il Giornale, 30 settembre 2026
Menon, il poeta da centomila poesie dal futurismo al futuro
Gian Giacomo Menon è il «caso» letterario più eclatante degli ultimi anni. Nato nel 1910 a Medea in provincia di Gorizia, per secoli asburgico; nome che di per sé indica un’indole: uccidere la propria opera, figlio di un maestro elementare irredentista, ha scritto, dagli undici anni in poi, circa centomila poesie, oltre un milione di versi, pubblicando, in vita, pochissimo, quasi nulla. Non che gli siano mancati i lettori «forti». Ventenne, convertitosi al Futurismo, Menon pubblicò a proprie spese Il nottivago, libro teso tra Eraclito e Depero, poi sconfessato ma riproposto quest’anno da Bibliohaus : Filippo Tommaso Marinetti elogiò l’«Ingegno indiscutibile» di quel giovane ardito. Nel 1998, per Campanotto, diede alle stampe I binari del giallo: Carlo Sgorlon scrisse che Menon era della stirpe dei Leopardi, dei Nerval, dei nichilisti di Dostoevskij, «c’è in lui la lucida follia di tutti quei contemporanei che hanno guardato dentro il sole accecante del Caos». Menon, ormai, si apparentava alla morte, che lo fece suo nel gennaio 2000. Il demone continuò ad abitarlo fino alla fine: tra il 1993 e il ’99 il poeta, recluso in una propria angelica, porporina gabbia, ha scritto 14mila poesie, in media cinque poesie al giorno.
Negli anni, Menon collezionò due lauree: una in giurisprudenza, l’altra in filosofia, a Bologna, su Max Stirner. Nel 1966 permise a La Fiera Letteraria di pubblicare un mannello di poesie, adornato da una nota biografica che ne denuncia la poetica: «Dopo un breve sperimento giovanile, non ho pubblicato nulla di quanto sono venuto, foglio dopo foglio, scrivendo per una decisione di assenza consumata in un’amara invenzione che l’improvvisa novità dei tempi pare voglia sostituire». L’assenza è il metodo necessario al poeta, che volta le spalle al proprio tempo alla novità essendo al di là del tempo.
Basso, di difforme bellezza, spesso corazzato da un vasto cappotto, sapiente fino al sarcasmo, Menon giganteggiava in oratoria. Insegnante di Filosofia al liceo classico Stellini di Udine, ha sedotto e dunque massacrato orde di studenti. Uno di questi, Cesare Sartori, è il protagonista della scoperta di Menon: dal 2013, con tenacia, per diversi editori Aragno, KappaVu, pulcinoelefante, Anterem, ha cominciato a pubblicare i versi dell’amato prof, custoditi, insieme ad altri documenti, alla Biblioteca Vincenzo Joppi di Udine. Ora la casa editrice Lyrikos ha stampato come L’alba canora. Poesie scelte 1930-1998, la più vasta messe di testi di Gian Giacomo Menon finora disponibile (pagg. 550, euro 22,00, con un saggio fondamentale di Rienzo Pellegrini).
Menon è poeta di razza, poeta di razzia. I suoi sono i versi di un posseduto: l’occasione issa il verbo in stato di veglia meglio, di agguato. In una poesia degli anni Cinquanta classificata come «869» «le parole» sono paragonate, per malia e malattia, al «lupo che ha fiutato la preda/ inarca la schiena/ e urta contro le ombre/ la sua attesa». C’è sempre, in questo dire di enigmi sommersi e sommovimento di bestie, una rivelazione; cito una poesia del 1993: «schiene/ il tempo allontanato/ e piegarsi/ dire i nomi dei poeti/ tirare pietre/ e il sole splendeva/ e piogge e nebbie vennero/ e il tempo che era vicino il tempo che viene». Poesia lapidaria; lapidazione del verbo. Spesso si ha a che fare con qualcosa di primordiale, che preme, ovunque: «uno scorpione sopra la pietra/ recinto delle artemisie/ e l’alba ritorna e la luna/ il breve grillo le lunghe cicale/ giorni scontati nella memoria/ un ciclo che si ripete senza di te» (da una poesia dei tardi anni Sessanta). Non cedere ai compromessi editoriali ha permesso a Menon una libertà lirica vertiginosa. Per chi ha confidenza con il nostro canone, la poesia di Menon, quanto a scandaglio linguistico, ricorda quella di Lorenzo Calogero e di Bartolo Cattafi, di Dario Villa e di Ivano Fermini, outsider intorno a cui andrebbe riposizionato il lignaggio della lirica italiana. Ma ogni rabdomanzia, di fronte a un poeta di tale inedita singolarità, vale davvero poco. Tra i poeti, Menon preferiva i ribelli: Rimbaud, Mallarmé, Esenin, su tutti. Snobbava gli italiani.
L’alba canora ricostruisce, disseppellendo taccuini e manoscritti, la visione filosofica e politica di Menon. Alcune «note a margine dello sconforto», siamo nel 1997, sono esemplari, ovvero esilaranti. Cito a casaccio. «La politica è solo tornaconto, paura; io voto Bertinotti comunista cioè il contrario delle mie posizioni teoriche»; «Berlusconi dovrebbe ritirarsi Fo dovrebbe vergognarsi e restituire il Nobel»; un libro di Cacciari L’Arcipelago è detto «stupido ingenuo arzigogolo di parole». Tra i pensatori, Menon preferiva Giuseppe Rensi e Carlo Michelstaedter; leggeva Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein; traduceva Epitteto, Gorgia, i Sofisti. I suoi pensieri rendono cristallina la tenebra: «L’uomo è un impasto di vuoto e disordine e tutto in balia del caso, tutto solo caso». Pare un Cioran cifrato, in pillole («Alla fine che cosa resta di certo? Non le domande su Dio e il male nel mondo, biologia e medicina, sì vivere sopravvivere, ma solo la morte è certa, il resto è gioco indemoniato, tempo buttato via»).
Amava amare, Menon: nel 1945 sposò una sua ex allieva, Silvia Sanvilli. Secondo il proprio credo «Non riproducetevi!» non ebbe figli. In una poesia scrive, «Quando sarò morto/ gettatemi come un ciottolo/ sul greto di un fiume»; poco prima di morire compilò questo autoscatto: «Visse oscuro nudo e spaventato la sua parola era ritrarsi schivare». Così quest’uomo di spudorato pudore, questo poeta divorato dalla poesia, descrive il suo vivere sotto scacco del genio: «Copiare. Correggere. Pentirmi. Cancellare. Fumare. Copiare. Alzarmi. Bere caffè. Lavarmi le mani. Copiare. Sbagliare. Buttare via il foglio. Guardare fuori dalla finestra. Copiare. Alzarmi. Togliermi il pullover. Camminare per la casa. Copiare. Rimettermi il pullover. Fumare Correggere. Pentirmi. Cancellare. Sbagliare. Buttare via il foglio. Etc». Sembra Beckett. Vorrei parlare con lui il suo abisso è confortante: ha il profilo di una tazza di tè.