la Repubblica, 29 settembre 2026
Il diritto al narcisismo e la lezione social di Dalì agli influencer
Esiste un diritto al narcisismo? Nell’epoca dei social, la pratica dell’autopromozione è vista da gran parte del mondo intellettuale come scorretta, volgare, addirittura aberrante. Nonostante la sempre maggiore proliferazione di “content creator” improvvisati – artisti, scrittori, divulgatori, persino accademici – tutto questo viene spesso fatto con un senso di colpa, come se si trattasse di uno sbaglio madornale, di una concessione al tempo presente, di un piegarsi a una logica che si dovrebbe invece disprezzare.
Un antidoto a questa vergogna potrebbe essere la mostra “Dalí e la moda” a Palazzo Reale (curata da Laura Bartolomé e Judith Clark con la direzione scientifica di Montse Aguer). Visitandola, mi sono chiesto se Dalí non sia stato soltanto un formidabile predecessore dell’influencer culturale, ma anche una possibile risposta alla mediocrità dell’influencer pentito: un antenato capace di indicarci ancora oggi che cosa significhi costruire meticolosamente la propria immagine, fare della propria presenza pubblica una materia creativa, aliena a ogni categorizzazione.
Scorrendo i dipinti, i gioielli, gli abiti, i marchi, le invenzioni, gli incontri e le collaborazioni con figure fondamentali della moda – Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Christian Dior, Paco Rabanne – e soprattutto il rapporto con Gala Dalí (al cui guardaroba è dedicata gran parte della mostra), emerge un universo in cui tutto sembra poter essere segnato, firmato, “iniziato” a nuove esistenze. Dalí non ha “natura” fissa, ma è fisso solo nel mutamento. Sua sola costante è la trasformazione. Se oggi temiamo i filtri che sfigurano i nostri volti, i deepfake che moltiplicano le nostre identità, per Dalì maschera e travestimento erano invece strumenti irrinunciabili per intervenire plasticamente sulla propria immagine – truccandola e adattandola a ogni nuovo contesto. E a chi obbietta che Dalí era prima di tutto un artista (difendendo la sua superiorità rispetto alla bassa lega degli imbonitori social, dei venditori di tappeti e dei giovani influencer impegnati a “promuoversi” per crearsi uno spazio), converrebbe ricordare quello che di lui diceva l’amico e fotografo Philippe Halsman: «Dalí è surrealista. (…) La più surreale di tutte le sue creazioni, però, è lui stesso. Non so cosa lo abbia reso più famoso: i suoi quadri o la leggenda che ha contribuito a creare». Testimonial pubblicitario, modello, protagonista di videoclip, Dalí è stato uomo in ogni senso consegnato al mercato, terrestre fino in fondo. Ha capito, prima di molti altri, la necessità di non adeguarsi a uno stato di rispettabilità civile, ma di inventare la propria figura spettacolare, il proprio fantasma pubblico: «Rarissime, nella mia vita, le occasioni in cui mi sono avvilito a indossare abiti civili. Vesto sempre l’uniforme di Dalí».
Anno dopo anno, Dalí non ha mai ignorato il trauma del contatto (del contagio) con il mondo, ma ha scelto di fare di ogni incidente un evento, montando, teatralizzando e trasformando la vita in una sequenza di apparizioni pubbliche. Lo racconta Dalí stesso a proposito del suo trasferimento negli Stati Uniti negli anni Quaranta, quando scriveva: «Era necessario che cambiassi a tutti i costi pelle, che scambiassi questa epidermide logora con cui mi sono vestito, nascosto, mostrato, con cui ho lottato, combattuto e trionfato, con quell’altra pelle nuova, la carne del mio desiderio, della mia imminente rinascita. Paese nuovo, pelle nuova». Certo: c’è qualcosa di profondamente provinciale, persino di infantile, nel desiderio di conquistare il centro del mondo, di essere guardato ad ogni costo. Un aneddoto, raccontato da Rem Koolhaas in Delirious New York, è in questo senso esemplare.
Al suo arrivo a New York, Dalí si fece preparare una baguette lunga più di due metri. Quando sbarcò a Manhattan, i giornalisti accorsi a intervistarlo non gli rivolsero neppure una domanda su quell’oggetto strampalato che reggeva sottobraccio. La scoperta fu sconcertante: a Manhattan il surrealismo era già invisibile. Ma anche in questo Dalí dà voce a una pulsione, somiglia a una contemporaneità dominata (almeno fino all’altro ieri) da selfie e icone mobili che vanno dal genio anticipatore di Paris Hilton fino agli influencer più recenti, sempre più incapaci di lasciare il segno dentro un mercato che produce incessantemente nuove immagini e nuovi volti (“artificiali”). Dalí però aveva intuito qualcosa di ancora attuale: quando la singola apparizione non basta più, bisogna moltiplicare le alleanze, costruire circoli, corti mondane, occasioni di esibizione imprevista. Non è molto diverso da ciò che fanno oggi i social quando riescono a funzionare come dispositivi di amplificazione, costruendo attorno a un accadimento una rete di sguardi capace di renderlo visibile – di inventarlo come evento. Insiste su questo punto anche Laura Whitcomb nel suo testo per il catalogo della mostra, sostenendo che: «Il nostro attuale contesto fatto di feed digitali e circoli sociali che si intrecciano non appare come una rottura con il passato, ma come una vasta amplificazione involontaria del prototipo daliniano».
E, raggiunta al telefono, Maria Luisa Frisa (teorica della moda e curatrice) mi dice, a proposito di questa capacità di anticipazione dell’artista: «Salvador Dalì è conficcato nel tempo imperfetto delle avanguardie. Essere ermafrodito. Narciso. Opera d’arte vivente come la Marchesa Casati. Genio immaginifico. Capace di spalmare il suo talento ovunque: le stampe allegate ai giornali di consumo, le bottiglie di Punt e Mes, le litografie stampate a migliaia. Eppure pop prima di Warhol. Fuoripista prima di Cattelan». Diritto al narcisismo, dunque? Osservando per la prima volta la propria immagine riflessa nell’acqua, Narciso non si riconosce. È forse qui che il mito comincia davvero: non nel riconoscimento di sé, ma nello stupore davanti a un’immagine che appare straniera. Se il mito di Narciso è stato per troppo tempo frainteso, Dalí ci suggerisce che narcisista è proprio colui che sa guardare a se stesso come a un alieno, facendo della propria immagine un fatto mutevole, persino ecologico poiché radicalmente mischiato con animali, piante, gioielli, vestiti (insomma con tutto ciò che sorpassa la centralità umana). Amarsi come un mistero, trattarsi come qualcosa che non si finisce mai di conoscere: Dalí ci insegna oggi a non soccombere a un’identità già data, ma a sceglierla, a reinventarla, a reclamarla di volta in volta, anche quando mescolata con il mercato (con la necessità dell’autopromozione). E ci ricorda che il metodo per non soccombere alla banalità consiste, in fondo, nel far tremare le consuetudini: le immagini statiche, le identità fisse, gli abiti già logori, incapaci di creare stupore, di farci rabbrividire. Perché – era sempre lui a sostenerlo – il nostro primo abito (la nostra moda) altro non è che la pelle d’oca.