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 2026  ottobre 01 Giovedì calendario

L’Europa e i pifferai magici

Prosegue a ogni apparenza inarrestabile la crisi dell’ordine politico stabilitosi in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Questo è il significato generale dei risultati delle due elezioni appena tenutesi in Germania e del clima politico che si respira un po’ dappertutto nel nostro continente. Dopo la fine dell’impero russo-comunista a oriente ora è il turno dei regimi democratici a occidente. Qui la crisi dell’ordine politico postbellico si manifesta da tempo come crisi del blocco egemone di centro-sinistra, formato dai partiti cristiani e socialdemocratici i quali – sia pure con denominazioni qua e là diverse e alleati tra di loro o alternandosi al potere – hanno sostanzialmente monopolizzato per oltre sette decenni il governo di questa parte dell’Europa. Ma che adesso subiscono una sconfitta dietro l’altra o comunque accusano fortissime difficoltà nel mantenere l’antico consenso. Il tutto a vantaggio delle formazioni della destra e della sinistra radicale. Queste, dopo essere state a lungo praticamente assenti dalla scena, oggi muovono con crescente successo all’assalto dell’antico centro cristiano-socialdemocratico del sistema. È l’effetto di una svolta storica prodotta principalmente da due cause. Innanzitutto, dalla qualità della classe politica cristiano-socialista. Alla quale capita da tempo qualcosa di simile a quanto accadde alla fine del secolo scorso alla nomenclatura sovietica.
E guale in entrambi i casi la cooptazione al ribasso, eguale la desolante assenza di personalità e d’ingegno dei cooptati e delle cooptate, eguale anche l’incapacità di prendere decisioni di fronte a situazioni di crisi accontentandosi regolarmente di decidere poco o nulla. Ne è un simbolo la sorte del più importante progetto messo in campo da quella classe politica, la costruzione europea. Non sta forse essa finendo per assomigliare sempre di più alla sorte della pianificazione sovietica, cioè tonnellate di carta che nascondono un maestoso fallimento?
In realtà, a partire dalla svolta del nuovo secolo, per l’effetto combinato del tramonto da un lato del Cristianesimo e della dimensione del popolo con le sue antiche radici contadine, dall’altro lato della classe operaia e del mondo dell’industria fordista, sia la cultura politica cristiano-cattolica che quella socialista si sono ritrovate prive delle loro radici storiche, del loro alimento naturale, e hanno subito un costante appassimento. Incapaci di orientarsi in modo autonomo nei nuovi e inediti scenari sociali, entrambe hanno cercato rifugio in una visione del mondo a esse estranea. In un generico progressismo individualista e insieme cosmopolita che le ha rese di fatto identiche, in pratica indistinguibili nella loro subalternità ideologica alla cultura della globalizzazione e dei diritti, alla struttura mediatico-digitale dominata dalla finanza e dalle Big Tech.
Non meraviglia che non trovando più i loro antichi partiti popolari a rappresentarli e a difenderli, gli strati inferiori delle società europee si siano rivolti allora ai nuovi partiti populisti. Dal momento che l’esclusione e il disagio sociale, l’ineguaglianza, la povertà, non erano certamente scomparsi dal panorama europeo.
Semplicemente essi stavano mutando di forma e di contenuto: ciò che per l’appunto i partiti cristiani e socialdemocratici di un tempo non hanno saputo vedere e capire. Non hanno visto o capito che le nuove condizioni storiche ponevano agli strati inferiori della società un drammatico problema di immiserimento culturale e di perdita d’identità. Parlo di quanto riguarda il nostro Paese ma che a un dipresso (e con le debite differenze) riguarda gli strati sociali inferiori dell’intera Europa occidentale. Espulsi ormai del tutto dal centro delle città per effetto della «gentrification» e dell’invasione turistica; sottoposti nelle periferie (in Italia perlopiù orride e prive di tutto) alle durezze della coabitazione con genti in ogni senso estranee; privati dei loro tradizionali mestieri e lavori di antica importanza e dignità per vedersi oggi costretti ad attività prive di futuro e troppo spesso sottopagate; esclusi da ogni speranza di ascensore sociale per i propri figli anche a causa di sistemi d’istruzione inefficaci e regolarmente sottofinanziati; sottoposti capillarmente allo stigma della propria inadeguatezza linguistica per l’uso dell’inglese, dovunque massiccio e a un livello delirante nei media e nella pubblicità; per finire, convinti dalla supponenza dei colti che perfino la loro appartenenza nazionale, nel nostro caso il loro essere italiani, è ormai un fatto del tutto «sorpassato» e in definitiva irrilevante: a un siffatto uragano sociale che ne sta sgretolando l’identità e l’autostima sono sottoposti da anni gli strati inferiori delle società europee.
I pifferai magici dell’estremismo di destra e di sinistra se ne sono accorti e si sono messi da tempo all’opera per volgere le cose a proprio favore. Quando riusciremo ad accorgercene anche noi, mi chiedo – noi i saggi, i democratici, i «buoni» – per correre finalmente ai ripari?