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 2026  settembre 30 Mercoledì calendario

Assalto di 150 coloni in Cisgiordania: case in fiamme, una famiglia in fuga

Di notte la loro casa è stata usurpata, di notte hanno tentato di tornarci, di notte sono dovuti scappare ancora. I Tubasi sono in esilio nella loro stessa terra, da quando i coloni sono scesi dagli avamposti attorno e hanno risalito la strada sterrata verso i cubi intonacati di bianco. Da due mesi guardano le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza come le foto in un album dei ricordi in tempi di poco migliori, con dolore hanno ascoltato solo pochi giorni fa il fracasso dei vandali che ancora una volta spaccavano e distruggevano.
Al buio, tra lunedì e martedì, le forze israeliane hanno scortato la famiglia palestinese verso i due edifici, stavano eseguendo la decisione della Corte Suprema che aveva ordinato di garantirne la possibilità di rientrare già agli inizi di settembre: «In sicurezza», avevano sentenziato i giudici. Non è successo. Almeno centocinquanta coloni hanno marciato su Jalud, hanno assaltato il convoglio appena arrivato, tre poliziotti di frontiera sono stati feriti, la famiglia costretta ad andarsene, evacuata in un veicolo blindato. I Tubasi sono tornati in esilio nella loro stessa terra.
I video mostrano le fiamme arancioni che illuminano l’oscurità, gli estremisti hanno dato fuoco ai palazzotti e alle auto. Solo tre tra loro sono stati arrestati. Al mattino, raccontano i testimoni, delle case restava poco o niente. «Hanno danneggiato qualsiasi cosa: le piastrelle sono state rimosse, le scale sfasciate, le porte divelte, le finestre frantumante», racconta Wael Tubasi all’agenzia Reuters. Nelle stanze le squadracce hanno bruciato copertoni, il nero del fumo a coprire le pareti imbiancate, imbrattate anche dalle scritte «vendetta».
L’attacco è avvenuto nell’Area B, che secondo gli accordi di Oslo è sotto il controllo amministrativo dell’Autorità palestinese e quello militare di Israele. Adesso viene condannato dai portavoce dell’esercito, che però descrivono i «disordini» solo come controproducenti «alla stabilità e alle operazioni anti-terrorismo»; dal presidente Isaac Herzog: «Una macchia morale, un’aggressione ai nostri valori fondamentali»; dai politici all’opposizione e perfino da Benjamin Netanyahu.
Il primo ministro denuncia «il pugno di facinorosi che non rappresenta i coloni in Giudea e Samaria», chiamando la Cisgiordania con il nome biblico. Di fatto minimizza il loro numero e loro violenze, come ha già fatto anche durante il discorso alle Nazioni Unite di giovedì discorso, quando ancora una volta li ha definiti «una manciata di teppisti»: «Sradicano ulivi, tirano pietre, appiccano qualche incendio, parliamo al massimo di una o due vittime». In realtà le Nazioni Unite calcolano che nei primi mesi di quest’anno almeno 23 palestinesi sono stati uccisi in raid dei coloni. Ieri due anziani palestinesi sono stati picchiati da un gruppo di giovani ultraortodossi.
La Corte Suprema è intervenuta in queste settimane anche sul dramma della famiglia Ridi, angariata dai coloni nel villaggio di Qusra, a pochi chilometri da Jalud. I giudici criticano la gestione da parte dell’esercito: «La responsabilità complessiva ricade sulle forze armate. Il comandante militare dell’area ha la responsabilità della sicurezza dei palestinesi locali».
Loui Ridi, uno dei fratelli, è tornato dall’Ohio a metà agosto per proteggere la sua abitazione assieme ai parenti: è cittadino americano e ha ricevuto la visita dell’ambasciatore Mike Huckabee, anche se da pastore protestante il diplomatico è un sostenitore della colonizzazione in Cisgiordania.
I soldati hanno bloccato l’accesso alla zona per fermare le incursioni dei coloni, ma i Ridi sono sotto assedio, con scarsa libertà di movimento e non vogliono lasciare i locali per paura che vengano occupati o devastati.