Corriere della Sera, 29 settembre 2026
L’intelligenza artificiale in classe. Entusiasmo e dubbi degli studenti
La usano soprattutto per capire concetti difficili. Sanno che bisogna distinguere un aiuto da una scorciatoia. Pensano che potrà rendere la scuola un’esperienza più interessante. Ma, se l’intelligenza artificiale entrerà sempre più in classe, hanno un timore: che la capacità di ragionare diminuisca. E quasi uno su due si è chiesto: sto imparando davvero?
È il ritratto che emerge da «L’AI che reinventa la scuola», l’indagine realizzata da SWG per l’Osservatorio DisclAImer, promosso dal Corriere della Sera e da Intesa Sanpaolo, con il Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Sono stati intervistati 796 studenti di tredici istituti coinvolti in sperimentazioni sull’intelligenza artificiale. I risultati saranno presentati oggi a Brindisi durante DisclAImer, format ideato e condotto da Riccardo Luna per il Corriere.
«La ricerca non vuole valutare le performance scolastiche – spiega Alessandro Scalcon, senior consultant di SWG – ma considerare come cambia, una volta che i ragazzi fanno parte della sperimentazione con l’intelligenza artificiale, la loro visione sulla scuola e il loro rapporto con gli insegnanti e con la tecnologia stessa».
L’uso della tecnologia
Partiamo da un dato. Fuori dalla classe, l’intelligenza artificiale è già parte della vita degli studenti. Quasi tutti la usano: solo il 6% dichiara di non ricorrere mai all’AI per studiare o fare i compiti. Uno su tre (32%) lo fa spesso e per il 13% è parte integrante del proprio metodo di studio. Alle superiori l’uso frequente sale al 41%, alle medie scende al 22%. «Nelle classi sperimentali non si verifica, come ci aspettavamo, un aumento d’uso. Anzi, l’utilizzo diventa più consapevole, più critico e finalizzato» aggiunge Scalcon.
I più giovani
Le differenze più forti sono tra le età. I più piccoli guardano al futuro con più preoccupazione. Alla domanda su “cosa cambierà con l’AI sempre più presente a scuola”, i ragazzi delle medie prevedono meno autonomia nello studio, meno voglia di studiare e soprattutto meno capacità di ragionare. «Questo è un dato che ci ha colpito moltissimo. Già alle scuole medie registriamo una forte componente riflessiva. Il 68% dei più giovani chiede alla scuola orientamento di fronte ai cambiamenti e al futuro» spiega Scalcon.
In aula
Il risultato meno scontato riguarda, forse, quello che succede in classe. L’intelligenza artificiale dà sicurezza: il 63% degli studenti dice di essersi sentito più sicuro quando non capiva una cosa, il 54% si è appassionato a materie che prima gli piacevano meno e il 45% ha trovato più coraggio per esporsi e fare domande. Ma c’è spazio anche per i dubbi. Il 46% si chiede se sta imparando davvero e il 34% racconta di aver evitato di dire la sua in classe per paura di sembrare poco intelligente «a causa dell’AI». Tra i ragazzi delle medie la quota sale al 40%.
Le competenze necessarie
Cosa serve, allora, per essere studenti nell’era dell’intelligenza artificiale? Al primo posto, per quasi uno su due, c’è saper ragionare con la propria testa e farsi domande. Seguono saper usare bene gli strumenti digitali e l’AI, poi saper verificare se un’informazione è affidabile: insomma più fact-checking. Una competenza più sentita nelle classi che partecipano alla sperimentazione rispetto alle classi di controllo (35% contro 30%). In fondo alla classifica finiscono le competenze su cui la scuola si è sempre basata: memorizzare, essere costanti e disciplinati. Le indica appena uno studente su cinque.
«I dati mostrano che le nuove generazioni guardano all’intelligenza artificiale con interesse e senso di responsabilità» commenta Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo. «Sono consapevoli dell’importanza che assumono il pensiero critico e la capacità di verificare le informazioni. Con Build Your Future di Intesa Sanpaolo, abbiamo incontrato 45mila studenti proprio per ispirarli sulle competenze necessarie a orientarsi in un mercato del lavoro in trasformazione».
La relazione con i professori
Con i professori il rapporto tiene, anzi migliora. Lo dice il 38% degli studenti delle classi in sperimentazione e il 30% di quelle di controllo. Solo uno su dieci pensa che stia peggiorando.
L’insegnante del futuro è simile a un coach del pensiero critico che al docente capace di spiegare bene i contenuti. Il suo compito più importante, per quasi la metà degli intervistati, sarà aiutare gli studenti a ragionare con la propria testa. Segue la capacità a usare bene gli strumenti digitali. E qui la sperimentazione fa la differenza: lo indica il 46% degli studenti delle classi coinvolte, contro il 36% delle classi di controllo.
Il futuro
Gli studenti la immaginano più appassionante e meno teorica. Con una richiesta: due su tre (67%) vogliono che valorizzi di più l’originalità e le idee divergenti. Ma quasi sei su dieci (57%) pensano che si studierà meno e il 52% che si ragionerà meno. Resta una questione aperta e tocca il senso dello studio. Metà degli studenti teme che con l’AI il merito diventi più difficile da riconoscere, scoraggiando chi si impegna. E il dubbio di non imparare davvero non è solo loro: uno studio del MIT Media Lab, che ha fatto discutere, ha osservato che chi scrive saggi con ChatGPT mostra un’attività cerebrale meno attiva e fatica a ricordare quello che ha appena scritto. Ed è la domanda da cui siamo partiti: se imparare diventa più facile, come si dimostra di aver imparato davvero?