corriere.it, 30 settembre 2026
Riforma della caccia: comunque vada, rischia di far perdere voti alla maggioranza
L’approvazione o la bocciatura della riforma della legge 157 sulla protezione della fauna, il cosiddetto «Ddl Caccia», potrebbe influire anche sui prossimi risultati elettorali. E ad essere penalizzata, in caso di via libera alle nuove norme, sarebbe la stessa maggioranza che l’ha proposta. Perché anche il suo elettorato considera l’ambiente e tutto ciò che gli ruota attorno un tema prioritario e una parte di esso sarebbe disposta a far mancare il proprio sostegno come segnale di contrarietà all’estensione dell’attività venatoria prevista dal testo già approvato dal Senato a fine giugno e ora al vaglio della Camera. È quanto emerge dalla terza parte dell’indagine Ipsos Doxa sul rapporto tra gli italiani e la biodiversità e sulla rappresentanza politica correlata a questa tematica.
Nella fattispecie, secondo la simulazione, il «saldo elettorale» in caso di approvazione del ddl andrebbe a svantaggio del centrodestra: si stima che potrebbero infatti essere circa 560 mila gli elettori oggi schierati con la maggioranza pronti a non votarla più, con un indiretto vantaggio per le opposizioni. Senza la riforma, invece, il saldo sarebbe a favore della coalizione guidata da Giorgia Meloni che si ritroverebbe con all’incirca un più 90 mila. A determinare questi risultati, precisano gli esperti che hanno condotto la ricerca, sarebbero da un lato gli elettori di centrodestra amanti dell’ambiente e degli animali che, per la delusione, potrebbero decidere di astenersi o di votare altri partiti; e dall’altro gli indecisi e gli astenuti che, proprio per effetto della loro attuale equidistanza dai due poli principali, potrebbero considerare la riforma della caccia un elemento a sfavore del centrodestra.
La sintesi dei ricercatori è dunque che «la mancata approvazione del Ddl Caccia raccoglierebbe più consensi della sua approvazione». Nello specifico degli elettori di centrodestra, il 21% si direbbe soddisfatto in caso di approvazione delle nuove norme, mentre sarebbe deluso il 38%. Nell’ipotesi di un mancato via libera, invece, sarebbe soddisfatto il 42% e deluso il 18%.
Agli indecisi, che sono appunto determinanti in uno scenario che negli ultimi anni è stato contrassegnato da un forte astensionismo, la stessa questione è stata posta proprio in relazione alla coalizione di centrodestra. E in questo caso sarebbe soddisfatto dell’approvazione della riforma il 9% e deluso il 43%. Tra questi ultimi, il 14% sarebbe «un po’ deluso» e il 29% «molto deluso», tanto da poter votare una forza politica che vi si è invece opposta.
Da questi dati sono stati ricavati i numeri assoluti delle possibili defezioni, citati all’inizio. Spiegano i curatori: «363.390 elettori di centrodestra, pari al 2,9%, dichiarano che certamente non voterebbero più il proprio partito in caso di approvazione: non andrebbero a votare, voterebbero scheda bianca o nulla, oppure sceglierebbero un partito contrario alla riforma. Altri 451.780 (il 3,6%) hanno dubbi e potrebbero fare lo stesso».
Ma anche non approvare il Ddl Caccia avrebbe un costo politico: secondo la ricerca, 66.480 elettori (lo 0,5%) lascerebbero certamente il proprio partito, per non votare o per scegliere una lista favorevole a norme meno restrittive sulla caccia; 245.670 (il 2,0%) rientrano invece fra coloro che hanno dubbi e «potrebbero farlo».
Insomma, stando a questo studio in un modo o nell’altro la scelta di spingere su questo tema avrà una ripercussione negativa per il centrodestra, decisamente più marcata – cinque volte di più – in caso di approvazione della riforma.
I ricercatori hanno anche stimato la possibile perdita per le singole forze politiche, come cioè si ripartirebbe il travaso di quei 560 mila e rotti voti. A farne maggiormente le spese sarebbe il principale partito, FdI, che sull’altare del Ddl Caccia potrebbe sacrificarne 141.940; Forza Italia e Noi Moderati ne perderebbero 126.300; alla Lega ne verrebbero a mancare 42.270. Nel conto è stato aggiunto anche Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, che nella sua campagna di raccolta consensi potrebbe giocarsi su questo tema 101.360 consensi. Ci sono poi indecisi e astenuti, che per ovvi motivi fanno gola a entrambi gli schieramenti: tra loro potrebbero essere 148.300 quelli disposti a non votare centrodestra per effetto di un sì alla riforma. È, come si vede, la quota più consistente sul piatto ed è frutto della differenza i 352.170 elettori indecisi che potrebbero orientarsi verso l’opposizione e i 203.880 che potrebbero invece scegliere il centrodestra.
«Il saldo non è la semplice somma di chi lascerebbe e di chi potrebbe lasciare – precisa una nota dei ricercatori -. Il modello Ipsos Doxa pesa ogni risposta in base a quanto è netta l’intenzione di cambiare e alla direzione dello spostamento. Per questo i voti che i partiti della coalizione perderebbero secondo il saldo (411.870) sono più di quelli persi con certezza (363.390), ma molto meno della somma di persi sicuri e a rischio».
La rilevazione è andata ulteriormente in profondità per capire quanto, all’interno del macrotema della tutela dell’ambiente e della biodiversità – che è considerato importante da tre elettori su quattro di centrodestra (il 75%), smentendo l’idea che il «green» sia appannaggio del solo mondo progressista – possa pesare nello specifico il tema caccia. Sono stati individuati così cinque gruppi: nel primo, che vale l’11%, ci sono coloro che sono favorevoli all’attività venatoria in senso assoluto con una maggiore incidenza tra gli elettori di Futuro Nazionale (14%) e della Lega (9%); il secondo, che corrisponde al 30%, ha una posizione più pragmatica e considera la caccia, oggi, fondamentalmente uno strumento per regolare le specie selvatiche invasive; nel terzo gruppo c’è a fetta più ampia, il 39%, che chiede una maggiore tutela della fauna con regole adeguate. Negli altri due casi ci sono un 14% che considera il tema poco importante rispetto al resto dell’agenda politica e un 6% che si dichiara in assoluto contrario alla caccia.
C’è dunque una forte divaricazione tra un 75% che vede nell’ambiente una risorsa da tutelare (interessante a prescindere, considerate le tante prese di posizione dei politici di riferimento su temi come la transizione ecologica o il cambiamento climatico, non oggetto di questa rilevazione), e coloro che sono schierati per la caccia senza se e senza ma. «Le reazioni agli scenari sul Ddl – precisano ancora i ricercatori – non ricalcano necessariamente questi cinque gruppi: nella scelta di voto pesano infatti la fedeltà al proprio partito e l’importanza attribuita al tema. Per questo la quota di elettori che sarebbe soddisfatta o delusa dall’approvazione della riforma non coincide automaticamente con quella dei favorevoli o dei contrari alla caccia».
Numeri che in ogni caso aprono delle riflessioni. Fondazione Capellino, che ha commissionato il sondaggio, puntualizza di aver scelto di rendere pubblici i dati di questo Osservatorio «non per sostituirsi alla politica nelle sue decisioni» ma per portare nel dibattito la voce dei cittadini, lasciata in secondo piano.
«Il dato che ci ha colpito di più non è solo quanti voti si potrebbero perdere, ma dove – commenta Pier Giovanni Capellino, cofondatore e presidente della Fondazione -. Il centrodestra rischierebbe di allontanare una parte dei propri elettori e, insieme, una parte di quegli indecisi che potrebbe invece convincere. È una simulazione, non una previsione, e va letta come tale. Ma suggerisce che sulla fauna selvatica il Paese sia più attento di quanto si tenda a pensare. La biodiversità non ha colore politico: appartiene a tutti».