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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Intervista a Rossella Brescia

Pippo Baudo l’ha scoperta. Maria De Filippi l’ha cresciuta e poi «ha fatto quello che solo un bravo genitore osa: mi ha lasciata andare». Dai tempi di Amici sono ormai passati 23 anni ma nell’immaginario collettivo Rossella Brescia resta “la” ballerina del celebre talent di Canale 5, quella che a un certo punto, nel 2003, ha sciolto le scarpette e si è messa a correre, verso nuovi orizzonti. Da allora ha spaziato tra radio (quest’anno sono 20 anni di Tutti pazzi per RDS), imitazioni (Sophia Loren, Maria Grazia Cucinotta, la stessa De Filippi), conduzioni tv (Colorado, The Chef), teatro, fiction, cinema, campagne per i diritti umani. Ha anche partecipato, a Taranto, alla cerimonia di chiusura dei XX Giochi del Mediterraneo. «Su quel palco ho voluto accendere i riflettori sul valore del rispetto: lo sport è l’ultimo baluardo rimasto per promuovere la lealtà tra le persone. È importantissimo ribadirlo: solo là dove c’è rispetto, c’è voglia di futuro».
Rossella, se si volta indietro vede più spavalderia o tenacia?
«Direi… pazzia. In molti tra l’altro mi hanno dato della matta. L’unica che non l’ha mai fatto è stata Maria: era dispiaciuta che lasciassi la scuola di Amici ma la sua fiducia mi ha permesso di spiccare il salto. È stata più che un’amica: è la mia madre artistica».
Passi falsi ne ha commessi?
«Come tutti. Del mio clamoroso “no” a Giuseppe Tornatore per il film Malena ne ho spesso parlato in passato. Quanto alle scelte televisive, ho fatto l’errore opposto: talvolta ho accettato proposte che avrei dovuto declinare. Ero troppo piccola e mi sono lasciata convincere. Tornando indietro per esempio non rifarei Uman – take control!: un bel reality (anche se forse sarebbe dovuto essere più scorretto, proprio come il format originale) ma che non era nelle mie corde. C’è poi da dire che quando decido qualcosa, non mi ferma più nessuno. Proprio come mio padre».
In che senso?
«Era un anticonformista: un sarto eccezionale, che sapeva realizzare in poche ore cappottini stupendi, ma che si rifiutava di vivere solo per il lavoro. Cascasse il mondo, al pomeriggio lui andava a giocare a tennis (da autodidatta). Sempre papà mi ha insegnato a non accontentarmi: sognava una vita migliore per noi figli tanto che si rifiutò di insegnarci a rammendare anche solo un bottone».
A un certo punto si ammalò di Alzheimer.
«È una malattia che ti toglie la dignità. Lui, che non voleva nemmeno farsi vedere per casa in mutande, si è ritrovato a farsi lavare da me. Era un uomo discreto, indipendente, che non avrebbe mai desiderato tutto quel clamore attorno a lui. La malattia l’ha spogliato di se stesso: se fosse stato lucido, non avrebbe permesso nulla di tutto ciò. È stato straziante anche per noi».
Più che la fatica, è il senso di impotenza a pesare?
«La stanchezza è secondaria: quando vuoi bene a una persona il mal di schiena non lo senti nemmeno più. A scorticarti è la sofferenza di vedere spegnersi la persona che ami. Giorno dopo giorno, restava sempre meno di lui: l’ho perso molto prima di quando è effettivamente morto. È fondamentale che il governo sostenga i caregiver, sia negli aspetti più banali – che però tali non sono – come il rimborso dei farmaci, fino al supporto psicologico. Mamma ha tenuto fino all’ultimo la mano di papà stretta nella sua, ma lei stessa si è dovuta arrendere all’evidenza che aveva bisogno di aiuto».
L’avete trovato?
«Per forza: da soli è impossibile reggere. Siamo diventati un team oliatissimo. Il peso maggiore però era sulle spalle di mamma: lei e papà si amavano da 60 anni. Ecco, per me la coppia è questa cosa qui».
Un modello difficile da replicare?
«Difficilissimo perché i tempi sono cambiati. Sarò felice di essere smentita dagli eventi, ma finora non ho trovato un sentimento, e un affiatamento, analogo. Sono rimasta bloccata agli anni 90».
La solitudine è un carico pesante?
«All’inizio un po’ mi spaventava: ero tornata single dopo 20 anni. Poi ho capito che la solitudine può essere un’alleata perché ti permette di riflettere su te stessa, di prenderti i tuoi spazi e tempi, nel bene e nel male».

A teatro tornerà con il musical ispirato a Il ragazzo con i pantaloni rosa. Ha incontrato la madre di Andrea?
«Teresa è venuta a vederci: l’abbiamo invitata sul palco e quando è salita mi ha abbracciato forte. Il suo “grazie” mi ha commossa profondamente. Interpretarla è stato complesso: ogni sera tornavo a casa distrutta, ma sentivo di avere anche una forza incredibile. Teresa ha saputo trasformare il proprio dolore in una risorsa e spero sia di esempio a tutti».
Il suo futuro sarà sempre più da attrice?
«Sì, per ragioni di sopraggiunta età. Battuta a parte, mi ha sempre affascinato poter diventare altro da me stessa, esplorare sentimenti e paure. Un po’ già lo facevo ballando: non si tratta solo di eseguire dei passi ma di dare corpo a un’emozione».
Si dibatte spesso sugli standard della danza: c’è il rischio di cadere nel bullismo?
«Se vuoi fare un certo tipo di danza, ci sono degli standard da rispettare: per il Canto dei cigni serve per esempio un bel collo del piede. Però non è “o dentro o fuori": in mancanza di una certa fisicità si può optare per altri stili di ballo, altrettanto belli».
Meta sta rivedendo l’utilizzo dei social per i minori: basterà per contenere il bullismo?
«È un passo avanti che sottoscrivo. Alcuni giorni fa ero allo stadio e accanto a me c’era un ragazzo che non ha mai alzato il naso dal cellulare per tutta la partita. Se nemmeno la propria passione riesce a distoglierci dallo scrollare i social, allora siamo davanti a una reale dipendenza».