Il Messaggero, 30 settembre 2026
Divieto di fumo nei locali, la prima legge nel 1590 con la firma di un Papa
La famosa legge voluta con tenacia dall’ex ministro della salute Girolamo Sirchia, che abolì il fumo nei locali pubblici, è stata la prima grande norma sanitaria, operativa dal 2005, che ha impattato sulla prevenzione reale e sulla salute degli italiani. Come racconta Sirchia, il modo in cui riuscì a far accettare la nuova proposta dal Consiglio dei ministri, nel quale sedevano numerosi accaniti fumatori, e poi di farla votare in parlamento, fu di non presentarla come un divieto o una misura punitiva. Al contrario, venne proposta come una iniziativa di prevenzione nei confronti dei non fumatori, costretti a respirare passivamente il fumo degli altri. Non a caso la legge porta il titolo di Tutela della salute dei non fumatori.
Pochi sanno però che la prima legge antifumo nacque in Vaticano nel 1590. Urbano VII, nei soli 12 giorni del suo papato, il più breve della storia, ebbe il tempo di varare il divieto dell’uso di tabacco, fumato, masticato o fiutato, nelle chiese e sotto i porticati, pena la scomunica immediata. Dopo la morte prematura del pontefice e altri sei papati, fu eletto il cardinale Maffeo Barberini, con il nome di Urbano VIII, il quale fece sua dopo circa cinquant’anni la norma di Urbano VII, che era sostanzialmente disattesa. Anzi, la cattiva abitudine di usare il tabacco era talmente aumentata, che uomini e donne, clero e laici, usavano prendere tabacco e sporcare l’altare, i luoghi santi e i pavimenti delle chiese, anche perché il tabacco non poteva essere deglutito per non interrompere il digiuno prima della comunione e doveva essere buttato via. Alcuni sacerdoti erano arrivati a mettere le loro tabacchiere sull’altare.
E così nel 1642 il nuovo Papa emanò la bolla Cum Ecclesiae, rispondendo alle lamentele del Decano della cattedrale di Siviglia, nella cui diocesi la situazione sembrava particolarmente critica, dichiarando che chiunque prendesse tabacco nelle chiese per bocca o naso, sia in pezzi interi, sminuzzato, in polvere o fumato in una pipa, avrebbe ricevuto la pena della scomunica latae sententiae. Chissà se anche questo non abbia contribuito alla fama negativa di Urbano VIII, al quale venne dedicata la nota pasquinata “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini” (ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini), perché aveva spogliato il Pantheon dei suoi bronzi per costruire cannoni e per ornare le colonne e il baldacchino dell’altare maggiore di San Pietro.
L’ERBA SANTACROCE
E pensare che tutto ha avuto inizio in Vaticano. In principio, a Roma, il tabacco veniva chiamato «erba Santacroce», dal nome del porporato che lo aveva portato per primo in Italia nel XVI secolo. Nelle campagne romane i monaci cistercensi cominciarono subito a coltivare la pianta, esaltandone le virtù medicinali. Il cardinale Prospero Santacroce era stato nunzio a Lisbona e in Portogallo aveva conosciuto il tabacco grazie ad un altro diplomatico, Jean Nicot, ben noto per aver dato il nome alla nicotina, avendo spedito la pianta alla corte di Francia nel 1559.
GLI EPISODI
Tanti sono gli aneddoti sull’uso del tabacco, anche perché molti cardinali e perfino dei Papi ne facevano uso. Celebre l’episodio di Pio IX, che amava fiutarlo; ne offrì un poco ad un cardinale che declinò dicendo: «Santità, non ho questo vizio». Papa Mastai non la prese bene: «Se fosse un vizio, eminenza, lei lo avrebbe». A Pio IX si deve anche, nel 1860, la costruzione della grande manifattura che riuniva tutti gli impianti romani nell’attuale piazza Mastai.
Giovanni XXIII era un blando fumatore, almeno da monsignore e cardinale. Una foto ai tempi della nunziatura di Parigi lo ritrae con una sigaretta fra le dita. Una versione più tollerante riconduce il tutto a una questione di cortesia: da fine diplomatico, per mettere a loro agio gli ospiti fumatori, il futuro pontefice offriva loro le sigarette accendendone una per primo. La stessa cortesia che portava Paolo VI a far sistemare un portacenere se aveva invitati a cena. Anche Padre Pio non disdegnava il tabacco da fiuto. Giovanni Paolo I al cardinale di Madrid, che gli chiese il permesso di accendere una sigaretta, rispose: «lei può fumare eminenza, purché il fumo sia bianco».
TEMPI MODERNI
Papa Francesco vietò la vendita di sigarette dentro le mura vaticane, creando un po’ di sconforto tra dipendenti, dato che i pacchetti erano esentasse. Il 9 novembre 2017 ne diede notizia una dichiarazione del direttore della Sala Stampa, Greg Burke, che recitava testualmente: «Il Santo Padre ha deciso che il Vaticano terminerà la vendita di sigarette ai propri dipendenti a partire dal 2018. Il motivo è molto semplice: la Santa Sede non può contribuire ad un esercizio che danneggia chiaramente la salute delle persone. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno il fumo è la causa di oltre sette milioni di morti in tutto il mondo. Nonostante le sigarette vendute ai dipendenti e pensionati del Vaticano ad un prezzo scontato siano fonte di reddito per la Santa Sede, nessun profitto può essere legittimo se mette a rischio la vita delle persone». Parole sante, verrebbe da commentare.