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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Siamo intellettuali o influencer?

Il concetto di “intellettuale pubblico” è relativamente recente. Figure intellettuali di spicco sono state celebrate per secoli: si pensi a Platone e Socrate, ai Padri della Chiesa, fino a Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Voltaire e così via.
Non erano “pubblici” nel senso moderno del termine, poiché all’epoca gli strumenti e il contesto per la diffusione delle idee erano assai limitati: poche persone sapevano leggere o avevano accesso ai libri. In altre parole, il “pubblico” di riferimento era estremamente ristretto.
È nel XIX secolo, con l’espansione del capitalismo, che assistiamo alla nascita degli intellettuali pubblici: l’alfabetizzazione si diffuse capillarmente, l’istruzione divenne obbligatoria, i libri divennero più economici e sorsero i quotidiani di massa.
Nel periodo tra le due guerre, la radio si diffuse; successivamente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, vi fu la rivoluzione televisiva. Infine, nell’ultimo decennio circa, la diffusione di internet ha dato vita ai cosiddetti social media.
Intellettuali e non hanno così potuto disporre di una straordinaria varietà di strumenti per diffondere le proprie opinioni. Un esempio è Louisa Munch, docente precaria in un’università britannica: le sue idee progressiste e i suoi consigli di lettura sono seguiti su Instagram da 350mila persone, un numero superiore a quello dei lettori del «The Times» o degli acquirenti del «Guardian». Oggi, i cosiddetti “influencer” (non gli intellettuali) raggiungono un pubblico molto più vasto rispetto ai tradizionali intellettuali pubblici, come Jean-Paul Sartre una volta o Noam Chomsky oggi. Joe Wicks (quarantenne) è un personal trainer e conduttore televisivo britannico che conta 4,7 milioni di follower su Instagram. Il suo primo libro di cucina (Lean in 15 Minutes, 2015) ha venduto quasi un milione di copie. I suoi consigli sui ristoranti contano molto più di quelli di autorevoli critici gastronomici sui giornali. Il suo patrimonio netto è stimato in 55 milioni di sterline. Un tweet di Elon Musk può essere visualizzato più di 50 milioni di volte. Il libro più celebre di Derrida, Della grammatologia (1967), fu considerato un successo straordinario quando raggiunse le 100mila copie vendute.

Si potrebbe dire che i social media stiano affiancando gli intellettuali pubblici, proprio come la radio e la televisione acquisirono maggiore importanza rispetto ai quotidiani e ai settimanali affermati. Quando pensiamo agli intellettuali pubblici, ci vengono in mente figure come André Gide, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir in Francia, Bertrand Russell in Gran Bretagna, Hannah Arendt, Susan Sontag, Judith Butler e Noam Chomsky negli Stati Uniti, Umberto Eco in Italia, nonché Jürgen Habermas e Günter Grass in Germania. Cosa hanno in comune? Hanno raggiunto la notorietà in ambiti non immediatamente politici: scienza, letteratura, filosofia. In altre parole, hanno utilizzato quello che Pierre Bourdieu (anch’egli intellettuale pubblico) definiva “capitale culturale” per intervenire nelle questioni di attualità.
Si riteneva che l’eccellenza e la notorietà raggiunte da queste persone in un determinato campo conferissero un certo peso alle loro opinioni sull’attualità. Non è tanto che le loro argomentazioni convincessero molte persone, quanto piuttosto che esse avvaloravano punti di vista già esistenti.
Occorre dunque distinguere tra questi intellettuali pubblici di stampo tradizionale, che prediligevano nettamente la parola scritta, e quelli più recenti, come Jürgen Habermas, che hanno fatto ampio ricorso a radio e televisione per dialogare con il pubblico.
Una delle peculiarità degli intellettuali pubblici è che, pur essendo figure engagées (impegnate) e collocandosi per lo più a sinistra, di norma non sono legati a uno specifico partito politico; ciò trasmette l’impressione che non siano vincolati a organizzazioni precostituite e che godano di libertà d’azione. Gli intellettuali pubblici di oggi sono sempre più “intellettuali mediatici”. La loro notorietà dipende anche dalla posizione del loro Paese d’origine nel sistema culturale globale. È ovviamente un vantaggio essere francesi o scrivere in inglese, mentre è più difficile se si è italiani o tedeschi. Gli intellettuali pubblici non occidentali sono scarsamente conosciuti in Occidente.
Gli intellettuali pubblici tendono a essere progressisti, ma anche la destra ha annoverato un numero considerevole di intellettuali pubblici.
L’importanza cruciale della televisione come fattore principale del declino degli intellettuali tradizionali è evidente nell’ascesa di Oprah Winfrey, celebre soprattutto per il suo talk show, The Oprah Winfrey Show, andato in onda per 25 anni (dal 1986 al 2011); il programma offriva una piattaforma non solo a intellettuali pubblici, ma soprattutto a celebrità come Michael Jackson e Tom Cruise. (…) Secondo una stima del «New York Times», il suo sostegno alla candidatura presidenziale di Obama nel 2007 contribuì a far guadagnare al candidato un milione di voti. «Vanity Fair» dichiarò che Oprah Winfrey «esercita sulla cultura un’influenza maggiore di qualsiasi rettore universitario, politico o leader religioso, fatta forse eccezione per il Papa».
Come si diventa intellettuali pubblici? Innanzitutto bisogna acquisire notorietà in un ambito riconosciuto; poi occorre sfruttare tutti gli strumenti tecnologici disponibili per la diffusione delle idee, esprimendosi in una lingua globale e, possibilmente, da un Paese che eserciti un’influenza su scala mondiale. Detto ciò, è assai probabile che ad affermarsi saranno i nuovi “influencer” capaci di utilizzare i moderni strumenti tecnologici di diffusione intellettuale – i social media – oggi facilmente accessibili.