Corriere della Sera, 1 ottobre 2026
Smartphone, per un italiano su tre ha peggiorato la vita
Per quasi un italiano su tre lo smartphone ha peggiorato la propria vita. C’è di più. Dal 2023 la quota degli insoddisfatti è passata dal 17 al 31 per cento. I giudizi positivi restano più numerosi, ma perdono terreno. E fra i millennial prevalgono quelli negativi. I più favorevoli sono i baby boomer: per il 55 per cento lo smartphone ha migliorato la vita, contro il 44 della Generazione Z.
È la foto scattata da «Minori e digitale, rischi e regole», il dossier Swg per la Fondazione Barbara Berlusconi, realizzato con un sondaggio online su un campione di 1.200 maggiorenni italiani.
La ricerca mostra anche quanto gli adulti chiedano di proteggere i più piccoli. La fascia più indicata per dare loro uno smartphone personale è fra i 13 e i 15 anni. Per il libero accesso ai social, invece, il 69 per cento aspetterebbe almeno i 16. Quasi altrettanti ritengono giusto attendere quella soglia anche per dialogare da soli con un chatbot di intelligenza artificiale. Fra i modelli proposti, il 55 per cento sceglie quello australiano: niente profili social prima dei 16 anni e piattaforme chiamate a far rispettare il limite. L’accesso graduale, con restrizioni e supervisione dei genitori prima dell’autonomia, convince circa un terzo degli intervistati.
La carta d’identità, però, non basta. Gli italiani vorrebbero intervenire anche su come funzionano le piattaforme: impedire agli sconosciuti di contattare direttamente il profilo di un minorenne, rendere privati i profili fin dall’apertura, limitare i meccanismi che favoriscono lo scorrimento infinito e l’uso eccessivo. La prima misura raccoglie il consenso dell’81 per cento. Una larga maggioranza accetterebbe verifiche dell’età più efficaci con un trattamento più esteso dei dati personali.
Resta la consapevolezza che mettere al riparo i figli non sia facile. Notizie false, violenza, cyberbullismo e pornografia: su ciascuna voce oltre sette su dieci giudicano difficile o impossibile una protezione completa. Ma anche i divieti possono avere un costo: il 45 per cento teme almeno una conseguenza negativa. Tra le preoccupazioni indicate ci sono le difficoltà nel socializzare e le minori opportunità di apprendimento. E per quasi quattro su dieci, proteggere troppo i ragazzi può impedire di imparare a gestire i rischi del web.
Alla domanda su chi debba rendere più sicura l’esperienza digitale dei minori, gli intervistati indicano anzitutto i genitori, prima ancora delle piattaforme, delle istituzioni e della scuola. Per il 76 per cento, qualunque regola si scriva, la tutela dipenderà soprattutto dall’educazione digitale ricevuta. Una convinzione che riporta la questione dentro le case: stabilire limiti e aiutare i ragazzi a capire che cosa trovano sullo schermo.