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 2026  settembre 28 Lunedì calendario

Il Washington Post dichiara guerra alla lattuga

Siamo abituati a considerarla una scelta salutare. Poche calorie, tanta acqua, un po’ di fibre e vitamine: la lattuga è tra le basi per insalate e contorni più richieste e uno di quegli alimenti che di rado finiscono sotto accusa. Almeno fino a oggi. A insinuare il dubbio è Tamar Haspel, columnist del Washington Post specializzata in alimentazione e agricoltura, che parte da una domanda provocatoria: e se smettessimo di mangiarla? Il titolo del suo articolo, pubblicato il 24 agosto scorso, è ancora più esplicito: «Perché dovremmo smettere di mangiare lattuga, Cyclospora o meno». Dove la Cyclospora, il parassita responsabile della più grande epidemia di ciclosporiasi (infezione dell’intestino tenue) mai registrata negli Stati Uniti, è solo il punto di partenza. Haspel mette sul tavolo sicurezza alimentare, valore nutrizionale, sprechi, uso del terreno ed emissioni e arriva a chiedersi se il bilancio complessivo di questo ortaggio sia davvero favorevole. Una tesi provocatoria, va detto, non una raccomandazione sanitaria. La stessa Haspel, alla fine del suo ragionamento, ammette di continuare a mangiare lattuga.
Il problema delle contaminazioni
Tutto comincia dalla Cyclospora cayetanensis, un parassita che si diffonde attraverso materiale fecale umano e può contaminare acqua e alimenti. Il focolaio che ha interessato gli Stati Uniti nel 2026, il più grande di ciclosporiasi mai registrato nel Paese, è stato collegato alla lattuga iceberg lavorata da Taylor Farms de Mexico e proveniente dal Messico centrale. Secondo i dati finali dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), ha provocato 12.883 casi accertati, 570 ricoveri e due decessi in 21 Stati ed è stato dichiarato concluso l’11 settembre. Ma Haspel allarga il ragionamento oltre il singolo focolaio: le verdure a foglia, osserva, sono associate a più malattie di origine alimentare rispetto ad altre categorie di cibo. Una delle ragioni è che si mangiano crude. Molti agenti patogeni vengono eliminati con una cottura adeguata, mentre con una foglia di insalata questo passaggio in genere non esiste. La columnist cita inoltre un’analisi del 2024 secondo cui la lattuga, negli Stati Uniti, sarebbe «all’origine di circa 1,7 milioni di casi di malattie di origine alimentare all’anno, con un costo economico stimato in 3,7 miliardi di dollari». Si tratta di una stima, non del conteggio di 1,7 milioni di casi accertati, ma è il primo elemento su cui Haspel costruisce il suo ragionamento.
Il 95 percento è acqua
Il secondo punto riguarda ciò che la lattuga apporta dal punto di vista nutrizionale. Negli Stati Uniti, stando ai dati citati dal Washington Post, il consumo pro capite equivale in media a circa 14 grammi al giorno: una quantità che apporta appena un quarto di grammo di fibre, oltre a piccole dosi di potassio, vitamine e altri minerali. La lattuga, però, è costituita per circa il 95 percento da acqua. Una caratteristica che condivide, in misura diversa, con molti altri ortaggi. Haspel fa il confronto con i broccoli: sono composti per circa il 90 percento da acqua, appena cinque punti percentuali in meno. Ma, osserva la columnist, guardando alla parte che non è acqua la proporzione cambia: nella lattuga rappresenta circa il 5 percento del peso, nei broccoli arriva al 10, cioè più o meno il doppio. Nella quantità media consumata ogni giorno dagli americani, calcola Haspel prendendo come riferimento la lattuga romana, il contributo più significativo è quello della vitamina A. Questo non vuol dire che la lattuga sia «priva di nutrienti». L’autrice riconosce che, mangiandone quantità maggiori, il suo contributo può diventare significativo. Il punto della provocazione è un altro: se guardiamo alla densità nutrizionale, esistono verdure capaci di offrire molto di più nello stesso piatto.
C’è poi quello che potremmo definire «effetto insalata». La presenza della lattuga può portarci a percepire come salutare un piatto che magari contiene crostini, formaggi, salse o altri ingredienti molto calorici. Un condimento abbondante, specie se ricco di grassi, sale o zuccheri, può cambiare sensibilmente il profilo nutrizionale di quella che continuiamo a considerare una semplice insalata. D’altra parte, un’insalata con legumi, pomodori, carote, barbabietole e altre verdure può diventare un piatto nutrizionalmente molto ricco. Solo che, osserva Haspel, in quel caso potremmo anche fare a meno della lattuga.
«Ne buttiamo quasi tanta quanta ne mangiamo»
Secondo le stime dell’US Department of Agriculture riportate dal Washington Post, negli Stati Uniti ogni anno vengono consumate circa 1,36 milioni di tonnellate di lattuga e ne vengono sprecate altrettante. In altre parole, se ne butterebbe quasi tanta quanta ne arriva nel piatto. La lattuga è un prodotto molto deperibile: appassisce, perde consistenza e si deteriora in fretta. Una parte viene scartata lungo la filiera, un’altra finisce nella spazzatura una volta arrivata nelle nostre case. Ed è qui che, per il Washington Post, la questione nutrizionale si intreccia con quella ambientale. «Coltiviamo, raccogliamo, refrigeriamo, trasportiamo e conserviamo un alimento costituito quasi interamente da acqua e di cui, secondo questi numeri, quasi la metà non verrà neppure mangiata».
Quanto costa all’ambiente una foglia di insalata?
Haspel prova quindi a fare i conti anche con le emissioni. Secondo CarbonCloud, citato dal Washington Post, la lattuga avrebbe un’impronta di circa 0,56 chilogrammi di anidride carbonica (CO2) per ogni chilogrammo di prodotto. Applicando questa stima ai circa 2,72 milioni di tonnellate di lattuga complessivamente consumata e sprecata ogni anno negli Stati Uniti, si arriva a circa 1,52 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. A mostrare quanto la produzione possa essere vulnerabile alle condizioni climatiche è anche ciò che è accaduto quest’estate in Italia. Caldo estremo e siccità hanno colpito soprattutto le insalate coltivate in pieno campo, con perdite che, secondo Confcooperative Agroalimentare, possono raggiungere il 40 percento. La riduzione della materia prima ha avuto ripercussioni anche sulla quarta gamma, rendendo più difficile trovare le insalate in busta sugli scaffali dei supermercati. 
Un altro aspetto riguarda il terreno. Negli Stati Uniti vengono destinati alla coltivazione della lattuga oltre 150 mila ettari, ai quali va aggiunto il prodotto importato. Da qui Haspel porta il ragionamento all’estremo: che cosa succederebbe se quei terreni venissero utilizzati per qualcosa di diverso? Fa prima l’esempio delle lenticchie, molto più dense dal punto di vista nutrizionale, e poi quello dell’energia solare, calcolando che una superficie equivalente coperta da pannelli in zone abbastanza soleggiate potrebbe produrre elettricità per quasi 14 milioni di abitazioni americane. Non è una proposta concreta – ed è lei stessa a precisarlo – ma un modo per porre una domanda: le risorse utilizzate per produrre lattuga potrebbero essere impiegate meglio?
Quindi la lattuga è da eliminare?
Nemmeno Haspel arriva a tanto. Dopo aver costruito il suo atto d’accusa, infatti, l’autrice ammette un dettaglio non irrilevante: la lattuga piace anche a lei e continua a portarla in tavola. Poi riconosce un vantaggio che i soli numeri sui micronutrienti non raccontano del tutto. In una società in cui il problema è spesso l’eccesso di calorie, un alimento che ne contiene pochissime e occupa volume nel piatto può avere una sua utilità. La provocazione di Haspel funziona allora se la domanda viene spostata. Non tanto «la lattuga fa bene o male?», quanto: «Vale davvero ciò che costa produrla?». Considerando insieme nutrienti, rischio di contaminazioni, sprechi, terreno ed emissioni, secondo la giornalista americana è il momento di guardare con meno indulgenza a una delle presenze più scontate sulle nostre tavole.