Corriere della Sera, 29 settembre 2026
Così Teheran spinge gli Usa a far arretrare le proprie navi
Contatti attraverso i mediatori, smentite e irrigidimenti tattici di Teheran, le solite profezie di Trump sulla fine imminente o meno della crisi. La diplomazia, per fortuna, non si è ancora stancata di cercare una via d’uscita. Ieri un funzionario americano ha fatto filtrare alla Cnn e a Fox che Trump è disposto a togliere delle sanzioni e sbloccare i fondi congelati in cambio di «progressi concreti sul nucleare».
Intanto dalla regione arrivano notizie interessanti sul fronte militare. La prima è apparsa sul canale Nbc: secondo la tv gli iraniani sono riusciti a colpire negli scorsi giorni una nave americana provocando il ferimento di oltre una dozzina di Marines. Una conferma di quanto rivelato il 14 settembre da Fox News.
Secondo questa tv, era stata coinvolta un’unità d’appoggio noleggiata dal Pentagono per la protezione del traffico attraverso Hormuz. Un esperto non ha escluso che i militari coinvolti avessero il compito di gestire sistemi anti-droni aggiunti allo «scafo». I pasdaran, però, avrebbero creato danni, forse anche con un missile.
L’informazione è stata subito collegata a indiscrezioni uscite nel fine settimana. Alcuni osservatori, basandosi su foto satellitari cinesi, hanno affermato che le due portaerei statunitensi schierate nell’operazione si erano allontanate di molto dal settore per il timore di essere colpite da missili cruise. Una manovra accompagnata dal doppio annuncio di alcuni dirigenti dei pasdaran: abbiamo nuove armi con le quali ingaggiare la flotta nemica, siamo pronti ad estendere le rappresaglie anche all’Oceano Indiano.
L’intelligence dei guardiani, secondo alcuni analisti su X, ha spiegato in pubblico la propria strategia. L’Iran non solo ha inflitto perdite agli Stati Uniti e alle sue installazioni, ma anche reso le basi meno sicure al punto da renderne costosa la tutela. Sempre stando a questa interpretazione, la geografia e il materiale bellico a disposizione (di nuovo droni-kamikaze, missili) hanno costretto Washington ad allontanare o disperdere i propri mezzi. In effetti – e ciò è stato descritto ampiamente anche dai media occidentali – gli Usa hanno spostato assetti in Giordania (presa di mira comunque) o in Israele, inoltre è venuta meno la componente logistica rappresentata dal comando in Bahrein, la sede della V Flotta attaccata ripetutamente così come le piste in Qatar oppure in Arabia.
Nella visione dei pasdaran l’invio di rinforzi da parte del Pentagono si trasformerebbe in un aumento dei bersagli a disposizione. C’è in questa affermazione una parte di verità ma anche una buona porzione di propaganda che rispecchia il messaggio diffuso dalla Repubblica islamica fin dall’inizio del conflitto. Ossia che l’Iran è disposto a soffrire, a pagare un prezzo pesante inflitto da una eventuale nuova offensiva degli Usa, ma è certo che alla fine il successo sarà dalla sua parte perché gli avversari non avrebbero la voglia e la determinazione di continuare in una missione dispendiosa dove non c’è possibilità di raggiungere un risultato certo. Con una complicazione ulteriore rappresentata dalla penuria di munizioni per lo scudo, problema cronico e non risolvibile in tempi brevi.
Il riferimento alla geografia sottolinea l’importanza della carta Hormuz e di Bab el Mandeb – grazie agli Houthi – in Mar Rosso. La resistenza militare è agganciata ad una posizione negoziale che punta ad ottenere un nuovo ordine. Nulla sarà come prima, è lo slogan-chiave di Teheran.
Tutto ciò non mette al riparo la Repubblica islamica da nuove tempeste. The Donald può sempre ordinare nuove ondate di strike (anche se al Pentagono non sono pochi coloro che lo sconsigliano) e c’è il rischio, paventato da alcuni, di una situazione di né pace-né guerra che si trascina all’infinito mentre i nemici trovano alternative.