Corriere della Sera, 29 settembre 2026
Intervista a Mia Ceran
Mia Ceran, è nuovamente alla conduzione di Tv Talk su Rai3. Massimo Bernardini ci ha passato vent’anni. Lei è pronta a fare altrettanto?
«Ci metterei la firma. Anche perché saranno vent’anni in cui la televisione cambierà ancora molto».
Ma ci sarà sempre?
«Certo. Non ho dubbi. Cambierà forma e cambieremo noi modo di fruirne. Non dimentico quando eravamo in 40 stipati nel mio micro appartamento romano a guardare la memorabile puntata di Berlusconi ospite da Santoro».
Quando spolverò la sedia dove si era seduto Travaglio.
«Un momento incredibile, assistevamo a qualcosa di storico. Quei passaggi di televisione sono sempre più rari. Forse solo Sanremo ci tiene tutti insieme sul divano».
«Alto e basso», come in Tv Talk, in lei coesistono. Ha detto di amare molto Temptation Island...
«È un format perfetto. E secondo me, ogni volta che la tv riesce a intercettare un pubblico molto largo, c’è poco da fare gli schizzinosi».
Dei fuoriclasse in tv?
«Antonella Clerici, per esempio. Ero da lei qualche giorno fa. Ha molti livelli di lettura: ha questa capacità di essere accogliente, calda, di mettere a proprio agio ospiti e pubblico, lo spettatore si sente a casa; ma Antonella è anche una conduttrice-regista, sa tutto della televisione, dalla scenografia alle luci ai costumi. Poi c’è Maria De Filippi, che fa ancora un altro campionato. Ve ne sono di fuoriclasse, in ambiti diversi. Dirò una cosa impopolare».
Quale?
«La televisione è meritocratica. Il fuoriclasse televisivo è mediamente uno con una serie di competenze maturate sul campo negli anni, con un lavoro di squadra importante».
I social?
«Sono un’autoregia selettiva. Che funziona benissimo. Ho diversi influencer che seguo e mi piacciono. Difficile però che facciano bene fuori dalla loro grammatica. Mattia Stanga, che mi diverte molto e che trovo brillante, era stato bravo al festival di Sanremo».
Lei ha cominciato giovanissima, mentendo anche sulla sua età, alla Cnn. Ok la Rai, ma non le dispiace un po’ non aver fatto una carriera «americana»?
«Finii lo stage a 20 anni, non ero neanche laureata. In America non resti stagista una vita, quindi mi proposero il cursus honorum classico: vai ad Atlanta, sede principale della Cnn, inizi dal desk come tutti e poi ti fai la tua carriera. Ad Atlanta le uniche cose sono la Cnn e la sede della Coca-Cola. Non ho rimorsi. Pur di stare in Italia avrei anche rinunciato a fare la giornalista, conosco l’ambito italiano, mia madre ci lavorava, ma mai avrei usato i suoi contatti. Poi il mio ex capo alla Cnn è passato a Mediaset e mi ha richiamata».
Madre bosniaca, padre tedesco. Lei è nata in Germania e ha vissuto tra l’America e Roma, Nord per la precisione. Siete tutti innamorati, quasi un po’ fissati con l’Italia. Perché?
«Mia mamma veniva dalla ex Jugoslavia, per arrivare in Italia facevano ore di macchina. Ha deciso di vivere qui a 13 anni, quando vide per la prima volta la Cappella Sistina. Dopo mille giri ce l’ha fatta. Mio padre era il classico turista tedesco dell’Adriatico. Entrambi avevano il mito dell’Italia. A 18 anni potevo decidere di andare ovunque, avevo fatto domanda in diversi college americani, ma non l’ho fatto».
Cosa c’è qui di irrinunciabile?
«Sono estremamente grata di avere due figli nati qua. Non esiste un altro posto con questa densità culturale, con questa ricchezza, questa bellezza... ora sembro Farinetti».
Ha fatto programmi molto diversi: dove si è divertita di più?
«Se parliamo di risate, quando ho lavorato con la Gialappa’s. Anche se è stato un po’ l’anno del militare: loro sono severissimi, spietati, crudeli nel formarti».
Che mamma è Mia Ceran?
«Ho meno tempo a disposizione ma faccio più cose di prima. Ho il feticcio del multitasking: quando ho tanto da fare riesco a darmi meglio le priorità. Sono una giocoliera. È importante il villaggio: il mio compagno presente, la famiglia, i nonni. Senza i miei figli non credo che avrei avuto, anche sul lavoro, la stessa lucidità e consapevolezza».
È più una mamma italiana o balcanica, come la sua?
«Sono sicuramente la più severa di tutte le mie amiche, su questo non ho rivali nel mio gruppo. Ma sono infinitamente meno severa di come è stata mia madre, anche quando avevo cinque anni».
Severa, lei, come?
«Per me, ad esempio, non tutti i no vanno spiegati a un bimbo piccolo. Credo che un perimetro renda i bambini più sereni. I miei figli non decidono quando si mangia, dove andiamo: devono imparare a fidarsi del fatto che stai facendo la cosa migliore per loro, almeno in questa fase. Ho anche ereditato un’educazione a incentivi».
La severità con lei ha portato i suoi frutti, indubbiamente.
«Io non ho mai avuto un capo più severo di mia madre. Ammetto che quel modello ha generato effetti performativi e lavorativi. Crescendo smetti di dare importanza al giudizio di un genitore. Io non mi ci misuro più. Non sento neppure di dover compiacere nessuno».
Sua madre sarà certamente orgogliosa di lei.
«Me lo dice spesso, sì. Ma oggi questo è il lavoro che faccio per me stessa. Perché lo amo».
Con Federico Ferrari (manager di Hugo Boss) avete costruito una bellissima famiglia. Il momento più felice?
«Fatico a parlare di felicità, la sento come una cosa talmente fragile che non va neanche detta. Sono un po’ scaramantica, voglio proteggere ciò che la vita mi ha donato».
Lei sembra molto quadrata. Fa mai colpi di testa?
«Come spesso accade a chi pianifica molto, tante cose le lascio capitare. Faccio uno strappo alla regola e parlo di privato».
Prego.
«Io sono una monogama seriale, ho sempre avuto relazioni lunghe. Però, quando ho incontrato il padre dei miei figli, non avevo minimamente capito. Per la prima volta volevo essere leggera, non pontificare sul futuro, concedermi un momento di relax. E proprio in quel momento ho incontrato lui. Negli anni si è rivelato, per come sono io, uno splendido incastro. Il migliore stimolo che potessi avere nella vita».
A proposito di monogamia seriale: è stata molti anni col giornalista Malcom Pagani. Oggi, in che rapporti siete?
«Siamo amici. Ci vogliamo bene. Le persone di valore che si incontrano restano in altri modi nella vita».
Dove ha incontrato il suo compagno?
«A casa di un amico comune, Federico Russo, con cui lavoravo all’epoca di “Quelli che il calcio”. Mi disse: “Stasera vieni da me che beviamo qualcosa con il gruppo storico di Mtv”. E in mezzo ci ho trovato questo ragazzo, che mi è piaciuto fisicamente, mai avrei pensato che sarebbe diventato così importante. A volte entri in una dimensione in cui al razionale sfugge qualcosa».
La vita accade.
«Anche con il surf mi è successo così».
Il surf?
«Alla soglia dei 40, un po’, chi sei lo sai. E io non sono mai stata una da baldoria, da serata matta. Nel surf mi sono lanciata senza nessun motivo di pensare che sarei stata brava».
Ma le è piaciuto molto...
«È uno sport faticoso, a cui devi dedicare tanto tempo. Mi piace stare nella comunità dei surfisti, un posto che ti tiene lontana dal mondo».
In effetti niente male la comunità dei surfisti.
«Io e il mio compagno, due-tre volte l’anno prendiamo un volo solo per andare a surfare. Sei in un posto in cui cadono le sovrastrutture: non sei nessuno, non vieni da una città che ti riconosce, da un lavoro in cui ti sei fatta un nome. Ci sei tu, da sola, in mare per ore. C’è questa immagine bellissima del surfista che cavalca l’onda: i 30 secondi di gloria dopo ore di attesa, remate, fatica».
Dove andate di solito?
«Il posto del cuore è Fuerteventura, che è anche il più strategico. Adesso che i bambini sono un po’ più grandi l’idea è iniziare a fare viaggi a più lungo raggio, portandoceli dietro».