La Stampa, 27 settembre 2026
Dal Congo alla Cina la rotta invisibile dell’uranio nascosto nel cobalto
L’uranio utilizzato negli Anni ’40 da Robert Oppenheimer per gli esperimenti del Progetto Manhattan e quello contenuto nella prima bomba atomica, sganciata su Hiroshima, proveniva quasi interamente dalla stessa miniera: quella di Shinkolobwe, nella parte meridionale dell’allora Congo Belga. Ottant’anni dopo, la stessa regione della Repubblica Democratica del Congo, il Katanga, torna al centro delle attenzioni internazionali.
Si tratta dell’ombelico del mondo dell’estrazione di cobalto, uno dei materiali chiave per la transizione energetica: viene utilizzato, tra le altre cose, per la produzione di una parte delle batterie destinate agli smartphone e alle auto elettriche.
L’idrossido grezzo di cobalto – la forma con cui viene esportata la quasi totalità della produzione congolese – contiene naturalmente uranio, metallo radioattivo che dovrebbe essere separato e poi smaltito nelle fasi successive di raffinazione e dopo una dichiarazione formale agli organismi internazionali di controllo. Ma nella maggior parte dei casi, il cobalto ha lasciato la Repubblica Democratica del Congo – diretto quasi esclusivamente in Cina, dove si concentra il 95% delle attività globali di trasformazione – sfuggendo ai controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).
A rivelarlo è un gruppo di ricercatori guidato dagli ingegneri nucleari Ryan Manzuk, dell’Università del Wisconsin-Madison e dell’Università di Princeton, e Sébastien Philippe, dell’Università del Wisconsin-Madison. Nel loro studio pubblicato su Nature Communications stimano che tra il 2000 e il 2024 sarebbero state prodotte tra 2 mila e 5 mila tonnellate di uranio poi trasportate in Cina “clandestinamente”. Quelle quantità, nei calcoli dei ricercatori, teoricamente «potrebbero essere utilizzate per produrre materiale fissile per circa 600-1.500 armi nucleari o per alimentare un reattore nucleare ad acqua leggera standard per 10-25 anni».
Le ricerche non indicano che l’uranio sia stato fatto uscire dall’Africa “trafugandolo” assieme al cobalto. «Tuttavia, una delle cose che ci preoccupa è che i volumi di uranio esportato che abbiamo quantificato superano quelli che dovrebbero essere dichiarati all’Aiea», chiariscono gli autori dello studio. Non essendo ufficialmente segnalato come il cobalto è stato estratto, avvertono i ricercatori, non esistono limitazioni al suo utilizzo: «Potrebbe finire in un programma di energia nucleare civile o in un programma militare, perché nessuno si chiederà dove andrà a finire».
La soluzione indicata dallo studio di Nature Communications non è abbandonare le batterie, cruciali per la mobilità sostenibile e la transizione energetica, ma imporre analisi indipendenti dei carichi di minerali che vengono trasportati, un obbligo nella separazione dell’uranio e una contabilità internazionale in grado di rilevare anche ciò che viaggia sotto un altro nome.
Ci sono poi, per nulla trascurabili, le conseguenze ambientali e sulla salute legate all’estrazione di cobalto e all’uranio a esso legato. Per i lavoratori delle miniere, l’esposizione prolungata a dosi anche basse di radiazioni, può aumentare l’incidenza dei tumori e provocare altri problemi di salute. Preoccupazioni che aumentano per quanto riguarda le miniere informali, circa il 20% di quelle presenti nella Repubblica Democratica del Congo, che sfuggono a tutti i tipi di controllo.
Oltre alle implicazioni del dominio cinese sui minerali critici, c’è un altro risvolto geopolitico della produzione del cobalto. Florimond Kabanda, responsabile dell’agenzia per la sicurezza nucleare della Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato al Financial Times che il contrabbando di materiale radioattivo rappresenta un rischio crescente in un Paese dove le province orientali sono controllate dai ribelli. «La mia preoccupazione – ha sottolineato – è che i gruppi ribelli possano utilizzare materiale radioattivo per danneggiare la nostra popolazione e poi dire: “Vedete, il Congo non è in grado di proteggere i suoi confini"».
«Il problema relativo al cobalto è senza dubbio reale, ma riguarda tutta la filiera mineraria», spiega il chimico Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr esperto di transizione energetica. Un esempio? «I fosfati usati per realizzare i fertilizzanti sono un tema molto dibattuto dalla comunità scientifica: ogni anno la loro filiera movimenta migliaia di tonnellate di uranio, parte delle quali finisce nei concimi e quindi nei terreni agricoli. Un problema ben più rilevante di quello di cui si parla relativamente al cobalto». Questo metallo, chiarisce ancora Armaroli, è oggi impiegato in quote sempre minori nelle batterie per auto elettriche. «Resta invece praticamente insostituibile nelle batterie di dimensioni più piccole, come quelle contenute nei nostri smartphone».