Corriere della Sera, 30 settembre 2026
Intervista a Marco Perego Saldaña
Sì, d’accordo, si sono conosciuti su un aereo diretto negli Stati Uniti e la connessione è stata immediata: lei ha temuto di trovarsi al cospetto del solito italiano marpione e lui, per dimostrarle le ottime intenzioni, dopo pochi mesi è volato nella Repubblica Domenicana per chiedere ufficialmente alla madre il permesso di sposarla. Ma sarebbe un errore considerare Marco Perego da Vimercate, classe ’79, il marito del premio Oscar Zoe Saldaña. Era già un pittore, quando l’ha incontrata. Oggi è molto di più. Artista, sceneggiatore, regista, produttore. Visionario, soprattutto. «Ero un bambino che voleva fare la differenza nel mondo. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno permesso di sognare» racconta via Zoom da Los Angeles, dove vive con la moglie e i tre figli. Marco è un poeta romantico pieno di idee e talenti, che ama andare in giro vestito come Jack Sparrow. Il vero film, qui, è la sua vita.
Come si arriva dalla provincia di Monza e Brianza a Hollywood?
«La mia famiglia è di Salò, la mia infanzia è lì. I miei hanno sempre avuto gelaterie e bar, io sono cresciuto immaginandomi un futuro diverso. Ancora oggi, almeno un’ora al giorno la spendo tra visualizzazioni e meditazione. Ho imparato la resilienza da mio padre, che ho visto lavorare instancabilmente, cadere e rialzarsi più volte».
Che bambino è stato?
«Di materiale avevamo poco, infatti non sono per niente attaccato agli oggetti. Ho cambiato spesso città: papà dopo qualche anno aveva bisogno di cominciare una nuova avventura. Vimercate, Melzo, Salò... Non ho mai avuto una mia cameretta: oggi, al contrario, ci tengo che i miei figli ce l’abbiano. Di una cosa ero certo: sentivo qualcosa dentro. Volevo viaggiare, scoprire, conoscere. Ho provato a fare il calciatore, il sogno di molti ragazzi italiani. Ma non il mio: io mi sentivo artista, non mezza punta».
E quando l’ha detto ai suoi?
«Nessun problema, ha risposto mio padre Ezio. Vivevamo sopra l’officina di un meccanico: la sala è diventata il mio studio da pittore, mia madre l’assistente. Si dice che non si impara tanto da quello che ascolti, ma da ciò che vedi. Ecco, l’esempio dei miei è stato fondamentale. Non mi hanno mai tarpato le ali, anzi: vola, mi hanno detto. Grandi lavoratori, ottime persone».
L’ipercontrollo del calcio le stava stretto?
«Ho amato molto il pallone ma io volevo vivere libero, in modo forse bohémien però creativo. Credo che ognuno di noi abbia una verità dentro di sé, una voce che chiede di essere ascoltata: la sfida è trovarla. All’epoca non lo sapevo, ma lo sport mi ha dato la disciplina e insegnato il gioco di squadra. Da regista e produttore, cerco di circondarmi di persone migliori di me. L’arte mi ha portato alla scoperta dell’unknown, lo sconosciuto. E il cinema mi permette di esplorare la condizione umana. Senza fare il predicatore, mi piace pensare che quello che scrivo e dirigo abbia la forza di lasciare un segno: i film sono i nuovi geroglifici, li ritroveranno gli uomini del prossimo millennio. A me interessa lo storytelling».
Il suo è un lungo percorso, Marco. Quali sono state le tappe fondamentali?
«Non so neanche io come sono arrivato qua... Ho vissuto in Brasile, ho fatto i lavori più umili a New York, ho dormito nella metropolitana. A 27 anni ho avuto l’alopecia: per lo stress, ho perso tutti i capelli. Il successo nell’arte mi è piombato addosso, la vita a New York era troppo frenetica: non ho saputo gestirla. Sono andato dietro a uno sciamano in Argentina, ho fatto detox per sei mesi e mi sono ritrovato a studiare meditazione con David Lynch. Ho fatto incontri incredibili, ho vissuto cose pazzesche. Io credo molto nella manifestazione: tutti i blocchi della mia vita mi hanno ispirato un cambiamento. Quando sono arrivato negli Usa non avevo una lira e non parlavo una parola di inglese, dicevo solo: I understand more than I speak. Mi arrangiavo come aiuto cameriere. Poi, però, le cose accadono. Vanno visualizzate come se fossero già avvenute, come fossero già tue. L’universo dice sempre di sì».
Vivere nel presente, aiuta.
«L’energia del qui e ora è completamente diversa. Io sono, non sarò. È tutta la vita che vado alla ricerca dell’essenza delle persone. Sono curioso di tutto. Ho frequentato rabbini, medici, sciamani; ho conosciuto due Papi. Credo fermamente che le emozioni risiedano nei nostri organi: la tristezza nei polmoni, la rabbia nel fegato, la paura nel rene, la gioia nel cuore. Farò un libro su questo: 365 disegni, uno al giorno, alla maniera di Louise Bourgeois. Lo intitolerò: come guarire te stesso».
E la chiamavano calciatore.
«Non saprei fare altro, lo giuro. Al di là della mia famiglia, arte e cultura sono le uniche cose che mi interessano. Io sono un emigrato italiano negli Usa, mia moglie è latina. Abbiamo tre figli di colore. Solo l’arte è in grado di costruire ponti tra le culture. L’anno in cui Zoe ha vinto l’Oscar a colpirmi fu il film di un regista iraniano: The seed of the sacred fig (Il seme del fico sacro, ndr). Quando con Zoe l’abbiamo visto, siamo rimasti incantati: ha la capacità di parlare a tutti, senza dare giudizi. La mia idea di arte».
C’è più realismo o romanticismo nel suo modo di concepire l’esistenza?
«Di certo non c’è cinismo. Non sono cinico, non lo sarò mai. Scelgo di essere vulnerabile, invece, e lo insegno anche ai miei figli. Viviamo in un mondo che lo considera un difetto. Mi piace provare ad eccellere in ciò che faccio. Nel tentativo di costruire ponti tra culture, come imprenditore, collaboro con Angelo Moratti. Non è utopia né follia. È davvero ciò in cui credo: la cultura è la mia missione».
Come nasce il suo rapporto con la famiglia Moratti?
«Quando ero bravo a giocare a calcio mi invitavano a fare delle partitelle a Imbersago. Ci andavo con l’auto verde di mio padre, che aveva una portiera che non si apriva. Raccontavo ai fratelli Moratti dei miei sogni: Angelo e Gabriele, di cui sono molto amico, stavano ad ascoltarmi. Poi Gilda, che è come se fosse la mia sorellina, ha comprato la mia prima opera: mille dollari. È cominciato tutto così».
Quest’anno ha portato quattro film da produttore a Cannes, e due ne sono usciti premiati.
«Non credo fosse mai successo. Incredibile».
Tutto quello che ha fatto, Marco, non sarebbe stato possibile in Italia?
«Eh, difficile... In Italia siamo i più bravi presi individualmente, però non riusciamo ad essere squadra: non siamo un collettivo. La capacità di fare gruppo dice molto della cultura di un Paese».
«The absence of Eden», da lei diretto, con sua moglie protagonista, è un bel film sottovalutato. Come ha convinto Martin Scorsese a produrlo?
«Come latini, l’idea mia e di Zoe era quella di fare una poesia sulla migrazione dal Messico agli Stati Uniti. L’Academy ha comprato la sceneggiatura per il museo permanente. Grazie a Rick Yorn, il suo manager, ho fatto vedere il film grezzo a Scorsese: Thelma Schoonmaker, la sua storica montatrice, mi ha dato delle dritte su come tagliarlo. La scuola migliore».
In cosa Zoe le fa specchio?
«Zoe è la cosa più bella che mi è successa nella vita. Di lei mi ha colpito la bellezza, naturalmente, ma più di ogni altra cosa mi è piaciuto che sia molto raw, pura. Rischio di ripetermi: a me interessa l’essenza, nell’arte e nelle persone. David Lynch lo chiama the infinity field. Quando ho conosciuto Zoe le ho chiesto: perché fai la franchise di Star Trek, Avatar e Marvel? Perché nello spazio e nel fantasy non ci sono generi sessuali, non ci sono le solite dinamiche né etichette né barriere, ha risposto: posso sentirmi libera. Questa è la missione di Zoe, ma la mia è molto simile. Sono grato di tutto questo».
Ha preso il cognome di sua moglie: Perego Saldaña.
«L’ho voluto moltissimo: i miei tre ragazzi sono figli del mondo, devono portare i nomi del loro padre italiano e della loro madre caraibica».
L’ego che ruolo recita nel film della sua vita, Marco?
«Jung diceva che costruisci l’ego fino a quarant’anni, poi lo uccidi. L’ego e la mediocrità non mi interessano: mi interessa abbracciare le differenze e crearne io stesso. Quello è il mio soffitto di cristallo».