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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Lino Musella parla di sé e della sua passione artistica

Niente ufficio stampa, niente numeri di “servizio”, niente diaframmi divistici, niente toni o atteggiamenti consumati. Un’unica preoccupazione: “Di cosa parliamo?”. Di cosa non vuole parlare? “Non amo le parti biografiche”. Internet segnala: Lino Musella è molto riservato. “Non sono bravo a parlare di me, come oggi avviene nei podcast, preferisco apparire con il mio lavoro”.
Quarantacinque “biografici” anni, luogo di nascita: Napoli. Lino Musella è una delle grandi rivelazioni attoriali degli ultimi anni e al Festival di Venezia ha superato un altro scalino della scala gerarchica grazie a Il fuoco che ti porti dentro, di Edoardo De Angelis, dove duetta con una strepitosa Vanessa Scalera. E dove ha sfoggiato lo smoking, portato come ci fosse nato. “Il gioco dello spettacolo è questo; il nostro è un lavoro da privilegiati perché artistico, un lavoro che ti nutre e permette di esprimerti. Ma non è solido, non esistono carriere lineari”.
Attore e regista.
Innamorato, da subito, anche degli aspetti tecnici del teatro, per questo ho studiato regia. E poi il palco ti offre una prospettiva fondamentale per crescere: guardare gli altri attori recitare, innamorarsi di loro, ascoltarli e assorbire i talenti altrui.
Secondo Federico Tiezzi gli artisti hanno perso il senso della missione.
(Silenzio, rimugina) Gli artisti in questo momento sono in difficoltà per un sistema, soprattutto quello teatrale, sempre più farraginoso: oggi il luogo teatro non promuove gli artisti, non li fa esprimere. E in questo c’è la differenza tra teatro e cinema.
Cioè?
Il cinema è comunque portato avanti da grandi registi e attori; (pausa) oggi gli spazi teatrali sono occupati per altre logiche, spesso non artistiche.
Cosa e da chi ha assorbito?
Per fortuna, almeno credo, inizialmente non ho trovato dei riferimenti, i maestri li ho incontrati tardi e me li sono pure un po’ sudati; (pausa) ho incontrato più dei fratelli-maestri che dei padri, artisti che ti cambiano, ti danno una direzione, ti spostano letteralmente.
Inizialmente, dicevamo?
Da piccolo mi sono dovuto adattare in fretta.
Tradotto.
La sensazione era quella di trovarsi dentro un edificio già crollato, quindi cercavo persone per metter su qualche mattone.
È mai stato pericoloso?
Probabilmente sì.
Ecco…
Perché questa domanda?
Per il suo tono, la sua pacatezza, la sua ricerca del vocabolo.
(Pausa, la risposta cambia più volte) Sicuramente ci sono delle grandi fragilità e delle grandi dissociazioni, come forme di chiusura assoluta e una rabbia. Una violenza.
C’è tutto.
Ritengo di essere attraversato pure da questi aspetti.
Autori letterari di riferimento.
Sicuro Shakespeare.
Le interessa sapere se Shakespeare è stato realmente Shakespeare o no?
Mi intriga allo stesso modo del capire se è una bugia il Vangelo. A me importa dello spirito emanato.
Poi?
I russi con Dostoevskij, Turgenev e Cechov. Negli ultimi anni rileggo David Foster Wallace.
“Infinito”.
L’ho portato a teatro due volte.
Lei prima del sipario.
La preoccupazione che tutto funzioni allontana l’angoscia su di me.
Che angoscia?
L’unica che mantengo, sempre, è che una sera non sarò sincero con me stesso, non corrisponderò a quello che sento: fingere sì, ma non troppo.
Beve vino prima dello spettacolo?
(Altro lungo silenzio) Ho fatto di tutto, mentre ultimamente potrei prendere la comunione.
Sobrio.
(Sorride) Ci sto andando fuori di testa, nel senso bello.
Integerrimo.
Se un amico viene in camerino e, senza esagerare, mi offre un bicchiere di vino, non posso esimermi. Un po’ come a tavola.
Secondo Massimo Popolizio il cinema, rispetto al teatro, è il bancomat.
A me piace il mezzo cinematografico, me ne sto innamorando, anche se lentamente; (silenzio) è un percorso simile a quello del teatro.
Il successo sta arrivando da adulto.
Il confronto con il cinema è quello che ti dà la misura; (pausa) con il teatro eravamo più autoriali, più di nicchia, produzioni indipendenti che davano le loro soddisfazioni…
Allora?
Quando avevo vent’anni non c’era un mercato per noi, così non inseguivo la notorietà, forse neanche mi interessava.
A vent’anni vestiva i panni dell’attore dannato?
(Stupito) In che senso?
Il bel tenebroso è una maschera che spesso funziona per conoscere.
(Qui ride) Stupendo! Non lo so, non voglio diventare retorico.
Rischi.
A vent’anni felicemente si sopravviveva.
Mettiamo della retorica.
A quell’età, comunque, questo lavoro prevede un percorso di fatica: vivi arrangiandoti, in una dimensione precaria.
I suoi colleghi ci avrebbero giocato.
Bisogna portare bene il frac.
Non vogliamo strappare una lacrima?
Oggi continuo a incontrare i giovani colleghi e ogni volta penso a quanto sia importante non buttare quel tipo di stagioni per formarsi pure interiormente.
Scuola di vita.
Ribadire che quella esperienza l’hai scelta. Ed è normale vivere momenti di frustrazione, ma devi continuare a formarti, devi trovare il modo di continuare a lavorare con te.
La sue convinzioni da dove arrivano?
E che ne so.
Come “che ne so”?
Non mi sento così quadrato. Chi fa questo lavoro vive di tante insicurezze.
Sempre.
Se finisce un bel lavoro subito arriva il dubbio sul successivo.
Una catena.
Ci sono state volte in cui ho lavorato a fondo, per mesi, una fatica e questa cosa non passa. E lì ti senti fallito. Poi in altre occasioni ci metti il cinque per cento di quelle energie e ti becchi il “genio”.
Morale?
In quei momenti affronti una sorta di sindrome dell’impostore e pensi: “Non gli rivelo nulla, non gli dico che non è stato faticoso”.
Davanti alla definizione “genio” cosa pensa?
Non ci credo. E un po’ rido.
Crede ai complimenti post-spettacolo?
Sì, ma ci sono delle forme di maleducazione rispetto alle quali mi sono scoperto permaloso, ottocentesco.
Dica.
Se ti invito, alla fine devi venirmi a salutare.
Magari uno ha paura di disturbare.
Ma ho lasciato il biglietto. Almeno un messaggio.
Come affronta l’attore-cane?
Non lo affronto, cerco di… (silenzio).
Cosa?
Sono spaventato dai mediocri, meglio i pessimi.
Perché?
I pessimi hanno una loro definizione.
Totò sputava sul palco.
No, io no.
Il suo grado di vanità.
Spero che resti. Spero che ci sia.
Allora speriamo.
La vanità prevede pure delle paure.
È pronto a tingersi i capelli?
Non vedo l’ora; (ride) ma come Carmelo Bene?
Color carota.
Intendeva vanità nel senso di bellezza? Credevo per il lavoro.
A volte si intrecciano.
Sono curioso.
Esteticamente come si giudica?
Mai sentito un figaccione, ho sempre dovuto trovare la forza da altre parti; (pausa) in certi periodi cerco di non lasciarmi andare.
La sua ossessione.
(Ci pensa, a lungo) Ossessione è una parola forte.
Ecco.
Il teatro.
Mentre al cinema è un gran bel criminale.
Quando i personaggi sono scritti bene è divertente, perché può avere un suo fascino.
Ne L’ombra del giorno di Piccioni interpreta un fascista.
Lì mi piace renderli brutti e cattivi. E in quel caso giudico, mentre il criminale di strada mi viene pure da salvarlo.
Si è mai sentito intimorito davanti a un collega o un regista?
Marco Bellocchio. E mi capita ogni volta che lo incontro. Ma dura pochi secondi.
Toni Servillo?
Sì, ma negli anni mi è successo di incontrarlo fuori dal lavoro e il rapporto è affettuoso.
In qualche foto assomiglia a Massimo Ranieri.
Me l’hanno detto e l’adoro.
Dove vive?
In affitto, a Roma.
Il vantaggio della fama.
Che in alcune situazioni vieni trattato con educazione. E sei ascoltato se devi proporre un’idea.
Qual è il però?
Perdi di anonimato, non ti puoi neanche infrattare nei boschi o vendere droga. (Pausa) Qui ovviamente scherzo.
Ci eravamo preoccupati.
Le battute ci stanno.
Lei chi è?
Sinceramente non riesco a rispondere così, in maniera sintetica. E non è sempre il momento di chiedersi chi sei.