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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Sulla tomba di Borges

Lo scorso 14 giugno, nella domenica in cui gli svizzeri erano chiamati a decidere per via referendaria se fissare un tetto massimo di dieci milioni per la loro popolazione restringendo ulteriormente i diritti di residenza per gli stranieri, si teneva una piccola cerimonia in onore di un residente straniero che riposa nel cimitero di Plainpalais: lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, morto nello stesso giorno di quarant’anni prima a Ginevra. Il Borges adolescente aveva imparato ad amare la città del riformatore Calvino, dove la sua famiglia era stata costretta a stabilirsi in attesa che finisse la Prima guerra mondiale. Borges, tuttavia, disse più volte, in interviste e poesie, che aveva sempre vissuto e sempre avrebbe vissuto a Buenos Aires, la città dov’era nato e per cui aveva inventato una mitologia di gente di malaffare e case tetre.
Ma la sua seconda moglie, María Kodama, decise altrimenti e la coppia partì per Ginevra pochi mesi dopo che allo scrittore era stato diagnosticato un cancro al fegato. Adolfo Bioy Casares, forse l’unico vero amico di Borges, annotò nel suo diario che l’ultima volta che parlarono al telefono Borges gli disse che non sarebbe più tornato, e poi scoppiò in lacrime.
Le autorità svizzere, prima con riluttanza e poi prendendo coscienza dell’onore che rappresentava per loro quella salma argentina, acconsentirono all’erezione di una modesta lapide nel cimitero di Plainpalais, creato alla fine del XV secolo per i morti di peste. La tomba di Borges è a un tiro di schioppo da quella che reca le iniziali di Giovanni Calvino, anche se nessuno sa dove si trovi esattamente il corpo del predicatore, per via del fatto che quel discreto puritano chiese di essere seppellito in un luogo segreto onde evitare che il luogo del suo eterno riposo potesse diventare meta di pellegrinaggi. La lapide di Borges reca un epitaffio in anglosassone tratto da uno dei suoi ultimi racconti, Ulrica, che parla di un professore di mitologia norrena che si innamora di una donna danese ma non riesce a trovare il coraggio di esternarle i suoi sentimenti. Questa la traduzione delle parole in anglosassone: «Prese Gram, la sua spada, e pose la lama nuda fra loro due». María Kodama rivelò che il racconto parlava interamente di lei.
La cerimonia a cui ho presenziato era organizzata da un esule argentino, Marcos Liyo, che ha messo su a Ginevra un piccolo gruppo di ammiratori di Borges, Los Conjurados, dal nome di uno dei suoi libri. C’era una serie di scrittori e giornalisti, uno dei primi biografi di Borges, Alejandro Vaccaro, e un’accademica francese, Annick Louis, che quella sera ha tenuto un’illuminante lezione sulle controverse posizioni politiche del grande scrittore. Liyo aveva chiesto a ognuno di noi di leggere una poesia di Borges. Io ho scelto Il rimorso, un sonetto che mio padre aveva ritagliato dal giornale di Buenos Aires in cui era stato pubblicato la prima volta e aveva tenuto sotto al letto fino al giorno della sua morte. Il primo verso recita: «Ho commesso il peggiore dei peccati che un uomo possa commettere: non sono stato felice». Dopo la lettura delle poesie, Liyo ha premurosamente distribuito delle rose gialle con un lungo stelo da depositare sulla tomba di Borges, in omaggio alla sua poesia Una rosa gialla.
Con elvetica pignoleria, la direzione del cimitero aveva concesso a Liyo un’ora e mezza, non un minuto di più, per la cerimonia. Mentre ci apprestavamo alla scarpinata del ritorno, con solo pochi secondi ancora a disposizione, uno scrittore colombiano mi ha chiesto se avessi notato la tomba dietro a quella di Borges. Nella penombra delle fronde, una lapide piuttosto recente recava scritto: «Grisélidis Réal: artista – poetessa – prostituta – 1929-2005».
Non avendo mai sentito parlare di questa Grisélidis Réal, tornato a casa ho cercato informazioni su di lei e ho scoperto che aveva condotto una vita a dir poco colorita. I suoi genitori erano due insegnanti di Losanna che lavoravano all’estero e Grisélidis trascorse l’infanzia ad Alessandria e ad Atene, e successivamente studiò arte a Zurigo. Dopo una giovinezza ribelle e un primo, turbolento matrimonio, cominciò a lavorare in Germania come prostituta, professione in cui a quanto pare eccelse, fino al momento di andarsene in pensione, nel 1995, a sessantasei anni. Nell’ultima parte della sua vita divenne una battagliera militante per i diritti delle prostitute, sostenendo che la prostituzione poteva essere una libera scelta e applicando al suo vecchio mestiere il motto marxista «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Per documentare la sua campagna, la Réal creò nella sua modesta casa di Ginevra un archivio internazionale sulla prostituzione. Morì di cancro nel 2005, lasciando quattro figli e un compagno devoto. Pubblicò diversi e apprezzati libri di poesia, narrativa e memorie. La scrittrice canadese Nancy Huston ha detto che le sue poesie sono fra le più belle della nostra epoca.
Nel 1923 Borges aveva dedicato la sua prima raccolta di poesie ai suoi lettori, aggiungendo un’interpretazione molto personale di «solo gli dei sono artefici del nostro destino». La dedica recita: «Se le pagine di questo libro consentono qualche verso felice, mi perdoni il lettore la scortesia di averle usurpate io, previamente. I nostri nulla differiscono di poco; è banale e fortuita la circostanza che sia tu il lettore di questi esercizi, ed io il loro estensore». Applicando queste parole al triangolo di tombe nel Plainpalais, Borges probabilmente avrebbe trovato divertente scoprire che fra la tomba dell’uomo che giudicava l’infelicità come un peccato e quella dell’uomo che definì il peccato come un fallimento del nostro libero arbitrio sia collocata quella di una donna che riteneva che essere pagati per dare felicità non possa mai valere come peccato agli occhi di un Dio di infinito amore.