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 2026  settembre 27 Domenica calendario

In Italia la pace tra i nemici Ulisse ed Enea

Quando, nell’VIII secolo a.C., avventurosi marinai greci approdarono in Italia per colonizzarla, portando sulle loro navi anche i canti e le saghe marittime dell’Odissea, i personaggi di Omero hanno a loro volta colonizzato Ischia, Cuma e la costa tirrenica: le sirene nel golfo di Napoli, Scilla e Cariddi nello Stretto di Messina, il Ciclope e le mandrie del Sole in Sicilia, il dio dei venti Eolo a Lipari…
Nel sepolcro di un ragazzo morto prematuramente a Ischia, fu posta una coppa con un’iscrizione che la definiva «di Nestore», una chiara ispirazione a quella, molto più sfarzosa, che il re di Pilo si era portato a Troia, e un orgoglioso segno di appartenenza alla classe greca. Come ha ricostruito Maurizio Harari nel suo Andare per i luoghi di Ulisse (il Mulino, 2019), i signori etruschi dell’Italia preromana, divenuti ricchi e potenti, si appassionarono subito alle storie meravigliose che arrivavano dalla Grecia, e cercarono una legittimazione internazionale anche attraverso questi miti. Molti di loro, per nobilitare l’oscurità delle origini autoctone, si vantavano di essere discendenti di re stranieri, venuti dal Mare Egeo.
Secondo un ramo della saga di Ulisse, l’eroe, dopo essere rientrato in patria ed avere saputo certe cose sulla condotta di Penelope, decise di rimettersi in mare e di veleggiare verso la Tirrenia, il paese degli Etruschi, dove avrebbe poi fondato Gortinea, cioè Cortona, e sarebbe qui vissuto, fra molti onori, fino alla morte. Un’altra tradizione voleva che l’eroe morisse presso i Tirreni e fosse sepolto a Cortona, su un monte chiamato Perge, dopo avere appreso, con dolore, che il figlio Telemaco aveva sposato Circe, e poi l’aveva uccisa. Altri associavano Ulisse a Nanas, re dei Pelasgi, antesignani degli Etruschi. Altri ancora sostenevano che Ulisse fosse arrivato in Italia, e vi avesse incontrato Enea, con il quale si sarebbe riconciliato, stringendo un patto di pace. La storia potrebbe essere stata diffusa dai Tarquini, re etruschi di Roma (e sedicenti eredi di Ulisse), per creare amicizia tra i due popoli rivali.
Circe era di casa nell’Italia antica: la sua dimora fu associata dai naviganti greci alla penisola del Circeo, un promontorio che può sembrare un’isola, come è descritta in Omero. La figlia del dio Sole, e zia di Medea e di Arianna, è rappresentata su due urne etrusche del Museo Guarnacci di Volterra mentre si aggira con un porcellino da latte in mano, circondata da personaggi con teste d’animali diversi innestate in corpi umani. Su un sarcofago al Museo Faina di Orvieto, Ulisse tiene la maga per i capelli e la minaccia con la spada, mentre due compagni, ancora nelle sembianze di bestie, attendono di riprendere quelle umane.
Una parente prossima di Circe era Feronia, antica dea italica della natura, nel cui tempio a Terracina si svolgeva un analogo rituale di affrancamento dalla schiavitù. Stando a quanto tramanda Servio, commentatore di Virgilio, gli uomini si sedevano da schiavi su un trono scavato nella roccia, e se ne rialzavano da liberi. Come la Potnia theron, o signora degli animali presente nelle antichissime religioni mediterranee dalla notte dei tempi, Circe era una maga capace di ammansire le bestie feroci, un’esperta conoscitrice delle piante, del giro degli astri e delle rotte dei marinai, oltre che una medium capace di evocare gli spiriti dei defunti (di qui il porcellino sacrificale, gradito agli dei e alle dee del sottosuolo). È lei che, nel canto decimo dell’Odissea, spiega a Ulisse il rituale necessario per evocare i morti nell’Ade, cosa che lui esegue puntualmente nel canto successivo, dopo essere giunto nel nebbioso paese dei Cimmeri.
Quest’ultimo era localizzato dagli autori greci presso l’antica Cuma, negli attuali Campi Flegrei, considerati con il lago d’Averno un classico «portale» verso l’Oltretomba. Sul sarcofago di Orvieto di cui sopra, l’ariete, sgozzato da Ulisse con la spada nell’evocazione dei morti, con la punta del muso agonizzante apre una specie di finestra sull’aldilà, attraverso cui si intravede una foresta rigogliosa, quasi dantesca, e parte dello scafo di Caronte.
Secondo alcuni autori greci, i Lestrigoni, giganti cannibali che si avventano sulla flotta di Ulisse scagliando rocce contro le navi, provenivano dalla Sicilia, vicino a Lentini, mentre per i poeti latini essi abitavano sulla costa meridionale del Lazio, nei pressi di Formia. Una teoria recente ipotizza che i Greci siano approdati in Sardegna e abbiano conosciuto la civiltà nuragica; la vista dei giganti di Mont’e Prama, statue colossali di arcieri, guerrieri e pugilatori, li avrebbe ispirati per localizzare lì i Lestrigoni.
Sul Tirreno, il luogo celebrativo di Ulisse per eccellenza era la grotta di Tiberio a Sperlonga, dove erano posti meravigliosi gruppi scultorei, copie romane di originali ellenistici, a formare una vera e propria Odissea di marmo, purtroppo sistematicamente fatta a pezzi da monaci insediatisi nella grotta nel VI secolo.
Anche l’Adriatico era pieno di luoghi omerici, portati dai naviganti greci con il loro bagaglio di miti. Scheria, l’isola dei Feaci, è Corfù, mentre Cefalonia è stata spesso identificata con l’Itaca descritta da Omero, anche per la presenza di insediamenti micenei.
Christopher Nolan le ha tuttavia preferito la rocciosa Favignana, il cui nome greco, Egusa, «isola delle capre», compare nell’Odissea. Man mano che le esplorazioni dei Greci si ampliarono, si allargarono anche le ipotesi sui viaggi di Ulisse, tanto che l’isola di Calipso si spostò a Pantelleria, Malta e nell’Oceano, oltre le Colonne d’Ercole.