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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Zibaldone 4.526 volte Leopardi

Ai limiti estremi della maneggiabilità, le 2.850 pagine della nuova edizione dello Zibaldone di Giacomo Leopardi curata da Franco D’Intino e Luca Maccioni, stampate su una carta leggerissima e frusciante, sono un’impresa memorabile, una pietra miliare sia dal punto di vista culturale che tipografico. È il caso di dire che ci si può passare una vita sopra, tra il testo e lo sterminato commento, capace di attribuire il massimo valore a ogni parola di questo prodigio, o se si preferisce mostro letterario, iniziato a Recanati un giorno d’estate («Luglio o Agosto», annota Leopardi tre anni dopo, rileggendo quelle prime righe) del 1817 e interrotto, dopo avere toccato un’ultima lancinante verità, a Firenze il 4 dicembre del 1832 (ma bisogna sempre ricordare, con i curatori, che «oltre due terzi» delle annotazioni risalgono al biennio 1821-1823: e questo è un prodigio nel prodigio).
Per rimanere su quella prima pagina, Leopardi aveva compiuto 19 anni a giugno del 1817: era tecnicamente un minorenne, e di sicuro non aveva idea che da quelle parole annotate su un foglio immacolato, il primo dei 4.526 complessivi, sarebbe scaturita la formidabile reazione a catena che è lo Zibaldone. «Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante». Si tratta di una specie di didascalia, come si potrebbe leggere in un testo teatrale, ma legata a un abbozzo di idillio di sette versi, che segue immediatamente: un tipico notturno leopardiano, con il chiaro di luna e i sonagli di un carro di passaggio che invece di cancellare il silenzio che regna nelle vicinanze, sembrano esaltarlo, così come la fiammella di una candela può rivelare l’oscurità dello spazio che la circonda. Molti anni dopo, nel 1829, qualcosa di questi versi incompiuti e un po’ zoppicanti tornerà, ma condotto a perfezione, nella Quiete dopo la tempesta. Ma oggi forse il nostro gusto modernista (che Leopardi taccerebbe senza dubbio di corruzione!), educato al culto del frammento oracolare e dell’incompiuto, ci induce ad apprezzare più la «didascalia» in prosa dei versi che seguono, con quel «palazzo bello» che merita il suo posto di riguardo fra le innumerevoli case in qualche modo incantate o infestate della narrativa romantica.
Personalmente, ma mi rendo conto che siamo nel campo delle associazioni irrazionali, ho sempre accostato questa prima riga dello Zibaldone alla prima dei diari di Franz Kafka, iniziati nel 1910: «Gli spettatori impietriscono quando passa il treno», nella traduzione di Ervino Pocar. Quello che mi affascina di queste due frasi è che sono la scintilla iniziale di due tra le maggiori avventure della coscienza della modernità, e che consistono in una fulminante presa d’atto. Qualcosa accade, in entrambi i casi: nella notte recanatese e, come sembra probabile, nel buio di una sala dove viene proiettato un film. Come se irrompesse in un fragile equilibrio un mezzo di locomozione (una carrozza, un treno) attraversa lo spazio, suscitando una reazione di spavento, da parte di un cane e degli spettatori del film. Basato sui sensi – l’udito e la vista – questo meccanismo semplicissimo di azione e reazione trasforma lo spazio nella realtà del mondo, se è vero che è il vivente, con la sua ricettività, la misura e la garanzia di ogni realtà concepibile. L’abbaiare e l’impietrirsi sono dunque due simboli, due emblemi perfetti della vita, intesa come presenza che reagisce a una pressione.
Sui loro fogli bianchi, al momento di iniziare ad annotare la cronaca quotidiana della loro coscienza, i due scrittori hanno tracciato in punta di penna un cerchio perfetto, delimitando in senso moderno il perimetro proprio alla letteratura, ciò che la distingue da ogni forna di sapere parallelo o concorrente: all’interno di questi confini, non conta più il fenomeno in sé, ma il momento e il modo in cui il fenomeno produce un riflesso interiore, una relazione tra il soggetto e ciò che accade là fuori. Leopardi e Kafka sono forse gli scrittori più simili che esistano, e non sulla base delle generiche astrazioni delle storie letterarie, come il famigerato pessimismo. Ad affratellare questi due geni provvedono semmai i manoscritti, con le loro avventurose vicende postume e le complesse fatiche che i filologi affrontano per decifrarli e darli alle stampe. Anche se ovviamente hanno scritto opere alle quali è affidata la loro gloria, come i Canti e le Operette morali e Il processo e Il castello, non sono i testi compiuti, come normalmente li intendiamo, il vero baricentro del loro lavoro. Prevale sull’opera il processo di scrittura, che equivale alle loro stessa vita, e si lascia dietro un’eredità di manoscritti che è come l’ombra informe da cui proviene tutto ciò che hanno portato termine. Assomigliano, questi due geni assoluti, a quell’uccello della mitologia indiana che si alza in volo ma tiene sempre una zampa dentro le acque primordiali dalle quali è emerso.
Zibaldone è una definizione ottima, ancorché di uso esclusivamente privato e lievemente auto-ironica, per queste 4.526 pagine di scrittura che si sono accumulate di giorno in giorno sulla scrivania di Leopardi, il quale d’altra parte tentò in vari modi di ordinarne il contenuto e stilarne degli indici. Per citare una fonte autorevole, sul sito del Vocabolario Treccani, il lemma non è classificato tra i generi letterari, ma nella categoria «alimentazione» (tra «zenzero» e «zibibbo» per intenderci): cosa giusta, potendosi ipotizzare un’alterazione da «zabaione» per un termine che in origine designava una «vivanda composta di molti e svariati ingredienti». In un altro dizionario, ho trovato un’accezione ancora più specifica, che riguardava il pastone di avanzi che si preparava per nutrire i gatti di casa. Il passaggio metaforico dalla sfera alimentare a quella della scrittura è abbastanza frequente in molte lingue, e non stupisce che la mescolanza commestibile abbia fatto da modello a un contenitore di scritture che si accumulano senza ordine apparente: pensieri, ricordi, citazioni di letture, abbozzi di opere da perfezionare successivamente… Il senso prevalente è quello dell’inclusività, della rete che si allarga nodo dopo nodo, tanto che questo commento di D’Intino e Maccioni (altre 600 pagine in carattere microscopico!), che oltre che informare e decifrare, è così in sintonia con la forma mentis e i procedimenti di Leopardi che fa corpo con l’opera quasi come se l’autore l’avesse previsto. Può essere considerato d’autore, peraltro, anche il titolo, più anodino, scelto da Giosue Carducci per la prima edizione dello Zibaldone, pubblicata tra il 1898 e l’anno successivo: Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura. Ho notato che D’Intino e Maccioni, nelle loro note, impiegano volentieri, come sinonimo di Zibaldone, il termine «diario», e anche questo è ragionevole, e degnissimo di rilievo, anche se Leopardi comincia effettivamente a datare le sue note solo tre anni dopo avere evocato sulla soglia il «palazzo bello», quando l’insieme dei fogli sparsi ha già preso una certa consistenza. Il concetto di «diario» è criticamente pertinente, e utile a rendere conto di un pensiero in azione, in movimento, che procede nel tempo senza mai adagiarsi in una sintesi definitiva.
Se può concepirsi una tale enormità, quello dello Zibaldone può essere considerato un sistema di pensiero, ma è un sistema mobile, capace di includere molte contraddizioni, e soprattutto di non esaurire mai i suoi oggetti, si tratti del valore dell’imitazione nelle arti, della noia, dell’abbraccio mortale delle illusioni e della conoscenza del «vero». Se ci si pensa bene, il fascino dello Zibaldone consiste anche nel fatto che se ne potrebbero ricavare decine, forse centinaia di saggi, ognuno raggelato nella sua conclusione, mentre in queste pagine il calderone è sempre ribollente e dunque sorprendente non solo agli occhi del lettore, ma dello stesso soggetto che sta pensando a un dato argomento. Da questo punto di vista, Leopardi è uno straordinario precursore, e la lunga latitanza del manoscritto dello Zibaldone, sepolto per quasi tutto l’Ottocento in una cassapanca napoletana, fa di questo non-libro una specie di ordigno a scoppio ritardato, destinato a deflagrare nel secolo dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e dei Cahiers di Simone Weil, ma anche dei Taccuini di Marina Cvetaeva e del Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa.
Se il concetto di «diario» è pertinente per lo Zibaldone, è addirittura banale aggiungere che ogni diario rispecchia la forma di vita, le abitudini, eventualmente i vizi di chi lo scrive. Ebbene, Leopardi è un uomo che ha trascorso una porzione enorme del suo tempo a leggere, e dunque lo Zibaldone è in maniera preponderante il diario di un lettore, un labirinto di citazioni in cui ci orienta alla perfezione l’ammirevole competenza dei curatori di questa edizione. Lo aveva capito benissimo Cristina Campo: Leopardi è uno degli ultimi rappresentanti di un’arte di leggere in profondità del tutto smarrita da noi moderni (corrotti, aggiungerei, dalla inarrestabile prevalenza del romanzo su tutti gli altri generi di scrittura). È vero, Leopardi sa spremere da ogni parola che legge ogni goccia di senso che contiene. Ma c’è qualcosa di ancora più affascinante nello Zibaldone, evidenziato fin dalle pagine introduttive da D’Intino e Maccioni e minutamente documentato nel loro commento: «Una parte non irrilevante del materiale esibito è di seconda o terza mano, a volte ma non sempre ricontrollato sulla fonte primaria». E questo non è affatto un rilievo di sapore negativo, come se si volesse accusare Leopardi di approssimazione. Se le sue citazioni sono spesso e volentieri citazioni di citazioni, ciò significa che questo scrittore unico e inimitabile possiede una conoscenza così totale, così interconnessa della letteratura, che ogni porta d’accesso, per quanto secondaria, lo conduce al centro, è una parte che vale per il tutto e contiene tutto come l’aleph di Jorge Luis Borges.
Posso trascegliere un solo esempio tra migliaia, dove il dislivello tra il dettaglio che innesca il ragionamento e l’importanza delle conclusioni è racchiusa in poche righe scritte nel febbraio del 1821. Leopardi si confronta con una delle più celebrate e universali creazioni letterarie dell’umanità, la favola di Amore e Psiche incastonata da Apuleio nel corpo dell’Asino d’oro. Pur non credendo in genere nelle allegorie, Leopardi non può non rimanere affascinato dal centro drammatico della vicenda: Psiche cade in disgrazia perché disubbidisce, armata della sua lanterna, al divieto di vedere le sembianze di Amore.
Questa favola antica in effetti corrisponde a una delle costanti più profonde e ricorrenti della sua meditazione sul destino umano. L’errore di Psiche è un «emblema preciso e profondo della natura dell’uomo e delle cose», di quel «danno del sapere» che ci ha chiuso le porte della felicità. Con uno dei suoi mirabili scarti analogici, Leopardi accosta l’immagine di Psiche a quella di Eva, che cedendo alla tentazione del serpente incarna gli stessi significati di «infelicità e decadimento dell’uomo» della favola pagana. Ne viene fuori (è il caso di dirlo) una vera e propria morale della favola: «L’uomo non è fatto per sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità, la ragione è nemica della natura». E non basta: con un ultimo guizzo di erudizione, Leopardi sottrae non solo ad Apuleio, ma alla mitologia greco-latina, la paternità della grande intuizione antropologica racchiusa nella favola di Psiche, accennando alla sapienza «orientale»: e in effetti dopo di lui gli studiosi pubblicheranno molte favole indiane, persiane, arabe che raccontano versioni quasi identiche delle avventure dell’imprudente eroina di Apuleio.
Detto tutto questo, bisogna aggiungere che sarebbe un errore pensare che questo straordinario frammento saggistico derivi da un confronto diretto con la favola del grande scrittore latino. A innescare la miccia è bastato molto meno, ovvero una breve riflessione su Psiche trovata in un libro di Madame de Lambert, un’autrice di libri di soggetto morale vissuta fra Sei e Settecento che già ai tempi di Leopardi se non era del tutto dimenticata poco ci mancava. Tutta la letteratura, nelle pagine dello Zibaldone, è molto simile a un gioco di specchi, a un’infinità di riflessi che valgono ognuno per il tutto.
Se la prima riga dello Zibaldone è indimenticabile, altrettanto si può dire dell’ultima, vergata a Firenze il 4 dicembre del 1832.
È da credere che se iniziando Leopardi non aveva idea delle proporzioni abnormi che avrebbero preso i suoi appunti, altrettanto inconsapevole fosse di chiudere per sempre quell’inaudito esperimento. Di sicuro c’è solo che negli ultimi anni quella vena saggistica si andava sempre più disseccando – come assorbita e trasfigurata nell’ultima grande stagione della sua poesia. E del resto, l’informità del testo, nella sua potenziale infinità, relativizza e sdrammatizza, rendendoli fatti casuali, l’importanza canonica dell’inizio e della fine.
A differenza di uno scritto dotato di una qualunque forma, l’unico limite di un diario è un limite biologico. L’ultimo pensiero dello Zibaldone, ad ogni modo, occupa solo quattro righe di stampa ed è dedicato alla società, che non offre mai nulla di nuovo e sorprendente a chi vi entra, semmai è identica a ciò che ne sapeva «in teoria». In un estremo soprassalto di ironia, Leopardi ci fa osservare che proprio questa assenza di sorprese della vita sociale è «la cosa più inaspettata» che ci possa offrire. E poi, come se avesse preso il fiato sollevando il pennino dal foglio, ecco l’ultimo distillato della sua saggezza sempre mobile e provvisoria, espresso in una sola frase dall’ineccepibile melodia: «L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale».
Quell’«attonito» mi ha sempre fatto pensare al famosissimo frammento di Blaise Pascal, spaventato di fronte all’«eterno silenzio degli spazi infiniti». Ma il grande mistico e teologo francese ha in mente l’insanabile sproporzione tra l’individuo, con tutto il suo risibile orgoglio, e l’universo. La prospettiva di Leopardi è diametralmente opposta, e l’ultima frase dello Zibaldone avrebbe potuta metterla in bocca al suo pastore errante, che interroga lo stesso silenzio («silenziosa luna») come se parlasse in uno specchio che non può rispondere, e nel quale tutto si assomiglia, tutto è soggetto alle stesse leggi ferree e incomprensibili. Il microcosmo e il macrocosmo sono immagini solidali e complementari dello stesso Nulla privo di attributi, e possiamo anche illuderci che la nostra vita sia un «caso proprio», forse è anche vero che questa è la più benevola delle nostre illusioni, ma alzando gli occhi al cielo non vediamo altro che la «regola generale» che governa la macchina del mondo.
Non credo che sia mai esistito un corto circuito più devastante tra metafisica e materialismo di quello innescato dal più grande dei nostri poeti, che Friedrich Nietzsche definì anche, e non era una semplice battuta, «il maggiore prosatore dell’Ottocento».