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 2026  ottobre 01 Giovedì calendario

Christa Pike è sopravvissuta a due iniezioni letali, si trova in ospedale.

Christa Pike, nel braccio della morte in Tennessee da 30 anni, è sopravvissuta alle due dosi letali di pentobarbital (un potente sedativo) somministrate durante l’esecuzione. Ora è ricoverata in una struttura medica esterna al carcere, sottoposta a «cure salvavita». 
La donna, oggi 50enne, era stata condannata per un omicidio commesso nel 1995, quando aveva diciotto anni. La data per la sua esecuzione era prevista per ieri, mercoledì 30 settembre. Secondo l’agenzia di stampa Ap, il protocollo ora non specifica chiaramente cosa succederà ora.
Durante l’esecuzione però, le cose non sono andate come da protocollo e Pike ha denunciato dolore e bruciore ai suoi boia. I legali di Pike hanno presentato un’istanza d’urgenza alla Corte Suprema degli Stati Uniti per bloccare e sospendere immediatamente l’esecuzione, sostenendo che la donna stesse subendo una «sofferenza inutile» in violazione del suo diritto a non essere sottoposta a pene crudeli. «Questa vicenda si è trasformata in un’agonia e in una violazione del diritto di Pike a essere giustiziato senza subire pene crudeli e inusuali» hanno dichiarato a un’emittente locale.
In un comunicato, il dipartimento di Correzione del Tennessee ha dichiarto che la sostanza letale iniettata secondo il protocollo «si è sempre dimostrata efficace e il protocollo non prevede procedure aggiuntive rispetto a quelle eseguite questa sera». In realtà, è la seconda volta nel 2026 in cui nel Tennessee l’iniezione letale non va come dovrebbe essere: Tony Carruthers (condannato per tre omicidi commessi nel 1994) è rimasto in agonia per un’ora perché non riuscivano a trovare una vena per l’iniezione.
In seguito a quanto avvenuto, il governatore del Tennessee Bill Lee – che lo scorso lunedì aveva rigettato la richiesta di grazia da parte degli avvocati di Pike e ieri ha definito l’esecuzione «una tragedia» – ha sospeso le altre esecuzioni previste da qui alla fine dell’anno. Un decreto che quindi tutela anche Pike.
I rappresentanti dei media, che osservavano da una stanza separata, hanno riferito che alle 19:27 i funzionari hanno aperto le tende della camera della morte, mostrando Pike legata a una barella. Secondo gli avvocati della donna, le sono state somministrate due dosi di pentobarbital. 
Dopo le iniezioni, però, è rimasta cosciente a lungo e, a un certo punto, ha sollevato la testa chiedendo ai funzionari della prigione se fosse normale che il suo braccio desse quella sensazione di bruciore, come se stesse per scoppiare. Le tende si sono poi chiuse, prima di riaprirsi di nuovo. In seguito ha perso conoscenza – a tratti «russava sonoramente», ad altri si lamentava per il dolore scalciando così spesso «da far capedere le lenzuola che la coprivano» – ed è stata poi trasportata in ambulanza fuori dal carcere. «Non siamo stati informati sulle sue condizioni», fanno sapere i suoi legali in un comunicato.
In un documento depositato presso un tribunale federale per fermare l’esecuzione, gli avvocati di Pike hanno dichiarato di aver visto i boia iniettare nel braccio della donna «entrambe le siringhe contenenti le sostanze letali». Le autorità però non hanno fornito una spiegazione sul perché la dose non sia stata efficace, con il governatore Lee che ha ordinato  «un’indagine approfondita condotta da terzi» per determinare cosa sia andato storto.
Il medicinale usato è il pentobarbital, un potente sedativo che rallenta le funzioni dell’organismo, tra cui il sistema nervoso. Viene usato per il trattamento di varie patologie, ma se preso in dosi elevate può provocare la morte.
«Non proviamo alcuna soddisfazione nell’aver avuto ragione, ma le preoccupazioni sollevate dalla signora Pike si sono rivelate fondate: difficoltà di accesso venoso, rottura delle vene, pentobarbital degradato, assenza di assistenza medica d’emergenza quando le cose inevitabilmente vanno storte; il tutto nell’ambito di un protocollo che rimane avvolto nel segreto», si legge nella nota. Anche l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato le autorità del Tennessee a non tentare nuovamente l’esecuzione di Christa Pike.
Secondo il dottor Joel Zivot, professore alla Emory University School of Medicine, raggiunto dalla Bbc, Pike ora potrebbe aver «riportato una lesione cerebrale a causa del ritardo nell’inizio della rianimazione».
La breve sospensione
Nelle ore precedenti, l’esecuzione tramite iniezione letale era stata sospesa per diverse ore in attesa che una corte d’appello federale si pronunciasse su un estremo tentativo di ricorso presentato dagli avvocati difensori. 
La questione centrale, ha fatto sapere Nbc News, riguardava la possibilità di riaprire un procedimento giudiziario incentrato questa volta sulle accuse di abusi sessuali subìti fin dall’infanzia, omessi durante il processo del 1995 e riconosciuti in un’udienza speciale di agosto.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha però annullato la sospensione e la procedura è stata così ri-programmata.
I precedenti
Robin M. Maher, direttrice esecutiva del Death Penalty Information Center, ha definito l’esperienza vissuta da Pike «singolare e senza precedenti». Altre sette persone sono sopravvissute a complicazioni mediche dovute all’incapacità della squadra incaricata dell’esecuzione di individuare una vena per somministrare i farmaci dell’iniezione letale, ma nessuno è rimasto in vita dopo aver ricevuto i farmaci utilizzati in tali esecuzioni, ha affermato Maher.
Secondo il Centro informazioni sulla pena di morte, l’iniezione letale è la procedura in cui si verificano più errori. In una revisione annuale del 2022, l’organizzazione ha riscontrato che il 35% dei 20 tentativi di esecuzione effettuati quell’anno presentava «problemi evidenti».
Il caso Carruthers 
Non è la prima volta quest’anno che in Tennessee si assiste a un tentativo di esecuzione fallito. A maggio, al condannato a morte Tony Carruthers è stata concessa una sospensione dell’esecuzione di un anno dopo che la squadra incaricata dell’esecuzione non è riuscita a trovare una vena per somministrargli l’iniezione letale.
Secondo il team legale di Carruthers, la squadra che ha eseguito l’esecuzione lo ha punto più di una dozzina di volte nel tentativo di inserire la flebo.
La storia di Christa Pike
Christa Pike è stata condannata nel 1996 per l’omicidio della compagna di studi Colleen Slemmer commesso l’anno prima, quando aveva 18 anni. Con lei, quella notte del 12 gennaio 1995, era presente anche il fidanzato di allora Tadaryl Shipp. Il giovane però, appena 17enne, è stato condannato all’ergastolo.
In questi trent’anni trascorsi in carcere, sono state tante le richieste di grazia avanzate da Ong e associazioni per i diritti dell’uomo, sia in considerazione della giovane età in cui Pike ha commesso il delitto, sia per le sue condizioni psicologiche (in carcere le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e un disturbo da stress post-traumatico a causa delle violenze sessuali subìte fin dalla scuola materna). La già citata Maher, del Death Penalty Information Center, ha recentemente dichiarato che «se fosse processata oggi, probabilmente non verrebbe condannata a morte».
Pike è nata nel 1976 a Beckley (West Virginia), con danni cerebrali probabilmente causati dall’abuso di alcol da parte della madre durante la gravidanza. Tutta la sua infanzia è stata segnata da instabilità e violenza, oltre che della noncuranza dei genitori, che ben presto si separano. Quando Pike frequentava il terzo anno delle elementari, assunse «una dose eccessiva di paracetamolo» e finì in cura psichiatrica.
È alla scuola materna quando subisce la prima violenza sessuale: allora, fu il fidanzato della nonna ad abusare di lei. A 11 anni, venne stuprata anche da un vicino e dal compagno della madre. A 17, venne trascinata nel bosco e violentata da uno sconosciuto. Nonostante la denuncia, il colpevole non è mai stato catturato.