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 2026  settembre 29 Martedì calendario

Rita, la prima moglie che sfidò Togliatti

Il suo destino è stato quello di una donna ombra, la cui traccia è rimasta sepolta sotto la polvere della storia. Per volontà del Partito, certo, che la condannò alla solitudine politica e personale. Ma anche per sua scelta, per una tenace inclinazione a mimetizzarsi nel rotolare di quegli anni di tragedia. Un’autocensura emotiva e sentimentale tipica d’una generazione di rivoluzionarie che oggi avvertiamo distanti, perfino un po’ irritanti nel loro protratto silenzio sui dolori privati, avvolte da un alone di grigiore anche per la fedeltà al mito sovietico, nonostante i crimini e le devastazioni. Donne fuori tempo massimo, scaricate dai contemporanei e anche dagli stessi mariti che pure dovevano loro larga parte della brillante carriera politica.
Un viso largo e aperto, la stazza matronale e una folta matassa di capelli quasi sempre in disordine, Rita Montagnana è una di loro. Di lei ci sono rimaste la prestigiosa carica coniugale – moglie e poi ex moglie e infine vedova di Togliatti – e una fotografia assai sbiadita, senza punti di luce. E bene hanno fatto Aldo Agosti e Marina Cassi a strapparne il velo di opacità, lottando con ammirevole pervicacia contro le sue omissioni sui passaggi più cruenti dello stalinismo e contro le ripetute reticenze sulle infedeltà del marito e la malattia del figlio, nel tentativo mai finito di cancellare ogni crepa più intima dalla propria granitica esistenza di comunista.
Una vita nel segno del paradosso, quella di Ritin d’or, come veniva chiamata dall’amica Estella. Perché se è vero che incarnò esemplarmente La moglie del Partito, come recita il felice titolo di questa ricca biografia (Laterza), il meglio di sé lo diede non tanto nei vent’anni del matrimonio con il Migliore – una convivenza funestata dai totalitarismi, dal carcere fascista, dalla guerra in Spagna, dagli sguardi sospettosi nelle stanze dell’Hotel Lux, e dunque da una costante acquiescenza al compagno Ercoli – quanto nell’effervescente stagione del “prima” e del “dopo”. Quindi nei turbolenti anni trascorsi nella Torino operaia di Borgo San Paolo, prima da giovane sartina ribelle poi da appassionata dirigente socialista e più tardi fondatrice del Pcd’I, stimata amica di Antonio Gramsci e instancabile organizzatrice dalla parte delle donne. Per ritrovarne lo stesso protagonismo dobbiamo aspettare l’ultimo anno di guerra, il 1944, quando, tornata a giugno da Mosca, diventa “anima, testa e gambe” del movimento femminile, dando vita all’Udi e battendosi per il voto alle donne, fino all’elezione due anni più tardi a madre costituente. Ufficialmente era ancora la moglie di Togliatti, amatissima dagli operai e dalle operaie per il suo modo semplice ed empatico di comunicare, perennemente omaggiata con fasci di rose e tulipani. Ma lei sapeva che il suo matrimonio era finito da tempo. Resistevano certo la complicità politica e il reciproco sostegno per il figlio Aldino, già provato dall’instabilità psichica. Ma non c’era più amore, presto dirottato da Togliatti verso una ragazza emiliana destinata a fare la storia. Ma forse a Ritin d’or dell’amore poco importava.
E qui arriviamo al secondo paradosso. Perché lei che era stata tra le primissime a battersi per i diritti delle donne, lei che fin da ragazzina ne aveva sostenuto la causa dell’indipendenza pur entro il perimetro di una cultura socialista ancora fortemente maschile, Rita da quel matrimonio proprio non si voleva liberare. Ne conosceva tutti i limiti, i ripetuti tradimenti di Palmiro prima con la sensuale e scapestrata Elena Lebedeva, moglie del compagno Marcucci, che poi si sarebbe suicidato; più tardi con la spagnola Carmen, militante comunista di grande passione non solo civile. Ma Rita preferiva fare finta di niente. E adesso che vede crescere la storia con Nilde, sceglie di tuffarsi in un frenetico lavoro politico pur di non confrontarsi con il coniuge, ormai freddo e distante nella convivenza romana da separati in casa in via Maria Adelaide.
Nel luglio del 1951, su sollecitazione di Togliatti e della segreteria del Partito, arriva la separazione legale (non il divorzio, che ancora non c’era). Per non appannare la figura del leader comunista, i suoi avvocati scelgono di attribuire la rottura coniugale alla storia grande e terribile, alle «lunghe separazioni imposte dalla lotta», alla vita nobile e coraggiosa di questi due rivoluzionari di professione. Una medaglia al valore, insomma. Sarebbe dunque la Storia la colpevole dello sfascio famigliare? Davanti all’ipocrisia del documento Rita deve avere spalancato gli occhi, decidendo di buttarlo via a favore della formula più anodina sull’«impossibilità di un’ulteriore convivenza». Salva la causa del comunismo, ma salva anche la dignità della ex moglie recalcitrante, mai completamente rassegnata alla nuova famiglia del marito, composta da Nilde Iotti e dalla figlia adottiva Marisa.
L’allontanamento da Palmiro non sarebbe rimasto senza conseguenze dentro il Partito. Nel giro di pochi anni, la compagna Montagnana viene rimossa o si rimuove da sola da quasi tutti gli incarichi, fino alla morte politica sancita nel 1953 dalla non rielezione in Parlamento e tre anni più tardi dall’uscita dalla direzione del Pci. Per i dirigenti era diventata un’insopportabile piantagrane, forse un quadro anche datato, non in linea con il partito nuovo togliattiano. Nel giugno del 1950 le era arrivata come una clava anche la lettera di richiamo dello stesso Segretario che si accomiata dalla moglie con un burocratico “cordialmente”. Ma come cordialmente? E vent’anni di rinunce nel tritacarne di Stalin? E le dolorose separazioni da Aldino? Ma è proprio quando Rita si ribella, scalpita contro la federazione piemontese, alza la voce con la segreteria nazionale, che riaffiora la sua vera tempra di lottatrice, insieme alla volontà di non arrendersi alla legge cinica di un partito che era stato la sua ragione di vita.
A costringerla alla resa sono le condizioni di Aldino, sempre più sperduto dentro i suoi sogni malati. Ma anche gli ultimi quindici anni trascorsi in un trilocale alla periferia di Torino, solitaria caregiver di un figlio schizofrenico, riacquistano una luce diversa se si allarga il campo all’estesa rete di amicizie intessuta da Rita. Non gli intellettuali che l’avevano delusa né i dirigenti di partito ormai sideralmente distanti, ma la gente comune del suo quartiere Santa Rita. Giovani operaie, madri bisognose, sezioni in cerca di sostegno. Ed è allora che la moglie ormai ex moglie, anzi già vedova, riacquista la sua grandezza umana che fa dimenticare i piccoli dispetti rivolti alla rivale.
Al funerale di Togliatti nel 1964 s’era lamentata dello scarso rilievo dato sull’Unità alla sua persona, chiedendo poi il vitalizio per sé e non per Aldino, ed ancora i libri e gli oggetti posseduti da Palmiro che in realtà avrebbe dovuto dividere con Nilde – lo fece notare un salomonico Alessandro Natta. Era un modo per non lasciare andare quel marito che pure l’aveva ripudiata. E forse, insieme a lui, non voleva lasciare andare il Partito, che ovviamente l’avrebbe celebrata in morte nel 1979 con tutti gli onori. Tra i tanti messaggi commossi, anche quello di Nilde Iotti, appena eletta presidente della Camera. Era l’ultima volta che si sfioravano, la fine di un rapporto a distanza fatto solo di sguardi e di sentimenti che bruciano, mai di parole dirette.