il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2026
Caserme, lo Stato fa dietrofront: rivuole quelle vuote
“Congelati”. Ha usato questa parola il 21 settembre scorso il generale Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito a Bolzano. Un annuncio passato inosservato, che, però, segna un altro passo verso la rimilitarizzazione dell’Italia voluta dal Governo Meloni. Non c’è soltanto il boom delle spese per le armi. C’è la decisione di congelare la dismissione delle aree militari a favore delle amministrazioni pubbliche. Dietro front: circa 1.700 edifici che attendevano di tornare alle città restano alle forze armate. Una scelta che cancellerà centinaia di progetti già avviati.
Masiello era in Alto Adige per il via libera conclusivo a due iniziative già definite: a Merano l’ex Caserma Rossi e l’ex pretura diventeranno un nuovo quartiere e un centro per ospitare agenti. Il Generale, però, ha scelto l’occasione per un annuncio: “Ho dato personalmente direttive affinché i beni ancora residui che ci sembrano superflui vengano al momento congelati”, ha spiegato Masiello, come ha riportato l’Alto Adige. Il generale ha citato “interessi di sicurezza nazionali su cui vale la pena soffermarsi”. Ancora: siamo in presenza di “nuovi scenari di crisi internazionali e geopolitici”. Tradotto: c’è la guerra. Gli edifici non si cedono più. Una decisione di cui, però, non si trova traccia ufficiale. Masiello dice di aver deciso “personalmente”. La geopolitica mette un sigillo inappellabile su un fenomeno che va avanti da anni: le forze armate si tengono i loro immobili.
La svolta viene inaugurata dopo il 2014 quando il Demanio firma 1.875 decreti per cedere immobili agli enti locali. Nel primo semestre 2026 ne ha definitivamente avviati solo otto. Chi ha fatto domanda ha aspettato anni. Vittorio Veneto ha chiesto la caserma Gotti nel luglio 2013: decreto a maggio 2026, 4.689 giorni. La Spezia ha chiesto l’ex batteria di Cadimare nel 2014: l’ha avuta dieci anni dopo. Gaeta ha chiesto batterie, bastioni e un’ex caserma nel 2019: li ha ricevuti a rate, dieci decreti fra il 2023 e il 2025. Mondovì ha avuto l’ex Galliano in 15 giorni: ma era un progetto Pnrr, e lì la legge impone 60 giorni. Dove c’è una scadenza lo Stato corre. Dove non c’è, si siede. Prima si chiamava lentezza, adesso geopolitica.
Tra i casi più eclatanti c’è la base della Marina a La Spezia: pochi decenni fa dava lavoro a 12mila civili. Oggi sono 300. “Ma la base occupa una superficie grande quasi quanto il centro abitato: quasi 90 ettari (18 coperti), solo il 5% utilizzati. Per non parlare di 1,4 milioni di metri quadrati di specchi acquei”, racconta William Domenichini dell’associazione Murati Vivi. Da anni gli abitanti chiedono di rientrare in possesso degli spazi da utilizzare per università, attività commerciali, imprese, luoghi pubblici. Senza risultati. “Con il governo Meloni le spese sulle basi navali sono passate da 900 milioni a 1,7 miliardi”, racconta Domenichini.
E quello che è già stato ceduto? La legge dice che dopo tre anni il Demanio controlla e i beni non usati tornano allo Stato. Al Fatto l’Agenzia conferma che a fine 2024 circa 1.700 immobili erano ancora in “attività propedeutiche”. Non solo caserme: beni di ogni tipo. Un termine? “Non è previsto”. Quanti tornati allo Stato? “Sette”. In dodici anni. Firenze è il caso di scuola. La caserma Gonzaga degli ex Lupi di Toscana passa al Comune nel dicembre 2015. Quasi 10 anni dopo va a gara il diritto di superficie. Secondo Il Tirreno e La Firenze che Vorrei si presenta un solo concorrente, per una durata fino a novant’anni. Vince, ovviamente: un fondo di Investire Sgr, 236 alloggi a canone calmierato, 55 milioni, 35 da un fondo di Cassa depositi e prestiti. A chi investe, scrive il Comune, va un “rendimento atteso” del 5% lordo.
Morale: lo Stato si tiene le caserme che non ha ceduto. Esercito e Segretariato generale della Difesa non hanno risposto ai cronisti.
Racconta Francesco Gastaldi, che insegna Urbanistica all’università Iuav di Venezia e che alla dismissioni delle caserme ha dedicato studi: “In Italia per anni abbiamo avuto il problema della manutenzione e della nuova destinazione degli edifici militari, soprattutto nel Nord Est. Era stata abolita la leva obbligatoria e il quadro geopolitico disegnava un mondo pacifico. Così erano stati avviati decine di progetti. Parliamo di interi quartieri”. Oggi invece tornano le armi. Le città possono aspettare.