Corriere della Sera, 30 settembre 2026
Regeni, la polemica sull’Egitto. Meloni: no alla chiusura dei canali
«Abbiamo utilizzato tutti i canali politici e diplomatici con Il Cairo. E dubito che chiudendo quei canali ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarcene». Al termine di una giornata di scontro sul caso Regeni, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprime «vicinanza alla famiglia» e risponde così alla richiesta del Campo largo di pretendere la consegna dei tre alti ufficiali dell’intelligence egiziana, condannati per il sequestro del ricercatore torturato e ucciso al Cairo nel 2016. «Siamo assolutamente determinati a cercare la verità. La sentenza non è ancora passata in giudicato e quindi tutto quanto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo», ha aggiunto. Convinta però che «rompere con Il Cairo non sia la via per la verità».
A scatenare le polemiche erano state le parole pronunciate dal vicepremier Antonio Tajani: «Ci sono tre persone colpevoli, ma non è l’Egitto a essere condannato in quanto tale». Affermazioni «molto gravi» per Elly Schlein e tutto il centrosinistra che lo aveva esortato a «pretendere dall’Egitto la consegna dei responsabili». Invitandolo a rispondere in Parlamento.
Ieri Tajani ha corretto il tiro. Puntando il dito verso la «sentenza limitata che non ho fatto io. La giuria ha condannato tre persone per il sequestro, non per l’omicidio. Addirittura uno l’ha assolto. Vorrei che si potesse andare avanti e sapere chi sono gli assassini». Per il ministro degli Esteri «vale più l’azione diplomatica che il clamore. Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla. Abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero. Con lo stesso impegno e discrezione, da non sbandierare, abbiamo fatto uscire dall’Egitto Patrick Zaki e stiamo lavorando per portare a casa Nessy Guerra e sua figlia». Ai cronisti che gli chiedevano se l’Egitto di al-Sisi si può ancora considerare un Paese amico Tajani ha risposto: «Quando ci sarà una condanna formale dell’Egitto prenderemo misure di conseguenza».
Ma chissà se ci sarà mai. E comunque, vista la tempistica, non sarà più compito di questo governo. La difesa dei tre è pronta a presentare ricorso, ma un processo d’Appello potrebbe iniziare tra due anni. Quindi, con tutti gli ostacoli di natura procedurale dovuti allo status da imputati assenti degli 007 condannati, incluso un possibile nuovo passaggio in Corte Costituzionale, il rischio prescrizione nel 2029 è concreto.
A sostegno del vicepremier ieri è intervenuto il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non spetta a me difendere Tajani, ma la tempistica è sbagliata. Prima di dire venga a riferire fategli leggere la sentenza». Per il presidente-avvocato è giusto fare tutto il necessario affinché i condannati vengano estradati in Italia «però rimane il fatto che nessuno è stato condannato per omicidio, addirittura il più alto in grado è stato assolto completamente da tutte le accuse,anche di sequestro». Quanto al pressing sull’Egitto non ha dubbi: «Credo lo si stia già facendo».
Di diverso avviso il centrosinistra. «Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese – lo attacca Schlein —. Dimostra di non aver capito niente della sentenza, che condanna per sequestro e tortura tre componenti dell’apparato di sicurezza, nessuno può più negare la responsabilità del regime di al-Sisi». E la dem Susanna Camusso rincara: «Dopo la sentenza il governo agisca».
«La toppa di Tajani è peggio del buco» accusa da Avs, Nicola Fratoianni. «Quelle sono distinzioni formali. Ferisce la memoria di Regeni. Venga in Aula a dire con chiarezza quali iniziative intende assumere, quali passi abbia compiuto e come intenda difendere l’esito del processo». Il ministro replica: «Non ho paura di andare in Parlamento, siamo determinati, basta strumentalizzazioni».