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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Myrta Merlino parla di sua madre

Suo padre, il francesista napoletano Giuseppe Merlino, ha già letto il libro?
«Sì. All’inizio mi aveva avvisata: “Ricordati che io, a differenza di tua madre, sono un uomo molto riservato”. E invece, dopo, mi ha sorpreso: a parte una piccola cosa, me l’ha fatto pubblicare come era scritto».
Quale capitolo la impensieriva di più?
«Quello americano, perché è dolorosissimo, sia per me che per lui. Ero restia a scrivere la storia di mia madre, che al contrario di me raccontava a chiunque i fatti propri come fossero un romanzo, ed era difficile stabilire il confine fra realtà e fantasia. Le chiedevo: mamma, ma è successo davvero così? E lei: ma che t’importa, è bello, no?».
Cosa l’ha convinta?
«È stata Elisabetta Sgarbi. Si era innamorata dell’idea dopo un nostro incontro alla Milanesiana e mi chiedeva regolarmente di scrivere il libro. L’anno scorso, però, è venuta a Roma e mi ha portato un paio di occhiali dalla montatura rossa come i suoi e il contratto da firmare. A quel punto non avevo più scuse».
Myrta Merlino, 57 anni, dalla madre Annamaria Palermo, sinologa maoista scomparsa nel 2017, ha preso gli occhi fiammeggianti, la voce tonante, le mani affusolate e l’irruenza che travolge di aneddoti, ricordi, passioni ed emozioni. A lei ha dedicato La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale, in libreria dal 29 settembre per La nave di Teseo: un memoir struggente nel quale troviamo l’amore impossibile e inevitabile di ogni figlia per chi l’ha messa al mondo. La giornalista non fa sconti alla donna che ha fatto della libertà di autodeterminazione il suo vessillo, portandolo sul ciglio dell’egoismo estremo. Eppure, leggendo la sua storia, è facile riconoscere la radice materna nel carattere forte di Merlino. E intuire il prezzo che ha pagato.
Non è esagerato definire sua madre fuori dall’ordinario. È anche l’unica persona al mondo ad aver tenuto testa a Oriana Fallaci, non è vero?
«Sì! Ai tempi era direttrice dell’Istituto italiano di Cultura in Cina e l’aveva invitata a Pechino. Oriana aveva una personalità debordante, mia madre si lamentava perché parlava soltanto lei e a me questo faceva molto ridere: non si rendeva conto che aveva i suoi stessi difetti. Quando la presentò a un evento definendola una grande giornalista, Fallaci la interruppe precisando che lei era una scrittrice. Al che mia madre la bloccò: “Se mi lasci finire, Oriana, scoprirai che c’è una virgola. E dopo quella virgola, c’è scrittrice”».
L’ha conosciuta?
«Quando andai a New York, mamma mi suggerì di chiamarla. Ma mi cambiò tre volte l’appuntamento e così ripartii senza vederla. L’aneddoto di mia madre con la Fallaci, però, dice molto di me e del mio modo di stare al mondo».
Che cosa, in particolare?
«Che forse devo proprio a mamma la capacità di costruire facilmente rapporti di amicizia con persone straordinarie, come per esempio Giorgio Napolitano o Liliana Segre. Ho la tendenza a non avere mai soggezione degli altri».
L’incarico in Cina, comunque, lo ebbe grazie a lei e alla sua amicizia con Gianni De Michelis. La ringraziò?
«Lo ha sempre riconosciuto. Avevo incontrato De Michelis a una festa a casa di Cirino Pomicino, invitata dalla figlia. De Michelis aveva un debole per me. Una volta addirittura mi spedì a casa degli orecchini costosissimi, che mio padre mi fece rimandare subito indietro. Eppure tra di noi nacque una bella amicizia. Quando gli parlai di mia madre mi chiese di conoscerla e, su due piedi, le affidò l’incarico in Cina, per chiara fama».
Sua madre ha frequentato personaggi incredibili, da Ungaretti, bambina, alla principessa giapponese Aiko, da studentessa. Quale, tra tutti, avrebbe voluto conoscere?
«Sono rimasta molto affascinata dagli anni rivoluzionari, la Parigi del ’68 e i grandi incontri di quell’epoca. I miei genitori assistettero al primo comizio del Diavolo Rosso, Daniel Cohn-Bendit. Mia madre mi portò alla Sorbona quando Lévi-Strauss si mise a sferruzzare in cattedra per spiegare cosa aveva imparato dagli aborigeni. Ma, soprattutto, sfilò con me in pancia a una manifestazione studentesca, in cappottino prémaman e con le scarpe Ferragamo».
Una rivoluzionaria altoborghese.
«Lei era tutto e il contrario di tutto. Per dire: era femminista, ma rivendicava la libertà di non indossare zoccoli e gonne lunghe. Il corteo parigino in prémaman è diventato leggendario perché fu arrestata. Deve ringraziare un poliziotto che la lasciò andare dopo averla rimproverata».
Gliene ha combinate parecchie. Partì per la Cina lasciando lei e suo fratello con vostro padre, nel 1973, mentre a Napoli imperversava il colera. Nel 1979 se ne andò alla Columbia University. Qual è stata la «più grossa»?
«Negli anni mi sono costruita una corazza di donna forte, ho sempre avuto il peso di tutto sulle spalle: i figli, il lavoro, la redazione dei miei programmi. E invece, scrivendo, ho dovuto rifare i conti con la bambina ferita che sono stata. Certamente New York ha segnato una rottura importante tra me e mia madre che ci ha tenute lontane per anni».
Cosa è successo?
«Andai a trovarla nel 1981, avevo 12 anni. Può immaginare il mio entusiasmo alla scoperta della Grande Mela. Ma già all’aeroporto notai qualcosa di stonato: mia madre era vestita come una ragazzina. Una sera mi portò in una discoteca, erano gli anni dell’Hiv, lo Studio 54 dove aveva incontrato Mick Jagger era stato chiuso. Alla Danceteria lei si scatenò in pista, mentre i suoi amici la baciavano sulla bocca. Finché un uomo di colore alto due metri, una montagna di muscoli, mi prese per mano e mi riempì di attenzioni che io non gradivo. La guardai per chiedere il suo intervento e lei mi disse: “Ma divertiti, balla, che ti frega”. Mi sono sentita sola e indifesa».
È per contrasto che, da adulta, rifiutò di seguire le elezioni Gore-Bush quando Minoli le chiese di partire?
«Sì, io ho sempre anteposto i miei figli alle opportunità professionali. Non ho mai fatto trasferte troppo lunghe per non lasciarli soli».

C’è tanto della forza di sua madre nella decisione di trasferirsi a Roma per fare la giornalista, quando i suoi gemelli avevano un anno.
«È vero. Mio marito aveva avuto un incidente in moto due mesi prima che partorissi e la sua ripresa fu molto lenta. Io ebbi questa opportunità professionale con Minoli. Per un anno feci la pendolare, poi decisi di trasferirmi da Napoli nella capitale. La puericultrice me la pagava mio padre, aveva il mio stesso stipendio. La famiglia del mio ex marito criticò molto la mia scelta. Ma quando si è laureato nostro figlio Pietro, lui mi ha detto che avevo fatto la cosa giusta».
Nel libro scrive che parla ancora con sua madre.
«Sì, le scrivo messaggi su WhatsApp, le mando foto. Sento che lei c’è ancora».
Pure Marco Tardelli, il suo compagno, le parla.
«Il mio amore con Marco è cominciato quando mia madre si è ammalata, dieci anni fa. Quando mi precipitai al Gemelli di Roma dove era stata ricoverata, lui rimase nel parcheggio. Dopo quattro ore con i medici mi ricordai di lui e scesi giù mortificata. Ma Marco mi spiazzò: disse che era felice solo all’idea di rivedermi».

Al funerale di sua madre avete messo «Just Like a Woman» di Bob Dylan: lo aveva chiesto lei. Come è riuscita a convincere il parroco?
«Il funerale religioso lo ha voluto mio padre. Il prete all’inizio non voleva sentire ragioni. Poi, come sempre, mi sono giocata la carta Tardelli, che riesce ad aprire tutti i cuori. Pure mia mamma voleva che venisse sempre all’ospedale: diceva che con Marco erano tutti più gentili».
Se potesse rivederla per pochi minuti, cosa le direbbe?
«Mamma, ho scoperto che più cercavo di allontanarmi da te, più mi crescevi dentro, dove sei sempre stata».
Myrta, e ora quando la rivediamo in tv?
«Tra poco, a ottobre. Condurrò su San Marino Tv un programma di interviste. I primi che sogno di portare in trasmissione sono Mario Draghi, Liliana Segre e Fedele Confalonieri».