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 2026  settembre 30 Mercoledì calendario

La «protesta delle mense». A Teheran si riaccende la rabbia degli studenti

Nei filmati girati lunedì davanti alla moschea dell’università Allameh Tabataba’i di Teheran, e passati di chat in chat come quasi tutto ciò che ancora riesce a circolare nell’Iran dei mullah, si vedono ragazzi e ragazze stretti nel cortile del più grande ateneo pubblico di Scienze sociali. Battono le mani a lungo, poi alzano la voce: «Gli studenti imprigionati devono essere liberati». «Abbasso la tirannia e l’obbligo del velo». «Finché i mullah non saranno cacciati, questo Paese non sarà libero».
Sarah, che studia Scienze politiche proprio lì, manda un messaggio. «Siamo tornati», scrive, con l’emoticon della V di vittoria. Tornare non è poco, in un Paese dove essere riconosciuti in una protesta può significare, nella migliore delle ipotesi, l’espulsione dall’università. Nella peggiore, un arresto o il patibolo. Da gennaio, dopo le grandi manifestazioni contro la crisi economica e il governo – milioni di cittadini scesi in piazza come non accadeva dal 1979 – sulle strade è caduto il silenzio. A quel silenzio si è aggiunta la guerra, entrata nelle vite degli iraniani e delle iraniane mentre cercavano ancora di capire che cosa restasse di quella rivolta.
Da qualche giorno, però, alcuni studenti sono tornati a farsi sentire. I giovani contestano l’aumento delle tasse, l’assenza di servizi, le condizioni dei dormitori e delle mense. Nei video accusano gli atenei di essersi trasformati in imprese: «L’università non è una caserma né un’azienda». Dentro la stessa contestazione fanno entrare anche il costo della benzina, l’inflazione che erode gli stipendi dei loro genitori, gli arresti sommari, l’aumento delle esecuzioni e il velo obbligatorio imposto alle donne.
Qualcuno le ha già soprannominate le «proteste delle mense». Le università, in Iran, dovrebbero garantire pasti a prezzi molto bassi, uno dei pochi servizi pubblici ancora accessibili agli studenti. Ma il costo reale di un vassoio è salito a centinaia di migliaia di toman e, con la guerra e la svalutazione della moneta, anche la quota richiesta è diventata troppo alta per le famiglie.
Così, da Teheran a Kermanshah, alcuni studenti lasciano per terra vaschette di polistirolo e piatti colmi di riso e pollo, disposti in lunghe file che formano un’installazione involontaria, perfetta anche per una foto sui social da fare diventare il manifesto degli scioperi.
Alla scena non mancano i basij. La milizia legata ai Guardiani della Rivoluzione arriva in tenuta antisommossa e parla di dialogo. Ma gli studenti registrano con l’unica arma che hanno, lo smartphone, un’altra frase: «Vi mettiamo in un sacco». Non serve spiegare altro a chi ha ancora negli occhi quelli che, solo 9 mesi fa, venivano usati per portare via le migliaia di morti uccisi dai militari del regime. I ragazzi rispondono all’unisono: «Un dialogo nel sacco non lo vogliamo». E aggiungono, con il solito, sorprendente, coraggio: «Non pensate che sia solo per un giorno».
Nel resto del Paese, la protesta procede per categorie e per città. Pensionati, operai, autisti, agricoltori, investitori reclamano risparmi svaniti, famiglie schiacciate dai prezzi. Sono piccoli gruppi, ma ci sono. A Isfahan, Kermanshah, Tabriz, Rasht, Mashhad, Ahvaz e in decine di altre città si chiede salario, pensione, carburante, una casa, un lavoro. Gli studenti, da sempre, stanno davanti. Era così nel 1999. Era così nel Movimento verde del 2009, nelle notti di «Donna, vita, libertà». Era così nella rivolta di gennaio.