Corriere della Sera, 27 settembre 2026
Intervista a Fabrizio Romano
L’appuntamento è in centro a Milano, in un hotel di lusso a due passi dal Duomo. Mentre il concierge gli apre la porta a vetri, un tizio lo riconosce ed esclama «Here we go». Per i tifosi di calcio di tutto il mondo, il suo «here we go» («è fatta, ci siamo») rappresenta una garanzia, una certezza, un marchio: significa che l’affare si farà, che questo o quel giocatore cambierà squadra. Con oltre 50 milioni di follower, che ne fanno il secondo italiano più seguito su Instagram dopo l’inarrivabile showman Khaby Lame a 78, Fabrizio Romano è la star mondiale del calciomercato. È amico di Messi, Cristiano Ronaldo, Mbappé, Haaland. Ha 33 anni.
Di solito i calciatori detestano i giornalisti: è vero che sono loro stessi a chiamarla per darle le notizie?
«A volte. Per lo più mi chiamano i club, gli agenti. I giocatori si fanno sentire quando hanno bisogno. Di me si fidano, sanno che se mi confidano qualcosa che non va raccontata, lo terrò per me».
Qualcuno la definisce più un influencer.
«Ho difficoltà a inquadrarmi in una categoria, è vero. Sono cresciuto a Napoli giocando a pallone per la strada, dalla mattina alla sera. Ma ho capito presto che non ero abbastanza bravo, così il mio sogno è diventato quello di fare il giornalista sportivo. I tempi però sono cambiati, un giorno mi sento giornalista, il giorno dopo content creator. Un altro giorno, nessuno dei due. Influencer no. È una parola che non mi piace. Non ha a che fare con quello che faccio io. Può esserci una parte più business, diversa dal giornalismo tradizionale, ho alcune partnership, ma ad esempio ho sempre voluto mantenere gratuita la mia piattaforma. Credo che il calciomercato debba essere per tutti. Con una app puoi guadagnare di più, mi dicono. Ma non voglio».
È diventato ricco?
«Sto bene. Ho comprato una casa a Milano, non mi lamento. Guadagno bene».
Diciamo come un allenatore di serie A?
«No, meno».
Cosa sono i soldi per lei?
«Non mi cambiano la vita, mi aiutano a fare con più agio ciò che ho sempre fatto. Non sono mai stato a un Gran premio di Formula 1 o alla Fashion Week, preferisco una partita di calcio all’estero con i miei amici, come quando avevamo 18 anni».
Cinquanta milioni di follower sono un traguardo. Come ci si arriva?
«Col lavoro, l’impegno, l’istinto e un po’ di fortuna. Ma 50 milioni di follower sono anche una responsabilità. Non si tratta solo di diffondere notizie corrette, può essere un’opportunità concreta. Sono molto orgoglioso ad esempio della nuova collaborazione con ShareTheMeal, il programma delle Nazioni Unite per la lotta alla fame».
È vero che anni fa ha rifiutato l’assunzione in tv a Sky?
«Ho avuto la possibilità, non vado orgoglioso di quel no, perché è stata la mia università, lì ho imparato il mestiere insieme a due maestri come Di Marzio e Marchetti, ai quali sarò sempre grato. Ma non ero fatto per il posto fisso, né per stare in redazione. Sentivo che la mia strada era diversa. Mia madre non l’ha presa bene, ma mi ha sempre sostenuto: la sua fiducia incondizionata è stata uno dei miei segreti».
Com’era la sua famiglia?
«Sono nato e cresciuto a Napoli, che è sempre dentro di me: Troisi, De Crescenzo sono i miei riferimenti. Papà era il presidente dell’Ordine dei chimici della Campania, è stato lui a farmi amare il calcio e a insegnarmi l’importanza dell’educazione e della cultura. Mamma è stata primaria di Biologia. A me però i numeri non interessavano. Ero fissato col calcio e volevo provare a fare il giornalista. Per questo a 18 anni dopo il liceo classico sono salito a Milano, da solo».
Quante ore lavora?
«Diciotto, diciannove. Ho sempre lo smartphone in mano. Questo non aiuta le relazioni interpersonali. Quante volte mi è toccato saltare un appuntamento perché c’era da seguire una trattativa…».
Chissà la fidanzata...
«Nessuna fidanzata da ormai tre anni. Spero di trovarla, è tra le mie priorità. Ho sacrificato qualche momento della mia vita personale, dal punto di vista sentimentale. È un prezzo alto, una ferita aperta».
Non si chiede mai: chi me lo fa fare?
«No, perché ho realizzato tutti i miei sogni. Ora però qualcosa cambierà».
Ci sta dicendo che è finita l’epoca di «here we go»? Ci sta dando un annuncio?
«Non sparisce, resterà sui miei account. Ma più passa il tempo più acquista valore la qualità. Il calciomercato mi ha dato tutto, ho iniziato ad amarlo leggendo il giornale in spiaggia con papà, da bimbo. Ma è diventato eccessivo, bulimico, tossico. Voglio qualcosa di diverso, invece di fare 100 post al giorno per aggiornare una trattativa voglio approfondire il perché di un acquisto, spiegare se un giocatore è bravo o meno, se serve, come può giocare. Un salto di qualità».
Non solo calcio, ora si occupa anche di tennis: ha dato la notizia di Alcaraz che tornava a giocare.
«È stata una sorpresa anche per me. Con Carlos ci sentiamo su Instagram. Mi ha fatto contattare chiedendomi se volevo annunciare il suo ritorno. Senza fini economici. Bello, ma deve restare un’eccezione. Non voglio fare l’annunciatore di tutto e di tutti».
Oltre all’italiano, quante lingue parla?
«Inglese, spagnolo. Il portoghese lo capisco. Tutte imparate lavorando».
Inglesi e tedeschi ce l’hanno con lei. Il New York Times l’ha definita «il profeta degli affari», ma qualcuno la accusa di copiare le notizie. Secondo il Daily Mail la «bolla Romano» sta scoppiando.
«Quando uno fa un’accusa grave deve avere delle prove. La verità è che in alcuni Paesi del nord Europa faticano ad accettare che io ed alcuni colleghi abbiamo cambiato il modo di fare calciomercato, attraverso i social, internazionalizzando il modello italiano, che è ossessivo, senza orari, senza limiti, senza barriere, uno show nello show».
I social sono pericolosi?
«Alcune piattaforme sono tossiche, armi a doppio taglio. Serve responsabilità».
A marzo ha pubblicato un video su X nel quale ha elogiato il ruolo umanitario globale dell’Arabia Saudita ed è stato travolto dalle critiche sui social. Lo rifarebbe?
«Non in quel modo, probabilmente. Ma c’è stata superficialità anche nel raccontare la vicenda. Si trattava di un ospedale partner dell’Unicef con cui ha collaborato anche Sadio Mané qualche giorno prima. Dico anche che se vogliamo tagliare i legami con l’Arabia Saudita allora non dobbiamo più neanche scambiarci i giocatori con loro, o andare a giocarci la Supercoppa».
È stato anche negli Usa al Mondiale. Che idea si è fatto della gestione della Coppa e della vicenda Infantino?
«Non ho visto nemmeno una partita dal vivo, ero sempre in hotel a scrivere degli affari di mercato. Dormivo un’ora a notte, dalle 8 alle 9 del mattino. Dico la verità, ne so poco o niente. Lascio queste questioni a chi ne sa più».
Entrerà mai in politica? Con 50 milioni di follower avrà ricevuto proposte…
«Mai. Così come non diventerò agente o direttore sportivo. Questo sì, me l’hanno chiesto più volte. Anche di fare il dirigente di un club inglese. Ma ho detto no».
La notizia di mercato che le ha dato più soddisfazione?
«Lo scoop che mi ha cambiato la vita è Tuchel al Bayern, perché nessuno se lo aspettava. Nagelsmann era primo, ma io sapevo che sarebbe stato esonerato. Il giorno dopo Matthäus dice: come fa un ragazzino italiano a saperne più della Bild? Più di recente, Cucurella al Real Madrid».
Un errore che non si perdona?
«Il rinnovo di Messi al Barcellona nel 2021. Ero sicuro. Ma non è successo. C’era un problema di financial fair play ed è saltato tutto all’ultimo. Non per colpa mia, ma l’ho sbagliata. Ho imparato che c’è sempre l’imprevisto, nel calciomercato come nella vita».
E la notizia che avrebbe voluto dare ma non ha dato?
«Maradona al Napoli. Non ero ancora nato, ma il suo arrivo ha cambiato la mia città per sempre. Vorrei la macchina del tempo per tornare all’estate del 1984».