la Repubblica, 28 settembre 2026
Giovanna Mezzogiorno parla della sua carriera
Il punk dona a Giovanna Mezzogiorno. L’amico Marco Bonini le ha affidato il ruolo di sua madre nel film autobiografico Se ami qualcuno dillo e le ha fatto rasare i capelli.
Il film di Bonini racconta della malattia del padre Sergio che, dopo un problema cardiaco e il coma, si risveglia profondamente cambiato. Una vicenda familiare che diventa una storia di legami, sentimenti e ferite che restano.
«Marco per me è un fratello. Non è retorica e non lo direi di nessun altro. La storia l’ho seguita nella vita reale e ci tenevo a fare il film esattamente come voleva lui. Non giurerei che avrei accettato, per tutti i registi, di rasarmi metà testa: è una cosa forte. Ma Marco vedeva questi personaggi così: popolari, estremi, fortemente caratterizzati anche visivamente. La mia è una donna che ha amato moltissimo il suo uomo ed è rimasta dentro quella che Marco chiama “la stanza del dolore”: una relazione che non è andata come avrebbe voluto, una ferita che resta. La vita continua, in maniera complessa, ma quella cosa resta dentro».
Lei che rapporto ha con il passato e con le cose che l’hanno fatta soffrire?
«Ho vissuto una vita talmente piena, talmente intensa, eccitante ma anche faticosa e varia, che mi sembra di avere vissuto venti vite del tutto diverse e di averle vissute tutte fino in fondo. Io combatto per non rimanere attaccata lì, per non restare sempre voltata indietro a rimpiangere, a sentire mancanze o a pensare “quanto era bello quando…”. Quella sarebbe la mia natura, però la combatto. A volte ci riesco, più spesso no. Perché penso che vivere davvero il presente sia una cosa difficile ma anche una grande conquista. Mi piacerebbe un giorno riuscirci. A volte succede, poi vengo di nuovo tirata indietro, come da una manina appesa alla giacchetta».
L’altro suo film, “Sotto a chi tocca” di Giorgio Pasotti, mette in scena un sistema che costringe le persone a competere. Lei com’è?
«Sono super empatica, anche troppo, tanto da considerarlo un difetto. Competitiva invece zero. Sono sempre stata felice del successo altrui, anche di quello femminile, che non è affatto scontato. Il film di Giorgio – che è stato bravissimo sul set – secondo me parla molto della vita odierna e dei suoi meccanismi: ci viene chiesto di essere al contempo empatici e cinici, qualcosa di impossibile da realizzare».
Se potesse tornare per un giorno su un set della sua carriera?
«Il viaggio della sposa, il mio primo film con Sergio Rubini. Avevo fatto teatro e visto set, ma quello lo vivevo in prima persona. Ero giovanissima, imparavo tanto».
E Marco Bellocchio? Che cosa è stato “Vincere” per voi due?
«Penso che Marco, attraverso quel lavoro, sia entrato interamente, come forse non aveva mai fatto prima, nell’universo femminile, che può essere atrocemente drammatico. Eravamo terrorizzati tutti e due. Io affrontavo un lavoro titanico; lui, forse davvero per la prima volta, l’universo della donna, della madre, dell’amante. Ce l’abbiamo fatta insieme e per entrambi è stato devastante e indimenticabile».
Cos’ha capito di sua madre, Cecilia Sacchi, solo nel momento in cui è diventata adulta?
«Ho capito molte cose di lei fin da quando ero piccola. E molte sono in Vincere».
Suo padre Vittorio ha fatto in tempo a riconoscere il suo talento?
«Credo di sì. Non era certo uno che faceva complimenti. Da ragazzina ero carina e mi diceva: “Non ti guardare troppo allo specchio”, non montarti la testa. Ma ricordo che si complimentò con me dopo avermi sentito cantare e ballare: ho danzato per 17 anni. Mi sarebbe piaciuto che potesse vedermi dopo. Ma questo non è successo».
Sarà la madre in “Lucio”, su Dalla. Che donna era?
«Negli anni Cinquanta aveva avuto un bambino a 42 anni, quindi già fuori dagli schemi. Lo ha cresciuto da sola, il papà è mancato quando lui era piccolo. È stata una figura forte. Non solo lo ha tirato su, ma gli ha fatto capire chi era veramente quando neanche lui credeva in se stesso. Ha fatto enormi sacrifici per fargli studiare musica, spingendolo fino a Sanremo, facendogli firmare un contratto con Gino Paoli».
Da ragazza scendeva in piazza a manifestare, ha sempre avuto uno sguardo partecipe sulla società.
«Penso di essere una delle poche persone che ancora compra il giornale. Mi arrabbio molto, alcune cose mi divertono perché sono al limite del grottesco, altre mi preoccupano e mi affliggono, anche perché ho due ragazzi che crescono in questo mondo».
Che cosa ha cercato di insegnare ai suoi figli sulle donne?
«Sono fortunata perché credo che abbiano dentro di loro il rispetto delle donne, delle ragazze che frequentano, della loro dignità. Hanno un padre e una madre che hanno una certa etica della vita. Sono sicura che saranno uomini rispettosi verso l’universo femminile».
Che cosa la fa ridere?
«Loro due, moltissimo. Sono due ragazzi ormai enormi, altissimi, ma certe volte mi sembrano bambini di sette anni. L’altro giorno, a pranzo, uno ha piantato una forchetta nel braccio dell’altro. I maschi sono tutto un mondo».
La conquista più difficile oggi?
«Vivere veramente il presente non è una frase fatta: che ci riesca ora o a sessant’anni non importa. Mi piacerebbe un giorno riuscirci davvero».