repubblica.it, 28 settembre 2026
Intervista a Sylvester Stallone
A ottant’anni Sylvester Stallone ha deciso di raccontare in un libro (The Steps) i suoi primi trenta, concedendosi l’indulgente nostalgia di chi, avendocela fatta, può guardare nel retrovisore il nessuno che è stato: sconosciuto, non amato, irriso perfino. Una lunga ascesa, garantisce lui da New York, verso la salvezza.
Leggere il suo libro mi ha lasciato una grande curiosità, me la tolga: che fine ha fatto “Poe”, la sceneggiatura che scrisse sull’autore più tormentato del suo tempo dopo esserne diventato un “esperto non ufficiale”?
«Curioso è che me lo chieda perché tempo fa stavo frugando tra i miei vecchi scritti e mi è capitato fra le mani quel copione, roba di cinquantatré anni fa. L’ho scorso e alla fine ho pensato: però, mica male e così ho pensato di riproporlo».
All’epoca aveva interessato Polanski e Friedkin. Oggi?
«Dovrebbe diventare un film per Amazon Prime».
Regge ancora?
«Ho dovuto fare dei cambiamenti, perché i tempi sono diversi. Centoquaranta pagine sono diventate novantasei. E ho puntato sull’aspetto visivo, riducendo i dialoghi. La vecchia versione seguiva la sua esistenza alla lettera: nacque, visse, morì. Questa la intreccia con i romanzi che ha scritto, perché sono lo specchio della sua vita, che è stata terribile, piena di lutti. Lo faccio vivere in un universo binario, tra realtà e fantasia».
Lei scrive di aver sentito un profondo collegamento con Edgar Allan Poe, in che senso?
«Non certo intellettualmente, non posso paragonarmi a lui, figuriamoci. Il punto è che Poe è stato un artista dimenticato. È morto a trentanove anni da perfetto sconosciuto, come Van Gogh. Il fatto di non essere celebrato non lo ha fermato, ha continuato a creare capolavori. È stato per me un grande esempio, un’ispirazione. Non mi ha concesso scuse per arrendermi. Nessuna distrazione, nessuna vita sociale, niente soldi, niente cene o feste, ma solo mettere parole in pagina. E ancora e ancora».
Lei ha scritto di Poe a ventisette anni, per scrivere di sé stesso e soltanto fino al successo di “Rocky”, ha aspettato di averne ottanta. Perché?
«The Steps non è la mia autobiografia, di me si è scritto tutto, su giornali, riviste, libri. Non ci sono più segreti. Una parte soltanto non era stata raccontata, quella che ha preceduto Rocky. Ho voluto che fosse una lezione sull’impegno. Che spiegasse come alla fine paga. E quindi non bisogna rinunciare al sogno, coltivandolo per tutto il tempo necessario».
Ho avuto l’impressione che la sua lezione insegni che per sfondare servono anche altre due cose: una vita molto difficile e dei genitori pessimi.
«In effetti è così. Dovrei ringraziare mio padre e mia madre per avermi trasmesso un senso d’insicurezza, per aver prodotto in me un complesso di inferiorità e per avermi fatto vivere nell’angoscia. L’ispirazione non abita in una casa felice. Non ho mai conosciuto un artista che lo fosse, non un grande scrittore che fosse contento di sé e della sua esistenza. Nel passato dei grandi c’è un buco nero. Lo scopo della vita diventa riempirlo, con il successo, la ricchezza, la fama, quel che vuoi, ma il buco si svuota nuovamente e si ricomincia. È una specie di dipendenza, come una droga».
Tra suo padre e sua madre è stata una bella gara a darle del fallito e a non riconoscere che non lo è stato. Sua madre ha lasciato vuota la poltrona riservata la notte degli Oscar perché non poteva portare anche la sua amica e parrucchiera. Suo padre che le ha rovinato una scena di “Rocky” in cui aveva voluto apparire, poi è scomparso. Lo ha perdonato?
«Vede, lui era come era perché non sapeva di poter essere altrimenti. Non aveva modelli diversi, migliori. Suo padre era freddo e arrogante. Non trasmetteva amore perché non sapeva che cosa fosse. Mi ricordo le cene della domenica sera, tutti attorno a un tavolo, mia nonna e mio nonno in silenzio per quarant’anni. Lui diceva: dite a lei di fare questo. Lei rispondeva: dite a lui che non me lo sogno. Avanti così: insieme e separati. Che cosa vuole che capisse mio padre dell’amore? Per lui significava essere vulnerabile, essere debole. Per questo, alla fine, cioè adesso, l’ho perdonato, sì, l’ho fatto».
Questo modello negativo, da imitare al contrario, l’ha aiutata nel mestiere di padre?
«È stata una lezione a lento rilascio. Ho scelto un ruolo narcisistico, individualista: quando sei un attore è difficile amare altri che sé stessi. Si vive su una lastra di ghiaccio molto sottile, si è esposti al fuoco dei rifiuti, tu ti ami e gli altri non amano te. Ne soffri, devi essere speciale per andare avanti. Ci ho messo quarant’anni per riuscire ad amare un essere umano che non fossi io».
Alla fine del libro ringrazia, tra gli altri, un Frank: è suo padre o suo fratello?
«È mio fratello, ma avrei potuto anche ringraziare mio padre. Io non sarei qui a parlare dei miei successi, non avrei scritto questo libro se la mia vita fosse stata tutta gioia. Fare l’attore è una cosa per chi ha fame d’amore, è un modo per uscire da sé, per essere qualcun altro, con una vita differente».
Eppure Rocky era anche un po’, molto anzi, Sylvester Stallone in quel momento, uno fuori dal giro, mal vestito e lasciato a marcire ai margini, finché gli capita la grande occasione.
«Sì, ma Rocky è molto più nobile e più umile di me. Lui non si lamentava, io sì. Lui poteva perdere senza dare la colpa al sistema, al mondo cattivo che non lo comprendeva. Ho preso me stesso e l’ho migliorato perché, a differenza di me, fosse amato. Rocky è semplice, è onesto. Io non ero così. Ora ho capito dove sbagliavo, ma ci sono volute le montagne russe su cui ti fa andare il destino perché succedesse. Ho dovuto scendere per risalire. Sono cresciuto. E ho salvato la mia anima».
Sicuro?
«Al cento per cento».
Lo ha deciso lei o glielo hanno detto?
«Me l’hanno detto. Mi stavano aspettando, aspettavano che arrivassi a quel punto e ce n’è voluto di tempo. Talvolta non capisci, pensi che siano gli altri a sbagliare e tu invece, nel giusto. Invece no, sei nel torto e non te ne rendi conto. Se hai fortuna, la realtà te lo fa capire, con la forza, colpendoti dove fa male. E poi, certo, mi ha aiutato anche tornare alla religione».
Di nuovo, occorre che la vita sia dura perché poi diventi sensata e piena? Non c’è alternativa?
«È sempre la stessa lezione. Gli uomini credevano di dover dimostrare il loro valore, la loro virilità, affrontando leoni, andando in guerra. Ora è diverso, le prove sono diverse. Divorzi, ti licenziano, perdi casa, famiglia, lavoro, sei a terra, e adesso? Adesso prova che sei un uomo. Non c’è altro che la lotta. La lotta è più importante della vittoria. Il dramma aiuta a farcela. Rialzarsi sempre, combattere sempre è quel che più conta, specialmente da vecchi».
Appunto, lei ha ottant’anni, confessa di aver vissuto, ma dov’è il dramma, dov’è la vita agra per le giovani generazioni?
«Non c’è. Tutto per loro è diventato troppo facile. Prenda la sfida per la conoscenza, che è la più importante e necessaria di tutte. Un tempo significava uscire di casa, quale che fosse il tempo, camminare, prendere un autobus, scendere, salire i gradini di una scalinata, leggere un libro, scrivere pagine di appunti, memorizzarle. Un ragazzo di oggi ottiene le stesse cose seduto a casa sua, al caldo, usando il cellulare. Non sono contro la tecnologia, se ci fosse stata ai miei tempi certo che l’avrei usata, ma vuoi mettere essere stato un cacciatore, un vero e proprio cacciatore, del sapere?».
C’è una cosa che l’ha aiutata, se non è una leggenda; si dice che lei abbia un quoziente d’intelligenza straordinario: centosessanta, quando la media è cento. È così?
«In effetti. Non credevo fosse possibile, ma è così. Me lo misurarono quando mi cacciarono da scuola. Mi mandarono in questo istituto tecnologico a Filadelfia e fecero le prove. Dove ottenni quei risultati però fu in una categoria particolare, che riguardava il pensiero astratto. Significa che ho una mente molto creativa. Nelle cose pratiche, in inglese, matematica, non resi altrettanto. Non avrei mai potuto essere un uomo d’affari».
Però ha messo la creatività al servizio della praticità. A leggere c’è sempre qualcosa da imparare in caso la vita si metta male. Nel suo caso, insegna come lavare al contempo sé stesso e gli abiti facendo la doccia vestito. Storia vera?
«È successo quando vivevo in un ostello per poveri, disperati e moribondi. Ho pensato che se mi fossi spogliato mi avrebbero rubato tutto e anche che era il modo più rapido ed economico per raggiungere l’obiettivo, in una lavanderia a gettone avrei perso tempo e denaro».
È vera anche la storia della cartomante spagnola che azzeccò la predizione sul suo futuro?
«Madame Pilar, sicuro. Era il 1969. Mi disse che lo spirito di un attore vegliava su di me. Che avrei recitato, ma dovevo evitare la commedia. Che se mi fossi sempre fidato del mio giudizio avrei avuto fortuna verso il 1976. L’anno di Rocky. Quando uscii da casa sua mi annotai queste cose su un taccuino. Ce l’ho ancora, potrei farglielo vedere. Nelle altre pagine ci sono le poesie e le stupidaggini che scrivevo in quel tempo, credendo che fossero cose uniche e profonde, ma non ero Yeats, a rileggerle poi mi sono imbarazzato. Però le ho ancora».
Visto che tiene di tutto, ha anche una copia di “Cavalli”, il primo cortometraggio che ha girato con la sua sceneggiatura e regia?
«Oddio, sì».
L’ha mai fatto vedere a qualcuno?
«A nessuno, mai. È un film muto perché non potemmo permetterci il fonico. Ambizioso e folle. Con mio padre nella parte del cacciatore di taglie e io che morivo due volte».
Lo sa vero che se lo mettesse ora su internet spopolerebbe?
«Potrei pensarci, ma non so se ci tengo».
Ha scritto che non teneva ai soldi o alla fama. A che cosa, allora?
«A ricevere una specie di convalida dalla società. Ad assicurarmi un posto nel mondo del cinema. Un posto minore, non mi sono mai immaginato come una star. Rocky era stato pensato come un film piccolo, buio, girato nelle strade, come Mean streets di Scorsese, uscito quando cominciai a scriverlo. La prima versione era più dura, Rocky stesso era più duro, antipatico. Fu mia moglie, quella di allora, a dirmi che così non funzionava, avrebbe tagliato fuori il pubblico femminile. Con Adriana è cambiato tutto. È diventata una storia d’amore in cui si fa a pugni per resistere e l’amore è la posta in palio».
Per questo ha pagato di tasca sua per rigirare il finale e, anziché loro due che camminano nello spogliatoio vuoto tra i rifiuti, mettere la scena di Rocky che urla “Adriana!”?
«Doveva finire così. Talia Shire ha cambiato il senso della storia. È stato un miracolo».
Ed è stata la sua sliding door. Lei ha rifiutato fino a quattrocentomila dollari del 1976, una fortuna, per cedere la sceneggiatura e lasciare che facessero il film con un altro attore. Come sarebbe stata la sua vita se avesse preso quei soldi e non fosse diventato Rocky?
«Non ho mai avuto la concezione dei soldi, mai amati, sono astratto, ricorda? Li avessi presi, quei soldi, mi sarei sentito un vigliacco, non avrei più scritto una riga, mi sarei arreso e sarei stato un fallito. Non mi sarei più voluto bene, non avrei amato niente e nessuno».
Invece ha amato Rocky e tutti i Rocky d’America a cui dedicò l’Oscar. Dove sono oggi quei Rocky?
«Ora ce ne sono più che mai. Lo spiraglio delle opportunità si sta chiudendo per tutti loro. È aumentato il gap tra i pochi ricchi e i tanti poveri. Per questo Rocky è ancor più popolare adesso di cinquant’anni fa. La statua davanti al museo di Filadelfia non è per me, è per lui».
Perché allora i Rocky sono al tappeto?
«Un motivo è che abbiamo affidato tutto alla tecnologia, a giudizi meccanici. Se oggi uno si presenta agli studios con il copione di Rocky gli dicono di no. Ma non perché non ci credano loro, perché lo ha bocciato l’algoritmo. Prima c’era un uomo che giudicava, che ascoltava il suo cuore. Ora sa chi ha il potere decisionale? Il reparto pubblicità. Non puoi più avere sogni, devi essere commerciale».
È finita o l’uomo dimenticato può ancora rialzarsi e riprendere il combattimento?
«Può ancora farcela, se ci crede, ma se ci crede davvero. Deve avere un’idea, reale, forte. E se ce l’ha deve mangiarla, berla, dormirci sognandola. Non deve dedicarsi ad altro, deve salire sulla montagna per sei mesi, lontano dalla sua famiglia e lasciarsi ossessionare. La formula per riuscire? Tre parole: passione, passione, passione. C’è ancora fame di idee, ma per aprire lo spiraglio in cui possono passare bisogna impegnarsi. Devi credere nella tua anima se vuoi salvarla».