Corriere della Sera, 29 settembre 2026
Garlasco, i pm: «Sulla bici non c’era Dna di Chiara. I Ris lo sapevano ma nascosero il dato»
«I carabinieri del Ris di Parma agli ordini del generale Luciano Garofano sapevano che il test del Dna sui pedali della bici di Stasi era negativo ma nascosero i risultati che provavano la sua innocenza». Dopo quasi due anni di indagini, nel giorno della chiusura la nuova inchiesta dei pm di Pavia sul delitto di Garlasco arriva alla più clamorosa delle ipotesi. Non solo secondo i magistrati diretti da Fabio Napoleone e i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, Alberto Stasi è stato condannato ingiustamente a 16 anni per omicidio, ma la sua innocenza era già evidente nel 2007, prima del fermo, quando due test di controllo sul famoso «materiale altamente cellulato» – che inizialmente si disse fosse sangue – trovato sui pedali nella bicicletta Umberto Dei e diventato uno dei sette elementi su cui si è basata la condanna in Cassazione, erano risultati negativi. Tuttavia di quegli esiti non ce ne è mai stata traccia negli atti dell’indagine, né gli inquirenti ne hanno mai parlato durante i cinque processi che hanno portato alla condanna definitiva dell’ex fidanzato.
La scoperta è arrivata grazie ai «dati grezzi» e ai documenti recuperati proprio al Ris di Parma dalla Procura di Pavia. L’analisi di quel materiale compiuta sia dai consulenti genetici dei legali di Stasi, sia in modo autonomo da quelli della Procura Carlo Previderé e Pierangela Grignani, ha portato a identici risultati: «Di queste due corse elettroforetiche dei relativi tracciati completamente negativi non si è rinvenuta traccia in alcun atto del procedimento/processo celebratosi a carico di Stasi Alberto». Nei giorni scorsi i pm di Pavia e i carabinieri del colonnello Antonio Coppola hanno interrogato alcuni carabinieri dei Ris che si occuparono delle analisi. Venerdì è toccato al loro comandante Luciano Garofano.
Tutto ruota intorno al famoso campione di materiale genetico della vittima repertato l’11 settembre 2007 durante le prime indagini dagli uomini dell’allora comandante Garofano, sui pedali della bicicletta da uomo sequestrata a Stasi. Il giorno precedente il mezzo era stato sottoposto a ispezione ed esame luminol e al combur test (per cercare tracce di sangue), entrambi risultati negativi. I Ris hanno poi effettuato due campionamenti sui pedali denominati «bu_p1» e «bu_p2» infine uniti in un unico campione chiamato «bu_p». I genetisti di Parma avevano poi effettuato l’estrazione e la quantificazione di quel campione. Il primo esame era però stato «inibito». Tre giorni dopo, il 19 settembre, i Ris avevano proceduto alla purificazione e a un secondo tentativo di quantificazione. Il risultato di quel test era stato sorprendente: 2,78 nanogrammi. Un quantitativo «enorme» perfettamente sovrapponibile a quello della vittima, Chiara Poggi. Il giorno successivo a quel risultato «decisivo», qualcuno però ai Ris di Parma effettuò in segreto due nuove prove di «verifica». Entrambe negative ma le tracce di quegli esami non comparvero mai nel fascicolo d’indagine e mai vennero date alla procura. E mai nessun carabiniere, né il generale Garofano, ne parlò mai. Gli esami vennero svolti come accertamenti tecnici non ripetibili e senza la presenza dei consulenti di parte, come confermato dai verbali di quei giorni.
Il ritrovamento del Dna di Chiara Poggi sui pedali all’epoca fu un elemento decisivo che fece scattare il 24 settembre sulla base della relazione preliminare dei Ris alla pm Rosa Muscio, il fermo di Stasi. Provvedimento poi non convalidato. La questione però fu uno dei punti più forti delle sentenze di condanna all’ex fidanzato. Quanto sostiene oggi la procura di Pavia è clamoroso: il giorno dopo quell’esame, il 20 settembre 2007, nei laboratori dei Ris di Parma qualcuno ripeté per due volte il test senza lasciare la minima traccia negli atti. Decisivi i «raw data», i dati grezzi, di cui la procura di Pavia è entrata in possesso dai Ris il 6 novembre 2025, ossia i «registri» delle macchine usate in laboratorio. In quei file, non modificabili, è stata trovata traccia delle due controanalisi risultate negative.
La difesa di Alberto Stasi, con il legali Giada Bocellari e Antonio De Rensis, alla chiusura delle indagini di maggio ha così dato mandato ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello di effettuare una consulenza per chiarire le possibili spiegazioni di quei risultati. E lo stesso hanno fatto i pm diretti da Fabio Napoleone e dall’aggiunto Stefano Civardi che già dopo la prima, parziale, chiusura indagini avevano avanzato l’ipotesi che quei 2,78 nanogrammi fossero in realtà il frutto o di un errore nella registrazione dei dati, oppure di uno scambio di provette visto che il campione era sovrapponibile «ai decimali» a quello del cucchiaino usato dalla vittima per fare colazione. Quei «raw data» furono richiesti in più occasioni dai legali di Stasi ma non vennero mai forniti dai Ris. Ora la svolta clamorosa: per i pm di Pavia il Dna sui pedali non è mai esistito.