la Repubblica, 27 settembre 2026
Le tute blu versano quasi il doppio di una partita Iva
Il confronto aperto su queste pagine mette in fila due dati che la politica fiscale dovrebbe leggere insieme. L’Irpef grava soprattutto su dipendenti e pensionati con redditi medi; nel 2025 le retribuzioni contrattuali avevano ancora perso l’8,6 per cento di potere d’acquisto rispetto al 2019. La contrattazione ha recuperato solo una parte dell’inflazione e il fisco assorbe una quota degli aumenti nominali.
La risposta non può essere un’altra flat tax. La legge di bilancio 2026 ne ha introdotta una in formato ridotto: l’aliquota del 5 per cento riguarda soltanto gli aumenti previsti dai rinnovi e spetta ai dipendenti privati con reddito 2025 non superiore a 33.000 euro. Non è dunque l’intero reddito fino a quella soglia a essere detassato. Nell’indagine Federmeccanica la retribuzione media è vicina a 38.000 euro: resta escluso anche chi guadagna una cifra del tutto normale per il settore.
Misure selettive di questo tipo attenuano il problema per alcuni lavoratori, ma ne creano un altro: contribuenti con lo stesso reddito pagano imposte molto diverse a seconda della sua fonte. A parità di base imponibile – 60.000 euro, già al netto dei contributi previdenziali – un autonomo forfettario al 15 per cento versa 9.000 euro; un dipendente, con aliquote e detrazioni 2026, paga 18.000 prima delle addizionali. Nel caso di 40.000 il forfettario verserebbe 6000 euro e un dipendente, che potrebbe corrispondere ad un metalmeccanico specializzato, verserebbe 9.532 euro: la differenza sarebbe di 3.532 euro. Estendere i regimi piatti allargherebbe questa tipo di disparità e restringerebbe ancora la base dell’Irpef progressiva. Nella disparità tra forfettari e dipendenti, è importante sottolineare che i forfettari devono pagare interamente i propri contributi. Ciò potrebbe giustificare in parte questo trattamento asimmetrico, se si ammette che il mercato del lavoro non funzioni (come dovrebbe) in modo trasparente, uguagliando i salari lordi tra dipendenti e forfettari che svolgono le stesse mansioni.
C’è poi il fiscal drag, il drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione. Se prezzi e salari nominali aumentano ma scaglioni, detrazioni e soglie restano fermi, l’aliquota media sale anche senza un aumento del reddito reale. Tra il 2019 e il 2023 abbiamo stimato su lavoce.info un drenaggio di circa 25 miliardi. Nel complesso le riforme fiscali hanno restituito qualcosa in più, ma il saldo aggregato nasconde una redistribuzione: i dipendenti con redditi medio-alti e i pensionati non hanno recuperato tutto, mentre i lavoratori con redditi più bassi hanno ricevuto di più. In particolare ad esempio, un quadro metalmeccanico e un insegnante non ricevono indietro l’intero fiscal drag perdendo rispettivamente 292 e 1.251 euro all’anno; l’operaio specializzato e il collaboratore scolastico ricevono in più, oltre alla restituzione del fiscal drag, rispettivamente 563 e 185 euro.
Il fiscal drag e una sua eventuale restituzione pasticciata, si evita indicizzando il sistema fiscale all’inflazione. Ogni anno vanno adeguati scaglioni, detrazioni, deduzioni e principali soglie fiscali e sociali, perché l’inflazione non aumenti il prelievo senza una decisione politica. Non è la scala mobile: si aggiornano le regole fiscali, non i salari. Il mancato adeguamento ha prodotto una redistribuzione implicita dalla classe media ai lavoratori poveri. Questi ultimi vanno sostenuti, ma con risorse individuate e deliberate apertamente.
Per alleggerire la classe media occorre intervenire sull’Irpef ordinaria, portando ad esempio dal 33 al 28 per cento l’aliquota tra 28.000 e 50.000 euro. È uno sgravio leggibile, raggiunge anche i lavoratori esclusi dai bonus e non introduce un altro trattamento speciale.
La copertura può venire da una diversa distribuzione del prelievo. Nei confronti europei l’Italia tassa relativamente molto redditi e profitti e quasi per nulla successioni e donazioni: nel 2023 queste ultime valevano appena lo 0,04 per cento del Pil mentre in Francia erano lo 0,6 a fronte di imposte su redditi e profitti pari in Italia al 14,7 per cento del Pil, e all’11,7 in Francia. Il gettito da tale imposta in Italia ammonta a circa 800 milioni contro i 18 miliardi della Francia.
Oggi figli e coniuge pagano il 4 per cento solo sulla parte che supera la franchigia di un milione di euro per ciascun beneficiario. Aliquote progressive, lasciando invariata la franchigia, porterebbero secondo le nostre stime il gettito a circa 6 miliardi. Le risorse potrebbero finanziare la riduzione al 28 per cento del secondo scaglione Irpef senza aumentare la pressione fiscale complessiva. È bene ricordarlo: si tratterebbe di una riallocazione della pressione fiscale, non di un suo aumento. La logica riguarda due generazioni: io pago oggi un po’ meno sui redditi che produco; mio figlio pagherà domani, oltre la franchigia, sulla grande eredità che riceve, a cui non ha contribuito. Non si tassa due volte la stessa persona: da una parte c’è il reddito di chi accumula, dall’altra l’arricchimento di chi eredita. Una patrimoniale generale introdotta dall’Italia da sola avrebbe invece rischi elevati di spostamento dei capitali e occultamento della ricchezza. Richiederebbe accordi solidi tra Stati e una cooperazione bancaria e finanziaria che l’attuale quadro geopolitico rende lontana. L’imposta di successione è diversa: interviene al trasferimento della ricchezza, su una base meno mobile, proprio perché già tassata molto meno che nel resto d’Europa.