’influenza di Pepo nel gioco di posizione, nella pazienza in costruzione e nell’ossessione per il controllo degli spazi e del ritmo. Ma ciò che li rende grandi allenatori è che non si sono limitati a copiarlo”.
Il City ha speso cifre enormi, lì lei ha vinto cinque campionati e la Champions League: ha mai avuto la sensazione che il successo le fosse stato semplicemente comprato?
“Anche altri club spendono molto, vedi il Psg. Per molto tempo hanno avuto tanti soldi ma non una squadra. Da quando è arrivato Luis Enrique, le cose sono cambiate”.
Quindi il calcio, in fondo, è tutta una questione di collettivo?
“Non mi dispiace se ogni tanto un giocatore brilla più degli altri e resta fermo invece di rientrare e fare il lavoro difensivo. Oggi una squadra può tollerare un giocatore così, ma non più tre come in passato. Il fuoriclasse, però, deve essere consapevole di ciò che gli altri fanno per lui e di quanto il suo talento dipenda dal resto della squadra. È questo, del resto, il segreto del successo di Messi con l’Argentina”.
Come se l’è cavata da capitano della Germania?
“Fui eletto dalla squadra, perciò ho voluto semplicemente continuare a guidare con l’esempio, con il mio approccio calmo e professionale. Da allenatore è fondamentale non trascurare mai quelli che parlano poco silenziosi. Sono importantissimi perché tengono profondamente al successo della squadra invece di proclamarlo a voce alta all’esterno”.
Lei era noto per l’intelligenza calcistica e il tempismo. Teme che queste qualità si stiano perdendo nel calcio moderno? Il settore giovanile si concentra troppo, sulle «macchine da pressing»?
“L’intelligenza calcistica è sotto attacco. Correre, o meglio scattare, è diventato più importante. Ma senza cervello non si arriva da nessuna parte”.
Un giocatore non può correre e pensare?
“Sì, ma costa 150 o 200 milioni. Quello senza intelligenza solo 80”.

NeI documentario di Amazon sul City, si può assistere a uno scatto d’ira furioso di Guardiola dopo la sconfitta contro la Juventus del dicembre 2024. Che ricordi ha di quella sera?
“Per me non è stato niente di straordinario. Era fatto così, solo che quella volta c’erano le telecamere”.
A Dortmund lei giocò anche con Klopp, che è molto diverso da Guardiola, eppure ugualmente vincente. Cosa lo definisce?
“Una volta mi ha fatto una lavata di capo. Ero arrivato troppo tardi al campo d’allenamento per andare dal fisioterapista, entrò di corsa nella stanza, mi urlò contro e sbatté la porta. Non era proporzionato alla situazione. Mezz’ora dopo mi mise un braccio sulle spalle, mi spiegò perché era stato così severo, si scusò. Noi giocatori abbiamo sempre accettato la sua natura impulsiva. Due minuti dopo uno sfogo si calmava di colpo. Onesto, diretto, subito simpatico. Nessun allenatore è autentico come lui”.
Potrà risollevare la Germania?
“Sono molto contento che sia lui il ct. Ha preso Dortmund e Liverpool quando erano al punto più basso e le ha portate a vincere titoli. Sarà un percorso duro, ma sono fiducioso”.
Ha definito Mevlüde Genç una delle sue eroine perché, dopo l’attentato incendiario di Solingen in cui persero la vita due dei suoi figli, due nipoti e una nipote, ha risposto con amore e riconciliazione.
“Chi vive una cosa del genere sulla propria pelle e non risponde con l’odio dimostra una grandezza sovrumana. Ho imparato molto da questo”.
In Turchia hanno giocato quasi tutti i grandi bomber della Serie A degli ultimi anni: Icardi, Mertens, Immobile, Osimhen, Vlahovic. C’è un legame speciale tra il calcio turco e quello italiano?
“Credo che stia nella passione, nell’intensità e nel livello di aspettativa. In Serie A i giocatori imparano a reggere ogni settimana l’enorme pressione di media e tifosi, sviluppando al tempo stesso un forte senso della gestione della partita. Quando i grandi attaccanti dall’Italia passano alla Super Lig, questa esperienza li aiuta enormemente. Il calcio turco è emotivo, ricco di atmosfera e trascinato da giocate di qualità individuale. Gli attaccanti che si sono affermati in Italia sanno gestire subito il calore dei grandi stadi, e i tifosi turchi abbracciano immediatamente i giocatori che mostrano quella personalità e quell’istinto del killer in campo”.

Come immagina Euro 2032 organizzato in condivisione tra Turchia e Italia?
“Entrambe le nazioni hanno culture calcistiche ricche, tifosi appassionati e stadi incredibili. Sarà un ponte splendido tra due paesi pazzi di calcio”.
Yildiz, come lei, è nato in Germania ma, a differenza sua, ha scelto di giocare per la Turchia. Come giudica la sua decisione? E come lo valuta come giocatore? Può diventare uno dei migliori del calcio europeo?
“Rispetto pienamente la sua decisione. Scegliere quale nazionale rappresentare è una scelta personale, determinata dalla famiglia, dai sentimenti e da prospettive individuali. Non esiste un modo giusto o sbagliato. Come giocatore, Kenan ha un talento straordinario. La sua tecnica, il movimento dinamico e la maturità a un’età così giovane sono impressionanti. Ha assolutamente tutto ciò che serve per arrivare ai massimi livelli”.
Pensa che Osimhen possa aiutare il Galatasaray a vincere la Champions?
“È un attaccante di livello mondiale che porta alla squadra qualità, presenza fisica e fame. La sua capacità di decidere le partite importanti è innegabile. Per avere successo in Champions servono giocatori in grado di fare la differenza nei momenti critici, e lui è sicuramente uno di questi”.