Corriere della Sera, 28 settembre 2026
Così gli attentatori hanno violato i varchi
La base britannica di Fairford è un sito militare chiave ma troppo esposto per la vicinanza ad aree abitate.
Durante il conflitto con l’Iran, ha attirato dozzine di appassionati, pronti a fotografare l’arrivo e le partenze dei velivoli americani. Ecco le immagini dei bombardieri B-1 e B-52 americani, con fotografie dettagliate quanto ravvicinate. Ecco ancora gli spotter dotati di scalette schierati attorno all’installazione, pronti a «fissare» le manovre. C’è anche una pagina Facebook dedicata a questa comunità e poche ore prima dell’allarme uno dei visitatori chiedeva informazioni sullo «stato», un altro gli rispondeva che al momento non c’erano B-52. E il fatto stesso che i cinque in arresto siano stati localizzati nel settore con tre furgoni è una prova di un perimetro di sicurezza con varchi. Insomma, non una fortezza, pur se sorvegliata.
Nella Storia
L’installazione è stata impiegata nella storia per grandi operazioni, compreso il celebre D-Day, con il complesso assalto alle coste della Normandia. Successivamente la Raf l’ha messa a disposizione del Pentagono che ha schierato caccia in pianta stabile e fatto ruotare altri velivoli in concomitanza con l’apertura di fronti bellici. La campagna dopo l’invasione del Kuwait (1991), l’attacco alla Serbia (1999), la guerra contro Saddam Hussein (2003) e poi, a seguire, le missioni nel conflitto nel Golfo Persico. Una parte della componente aerea è stata trasferita nelle basi della regione mentre qui sono arrivati numerosi bombardieri strategici impegnati negli strike sulle posizioni dei Guardiani della rivoluzione iraniana.
Le minacce
Il coinvolgimento della base in Epic Fury ha provocato nei giorni più acuti della guerra le minacce da parte dei pasdaran. Gli iraniani hanno più volte ribadito che qualsiasi installazione utilizzata dagli Usa nell’offensiva, non importa dove, è considerata un bersaglio legittimo. E i Guardiani si sono affidati a missili e droni, riuscendo a raggiungere i target. È avvenuto in Giordania e Cipro, dove Londra ha un paio di grandi installazioni. In una fase successiva Teheran ha parlato esplicitamente di obiettivi in Europa, sempre connessi agli americani, mentre i suoi dirigenti hanno aggiunto l’Oceano Indiano, un riferimento alla flotta e alla base di Diego Garcia.
Una tattica parte di un confronto propagandistico ma anche la volontà concreta di estendere il più possibile la rappresaglia, alzare il costo per chi appoggia Washington, incidere sulla sicurezza, enfatizzare come vi siano sempre punti deboli da sfruttare. Una tendenza costante che si è rivelata comunque efficace: infatti un semplice incidente o un caso con circostanze poco chiare possono aiutare indirettamente in questo sforzo. Perché c’è sempre il timore di sorprese e chi indaga deve considerare ogni ipotesi. A questo si aggiungono gli episodi di droni, persino dotati di esplosivi (come a Lipsia), oppure i falsi allarmi connessi al duello ibrido con Mosca. La conseguenza è un impegno maggiore per le forze di sicurezza.
Allarmi
Ad aumentare l’inquietudine c’è stato il fermo di persone sospette tra Creta e ancora a Cipro, individui accusati di spiare gli aeroporti parte del network anglo-americano. Non erano iraniani, bensì cittadini di altri Paesi assoldati per questo lavoro di ricognizione. In alcuni atti di terrorismo (minori) verificatisi in Europa e attribuiti a elementi pro-iraniani sono stati impiegati esecutori reclutati a distanza, a volte persone con precedenti per piccoli crimini. Un modus operandi replicato, in altri quadranti, dai servizi militari russi.
È una fase altamente instabile dove agiscono estremisti o mercenari ispirati da Teheran, altri che muovono per ostilità verso gli Usa e gli alleati senza avere vincoli operativi oppure attentatori semplicemente influenzati da quanto vedono o ascoltano. Non mancano le crisi, non mancano i pretesti in una realtà internazionale con piccole pedine a disposizione di grandi giochi.