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 2026  ottobre 01 Giovedì calendario

Stupro alla Cornell University, riaperto il caso. Trovata chat oscena

Una nuova denuncia di stupro ha riacceso la discussione (mai sopita) sulla violenza sessuale nelle università americane. Una ragazza, la cui identità non è stata diffusa, ha fatto causa alla Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, denunciando di essere stata stuprata da sette studenti nella sede della confraternita universitaria Chi Phi, dopo che l’avevano spinta a sniffare ketamina, fumare marijuana e bere alcolici. Secondo la sua testimonianza, la ragazza a causa delle droghe e dell’alcol era incapace di reagire e quindi di dare il proprio consenso agli atti sessuali che le sono stati imposti.
A far discutere non è tanto lo stupro al centro della causa, simile a quelli che purtroppo accadono spesso negli Stati Uniti e non solo. Ma il fatto che la ragazza accusi le autorità e in particolare l’Università di non aver fatto niente per indagare sulla presunta violenza e assicurare i presunti responsabili alla giustizia. La vicenda risale infatti all’ottobre di due anni fa, ma la procura locale ha aperto un’inchiesta solo adesso, dopo che la ragazza ha citato in giudizio i sette studenti, la confraternita Chi Phi, l’Università e un bar di Ithaca, oltre che altre persone legate alle associazioni studentesche, chiedendo un risarcimento danni.
La giovane, che all’epoca aveva 20 anni (un’età a cui negli Stati Uniti è proibito bere alcol), si era rivolta alla polizia del campus, ma c’era stata soltanto un’inchiesta interna, che aveva portato alla sospensione degli studenti coinvolti, mentre due sono stati espulsi e a cinque di essi è stato chiesto di scrivere un tema sull’accaduto per «alleggerire la loro condotta». La sezione Chi Phi del campus invece è stata chiusa nel 2024.
La Cornell University è una delle università di élite americane (fa parte della cosiddetta Ivy League) e le accuse di non aver fatto abbastanza per proteggere la ragazza, che poi ha abbandonato gli studi, hanno sollevato un putiferio. «Qualsiasi insinuazione secondo cui l’università non avrebbe inflitto sanzioni adeguate ai responsabili è falsa», ha commentato una portavoce dell’ateneo.
Il procuratore distrettuale della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, ha dichiarato che adesso il suo ufficio perseguirà le accuse. Ma che due anni fa non lo aveva fatto perché, a suo dire, la testimonianza originale fornita dalla presunta vittima nel 2024 non le giustificava. La ragazza, secondo Van Houten, aveva rilasciato una dichiarazione alla polizia del campus in cui «descriveva il proprio uso di sostanze stupefacenti e la propria condotta sessuale come volontari, consapevoli e consensuali». L’avvocato della presunta vittima, Thomas Giuffra, ha detto però alla Cnn che il rapporto della polizia «non era sostanzialmente diverso» dalle accuse contenute nella causa civile e ha criticato l’ufficio del procuratore distrettuale per non aver avviato prima un’indagine più approfondita. 
Sulla base degli atti dell’inchiesta interna, il New York Times ha adesso accertato due elementi chiave. 
La ragazza ha denunciato lo stupro dopo oltre due settimane. All’inizio, quando secondo la testimonianza della sua inquilina sembrava «sotto choc» tendeva a interpretare quanto era successo come la conseguenza di un suo errore o delle sostanze che aveva assunto (una reazione comune nei casi di violenza sessuale da parte di persone conosciute). Solo col passare del tempo, quando è riuscita a elaborare quanto successo, è arrivata a vederlo come «uno stupro», perché ha capito che al momento dei fatti non era in grado né di dare né di negare il suo consenso. 
La trascrizione della testimonianza della ragazza  era lunga 120 pagine. La polizia del campus ne ha fatto una sintesi su cui si è basata la Procura distrettuale per decidere di non procedere con accuse penali. In quella sintesi non si menzionava mai la parola stupro, nonostante la ragazza avesse dichiarato: «Posso affermare con una certezza del 100% di essere stata violentata».
La ragazza ha denunciato di essere arrivata alla confraternita per far visita a un amico quando era già ubriaca, dopo che le era stato servito alcol in un bar a un evento di un’associazione studentesca (nonostante fosse identificabile chiaramente come minore di 21 anni). Secondo la testimonianza della ragazza, l’amico e altri appartenenti alla confraternita l’hanno stuprata in gruppo per ore, dopo averla costretta ad assumere droga e altro alcol quando lei non era più in grado di rifiutarsi. E coinvolgendo altri studenti attraverso un messaggio nella chat della confraternita che annunciava – usando un linguaggio molto più volgare – «sesso gratis» in una delle stanze dello studentato.
Anche la deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha criticato quella che ha definito una «cultura dello stupro» nelle istituzioni d’élite. «Quando ho letto cosa è successo alla Cornell, quegli uomini hanno pubblicato dei messaggi in una chat di gruppo. Ciò significa che per loro era normale. Ciò significa che per loro era accettabile. Questa è una cultura», ha affermato domenica durante un forum affollato di giovani vicino al campus della Cornell. «E ciò che dobbiamo fare è capire che non possiamo più proteggere quegli spazi».
La Cornell ha istituito una task force universitaria sulle aggressioni sessuali nel 2025. Secondo un sondaggio realizzato dalla stessa task force, il 35% delle studentesse universitarie e l’8% degli studenti universitari hanno riferito di aver subito atti sessuali non consensuali durante il loro percorso alla Cornell.
Le indagini dovranno accertare cosa è successo davvero in questo caso. Ma alla denuncia della ragazza è allegata una foto della chat scambiata dagli studenti che, al di là della verità giudiziaria, fa pensare. «La famosa chat aveva 57 iscritti: cinque sono andati lì a vedere cosa c’era in offerta, gli altri hanno fatto finta di niente» scrive Giulia Blasi nella sua newsletter Servizio a domicilio su Substack. «Nessuno ha fatto quello che si sostiene dovrebbero fare gli “uomini veri”: nessuno ha protetto la donna vittima della violenza. Nessuno si è messo dalla sua parte. Per cui, quando sento certi leader di partito blaterare di “uomini forti che proteggono le donne” mi domando subito: da chi? Perché dagli altri uomini, evidentemente, no. E soprattutto: come? Se nemmeno quando potresti – perché hai ricevuto quel messaggio, perché hai raccolto la denuncia, perché sei il decano dell’istituto a cui sono iscritte le persone coinvolte – fai qualcosa? Se gli uomini sono “protettori naturali”, come dicono, perché nessuno di quelli che erano iscritti alla chat della fraternity ha salito le scale, aperto la porta, allontanato gli aggressori dalla ragazza in stato di incoscienza, chiamato la polizia?»
Culturalmente siamo abituati a mettere in discussione le scelte delle vittime: a chiederci perché quella ragazza sia andata alla confraternita ubriaca, per esempio. O perché non si sia difesa. Succede continuamente, nelle discussioni pubbliche e persino nei processi. Giusi Fasano ha raccontato le domande terribili fatte alla ragazza vittima dello stupro di gruppo per cui sono stati condannati in primo grado, l’anno scorso, Ciro Grillo (figlio di Beppe, il fondatore del Movimento 5 Stelle), Vittorio Lauria, Edoardo Capitta e Francesco Corsiglia: «Un interrogatorio durissimo, segnato dalle lacrime di lei e da domande che ricordano molto da vicino il famoso “Processo per stupro” di fine anni Settanta» aveva scritto.
Ma dovremmo iniziare a mettere in questione il comportamento dei ragazzi, anche a prescindere dalla sua rilevanza penale. Perché di fronte a una chat come quella della Cornell University nessuno degli studenti che ha ricevuto il messaggio è intervenuto? Perché a nessuno è scattato un campanello di allarme? Perché non discutiamo di questo? Perché non ci chiediamo se facciamo abbastanza per insegnare ai nostri figli che se una ragazza è ubriaca il suo consenso al sesso (e al sesso di gruppo) va messo in discussione? Oggi invece ancora troppo spesso si insegna ai ragazzi che «ogni lasciata è persa», che i «maschi» devono provarci sempre. È anche da qui che dobbiamo partire.