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 2026  settembre 28 Lunedì calendario

Ognuno spende per sé: così i Paesi Ue buttano 44 centesimi ogni euro di armamenti

Mille duecento miliardi di euro. È la cifra che i Paesi europei della Nato prevedono di spendere entro il 2030 per nuove armi e attrezzature, secondo i dati dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, analizzati da Investigate Europe. La sola Germania, come si legge in un documento segreto del ministero della difesa, prevede di spendere l’enormità di 397 miliardi. Problema: tutte queste nuove armi non renderanno la difesa europea più efficace di fronte a un potenziale attacco nemico o al disimpegno Usa, secondo l’inchiesta di Investigate Europe in 10 Paesi europei. Manca la volontà e la fiducia per costruirle insieme: ogni governo resta ancorato alla sovranità nazionale, procedendo al proprio riarmo in modo autonomo.
“Ogni governo ordina quantità relativamente piccole da singoli fornitori, che sono in genere fornitori nazionali, e quindi il prezzo unitario è in realtà molto elevato: spendiamo troppo per ciò che otteniamo e questo è in parte il risultato della frammentazione del mercato”, dice l’economista di Breugel Guntram Wolff. È noto che le forze armate europee utilizzano 178 diversi sistemi d’arma, mentre quelle Usa solo 30. Il Servizio di ricerca dell’Europarlamento ha calcolato che “i governi nazionali continuano a perdere circa 44 centesimi per ogni euro investito in equipaggiamenti di difesa a causa della mancanza di un approccio europeo integrato”. I governi Ue potrebbero ridurre i costi della difesa di un terzo, 400 miliardi, invece spendono senza freni.
Prendiamo l’acquisto in Germania di 200 nuovi Puma, veicoli da combattimento della fanteria prodotti da Rheinmetall e Knds: costo stimato 4,2 miliardi, 20 milioni l’uno. Il Puma è così costoso che nessun altro governo lo vuole: al contrario ben nove Stati si stanno equipaggiando con il CV90 della società anglo-svedese Bae Systems Hägglunds, che soddisfa gli standard Nato e costa circa 10 milioni, la metà. Non meno controversa è la dotazione dei 34.000 veicoli della Bundeswehr con un sistema radio digitale della Rohde & Schwarz, il cui costo è di circa 60.000 euro per dispositivo e veicolo, mentre esistono alternative più economiche in Europa. “Più del prezzo, mi disturba che il sistema non funzioni affatto. Stiamo spendendo un sacco di soldi per cose che non funzionano”, afferma il deputato verde Sebastian Schäfer della Commissione Bilancio del Bundestag. In Germania gli esempi si moltiplicano, come l’acquisto di 23 carri di recupero “Büffel”, che il governo ha ordinato alla Rheinmetall nel 2025 senza gara d’appalto e nonostante un altro produttore tedesco, la Flensburger Fahrzeugwerke, avesse offerto il carro di recupero “Wisent” – utilizzato in altri 5 Paesi Nato – a metà prezzo e con tempi di consegna più brevi. Risultato: 230 milioni spesi più del necessario.
L’Italia non è da meno con la produzione di un nuovo carro armato da battaglia e di veicoli corazzati, il Panther KF51 e il Linkx KF41, per oltre 20 miliardi, che Leonardo dovrà sviluppare da zero insieme a Rheinmetall, anche se il produttore franco-tedesco di carri armati Knds porta avanti da tempo un progetto molto simile. “Il problema è che all’Italia è stata offerta la possibilità di partecipare al progetto franco-tedesco solo quando i prodotti erano già stati sviluppati, con una licenza altrui, una cosa inaccettabile”, spiega Pietro Serino, capo di Stato Maggiore dell’Esercito fino al 2024: “In base al nuovo accordo Leonardo-Rheinmetall ci sarà invece una ripartizione al 50-50”. In altre parole: l’obiettivo principale è garantire che la tecnologia e la produzione rimangano in mani italiane. Non è d’accordo il senatore M5S Bruno Marton: “Non ha senso produrre tutti questi carri armati in un Paese che confina a nord con le Alpi e ha il mare da tutti i lati. La Nato ci ha chiesto di produrli attraverso i capacity targets, una shopping list per Paese, approvata ogni quattro anni. Ora stiamo firmando contratti decisi nel 2023. Ma a cosa serviranno visto che la guerra è cambiata profondamente?”.
Allo stesso modo funziona la Francia, primo produttore d’armi in Europa, geloso della propria leadership, anche a costo di far capitolare progetti faraonici, se non sono guidati da Parigi. È successo da poco con l’aereo da combattimento di sesta generazione, il Fcas, un’iniziativa lanciata dieci anni fa: l’azienda francese Dassault non voleva condividere la leadership con la franco-tedesca-spagnola Airbus e alla fine i tedeschi hanno chiuso il rubinetto, ma solo dopo aver speso un miliardo (e Parigi 2). Il Fcas aveva un concorrente in Europa, ora rimasto solo: va avanti il Gcap (Global combat air programme) con l’Italia in prima linea insieme a Regno Unito e Giappone. Costo stimato per la sola fase di sviluppo: 100 miliardi. Il governo italiano ha triplicato le sue previsioni di spesa: dai 6 miliardi iniziali a 19. Lo storico aerospaziale Gregory Alegy spiega che un nuovo aereo di sesta generazione è necessario “perché gli Eurofighter o Rafale esistenti non sono stealth (invisibili al nemico) e non possono essere modificati”. Garanzia di successo – spiegano gli esperti – è che in questo progetto la governance sarà divisa in parti uguali tra Leonardo, la britannica Bae Systems e la Japan Aircraft Industrial Enhancement.
Bruxelles ha presentato un vasto piano per la difesa europea fino al 2030, la “Defence Readiness Roadmap”, approvata un anno fa da tutti i 27 governi. La cosa non ha avuto quasi nessuna conseguenza pratica: solo il 10% della spesa per la difesa passa dall’Ue.
La Commissione non si riesce a opporsi all’andazzo: il programma di prestiti Safe, 150 miliardi, avrebbe dovuto incrementare progetti comuni, ma una scappatoia permette agli Stati entro il primo anno di usare i soldi per finanziare liste degli acquisti già esistenti delle loro forze armate e persino per armi da aziende Usa. “Era l’unico modo per raggiungere quello che potremmo definire un compromesso”, ha risposto a IE il commissario alla Difesa Andrius Kubilius. Insomma, “Safe farà l’opposto di ciò che dovrebbe fare: aggraverà la frammentazione dell’industria della difesa e del mercato Ue della difesa invece di europeizzarlo”, spiega Federico Santopinto, direttore del centro studi Iris.