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 2026  settembre 29 Martedì calendario

Migranti da rimpatriare: l’Ue pronta a pagare il Rwanda mentre lo sanziona per la guerra in Congo

Mentre l’Unione europea sanziona esponenti dell’apparato militare ed economico ruandese per il loro ruolo nella guerra in Congo e nel commercio illecito delle sue risorse, alcuni dei suoi governi potrebbero presto pagare Kigali per occuparsi dei migranti che l’Europa vuole espellere. È il paradosso che accompagna l’annuncio del ministro greco dell’Immigrazione Thanos Plevris: Grecia, Danimarca, Austria, Germania e Paesi Bassi hanno già scelto il Paese africano nel quale vorrebbero realizzare un return hub entro il 2027. Il nome resta segreto, ma le ipotesi circolate restano Uganda e soprattutto Rwanda.
Anche l’Italia sta discutendo un possibile accordo con Kigali. Ad agosto la portavoce del governo ruandese Yolande Makolo chiariva che “sono soltanto discussioni, non è stato raggiunto alcun accordo”, spiegando che Roma è interessata all’esperienza ruandese dell’Emergency Transit Mechanism di Gashora, il centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento, anche in Europa, gestito in base all’accordo tra Rwanda, Unhcr e Unione Africana. Centro che Kigali rivendica come prova della capacità di gestire stranieri vulnerabili e tuttavia molto diverso dai return hub che ha in mente la Ue, dove mandare chi non ha più diritto a restare in Europa ma non siamo in grado di rimpatriare direttamente nel Paese d’origine. A fine agosto delegazioni del gruppo dei cinque Paesi Ue cui appartiene ora anche la Grecia sono andate direttamente in Rwanda. Il ministro degli Esteri Olivier Nduhungirehe ha confermato: “La visita ha effettivamente avuto luogo e i negoziati sono in corso”.
Cosa riceverà Kigali in cambio? I cinque Paesi europei parlano ora di una partnership “reciprocamente vantaggiosa”, tra possibili partnership commerciali e altri incentivi allo sviluppo. Non necessariamente fondi dei singoli Stati: sul tavolo c’è anche l’ipotesi di utilizzare strumenti finanziari europei. Il quadro è singolare perché, nel marzo 2025, l’Ue ha sanzionato tre comandanti delle Rwanda Defence Forces, cioè l’esercito ruandese, il capo dell’autorità mineraria Francis Kamanzi e la Gasabo Gold Refinery per il loro ruolo nel conflitto nell’est del Congo dove i ribelli dell’M23 sostenuti secondo Onu, Ue e Usa dal Rwanda (foto), hanno conquistato vaste aree del Paese, e per l’illecito sfruttamento delle risorse congolesi. Gli Stati Uniti sono andati persino oltre: lo scorso marzo hanno inserito direttamente nella lista delle sanzioni l’esercito ruandese come istituzione statale. La posizione europea l’aveva espressa l’Alta rappresentante Kaja Kallas: “L’integrità territoriale non è negoziabile in Congo, così come non lo è in Ucraina”. Le sanzioni sono ancora in vigore.
A questo stesso Rwanda alcuni governi europei pensano ora di affidare chi non riusciamo a rimpatriare. E qui riemerge un precedente ingombrante, quello britannico che si arenò sulla sentenza della Corte suprema e costò a Londra centinaia di milioni di sterline senza che partisse un solo volo. Nel 2023 la sentenza fermò il piano per trasferire richiedenti asilo in Rwanda perché c’erano “motivi sostanziali” per ritenere che corressero un rischio reale di refoulement, cioè di essere rispediti verso Paesi nei quali avrebbero potuto subire persecuzioni o trattamenti inumani. I giudici rilevarono carenze nel sistema d’asilo e nei ricorsi e ricordarono il precedente accordo con Israele, quando eritrei e sudanesi trasferiti in Rwanda finirono clandestinamente in Uganda. Cosa è cambiato da allora? La normativa ruandese sull’asilo è stata riformata, ma secondo il rapporto 2026 di Amnesty International il Rwanda non ha ancora dimostrato di saper garantire procedure eque, ricorsi effettivi e protezione adeguata alle persone trasferite forzatamente. Compreso lo stesso rischio di refoulement.
Restano documentate anche repressione dell’opposizione, limitazioni alla società civile e arresti di giornalisti. Non proprio dettagli, visto che il nuovo Regolamento Ue sui rimpatri, concordato da Parlamento e Consiglio ma non ancora adottato, stabilisce che gli accordi sui return hub vadano conclusi solo con Paesi dove si rispettino gli standard internazionali sui diritti umani, compreso il principio di non-refoulement, e impone un meccanismo indipendente di monitoraggio. Eppure il Rwanda continua ad essere il principale candidato per i return hub targati Ue. Washington fa lo stesso: sanzioni da un lato e cooperazione sui migranti dall’altro. L’accordo concluso nel 2025 per trasferire fino a 250 stranieri è operativo. Persino nel Regno Unito il ministro ombra agli Interni, il conservatore Chris Philp, è tornato a indicare il Rwanda come “un Paese terzo sicuro” dove spedire chi non si riesce a rimpatriare. I return hub produrrebbero un ulteriore salto di quella che alcuni studiosi chiamano “migration industry“, avvertendo che l’esternalizzazione delle frontiere non è immune da logiche di mercato, alimentate anche dai fondi europei. Fondi, investimenti e vantaggi commerciali in cambio della disponibilità a inserire gli espulsi in un contesto che appare difficilmente conciliabile con le garanzie imposte dal diritto eurounitario e internazionale.