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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Romeo, il leader dei dissidenti: la Lega ormai è in caduta libera

«Matteo Salvini può farselo da solo il congresso straordinario della Lega. È un trappolone. Io non ci casco».
Dice così, subito, tutto d’un fiato, il senatore Massimiliano Romeo, che è sceso da Palazzo Madama e con il quale, dopo un’occhiata d’intesa, ci si infila in questo bar di piazza Sant’Eustachio, confusi tra i turisti, un cappuccino e un analcolico al tavolino nascosto dietro al bancone, perché nel Carroccio che precipita un sondaggio dopo l’altro – Nando Pagnoncelli lo quota al 4,7% – è ormai il tempo della rivolta e, quindi, del sospetto e della delazione: chi sta ancora con il capo (Durigon e poi Crippa e Borghi, la Ceccardi e la Sardone), e chi invece si batte per cambiare strategia politica e arginare la deriva destrorsa e populista, nel disperato tentativo di fermare l’emorragia dei consensi, come cerca di fare appunto Romeo, che non solo è il capogruppo dei leghisti al Senato e il segretario della Lega Lombarda, culla del partito, ma è considerato anche il leader dell’opposizione interna, e non dico degli insorti. «No, infatti: perché io e Attilio Fontana e tutti gli altri ci stiamo muovendo solo ed esclusivamente per il bene del leghismo e, pensi un po’, pure dello stesso Salvini».
Procediamo con ordine. Lei e i quattro governatori, intendo Fontana, Zaia, Fedriga e Fugatti, avete chiesto a Salvini di fare un passo indietro, sì o no? «No. Nessuno gli ha mai avanzato la richiesta di farsi da parte. Non è una sfida personale. La questione è solo politica». Continui. «Il partito è in caduta libera. Il trend fa spavento. Perdiamo uno 0,2% al mese. Questo significa che, se si dovesse votare a maggio, rischiamo di arrivarci intorno, se non addirittura sotto al 4%. Vannacci prima ce lo siamo accollato per recuperare un po’ di voti, sebbene lui facesse discorsi spesso scarsamente condivisibili, poi se ne è andato e i suoi voti se li è portati via. Siamo in difficoltà, e non dobbiamo nascondercelo. A Varese, Bergamo, Brescia, a Monza e in Brianza, in Valtellina, ma anche in Liguria, in Piemonte, c’è un’insofferenza forte e diffusa...». Lei cosa propone? «Noi diciamo: Salvini resti pure segretario, ma costituiamo una sorta di “comitato elettorale”, una squadra che abbia poteri reali e che...». Per fare cosa? «Per raddrizzare, con urgenza, la linea politica del partito. Noi non dobbiamo più inseguire Vannacci sul suo terreno, non ha senso giocare a chi la dice più grossa. Su temi importanti come sicurezza e immigrazione, dobbiamo fornire risposte serie e concrete da forza di governo, senza starle a riempire dello stesso becero populismo di un generale che cerca di razzolare più voti possibili a destra. Anche perché, mi scusi: a destra c’è già la Meloni, no? Poi, un po’ oltre, è andato a mettersi pure lui, Vannacci. E noi? Ecco, noi dobbiamo tornare ad essere la Lega, recuperando la nostra identità». Può essere più chiaro su questo punto? «Dobbiamo tornare a parlare di fisco, burocrazia, federalismo. Guardi che il federalismo non è un concetto del passato. Noi dobbiamo essere il sindacato dei territori, valorizzarli. E poi, soprattutto, va ritrovato l’antico spirito leghista, che metteva la comunità davanti alle ambizioni personali».
Romeo divora l’intera ciotola di mandorle, parla con passione. Solo la passione e un alto tasso di puro leghismo nelle vene può fargli mettere a rischio, in un’operazione complessa e coraggiosa, la segreteria della Lega Lombarda, ruolo di prestigio assoluto, e l’incarico di capogruppo (su cui, dicono, già butta sguardi famelici Claudio Borghi, guardia scelta salviniana, un No Vax che vorrebbe farci tornare a usare la Lira). Romeo ha 55 anni e un figlio, Tommaso, avuto con Laura Ferrari, che è il sindaco di Lentate sul Seveso; poi ha pure un fratello molto diverso da lui, figura abbastanza leggendaria della movida milanese, noto come “Filippo Champagne”, diventato famoso grazie alle ospitate radiofoniche a “La Zanzara” di Cruciani&Parenzo. Lui, Romeo, ha iniziato fare politica da subito, il tempo di sostenere l’esame di maturità al liceo scientifico del Collegio Arcivescovile Ballerini di Seregno e di iscriversi alla Lega Nord di Umberto Bossi. All’azienda del padre ha preferito la Lega. È la sua vita.
«Ho cercato di spiegarlo a Matteo, nel Consiglio federale dell’altro giorno: io tutto questo lo faccio solo per il partito. E ho aggiunto: mettiamo pure che tu ti blindi con il tuo bel congresso straordinario, mi sollevi da capogruppo e commissari la segreteria della Lega Lombarda. Bene: cos’hai risolto? Avrai solo altri militanti che se ne vanno e i sondaggi che continueranno a precipitare. Caro Matteo, ho insistito, se dal 34% adesso vediamo il fondo del pozzo, vediamo il 4%, vuoi ammetterlo o no che qualcosa non ha funzionato?». E lui? «Vuole procedere con il congresso. Che, però, come le dicevo, non è altro che un trappolone. Perché lui non è che lo allarga ai militanti, no: lui intende organizzarlo con tutti gli stessi identici delegati che l’hanno già eletto segretario un anno e mezzo fa. Niente di più che un espediente tattico, ne prendo atto. E non partecipo». Quindi, cos’ha intenzione di fare? «Rilancerò, rilanceremo con tutto quello che è possibile, i nostri temi, i nostri ideali leghisti, il nostro volerci prendere cura del territorio senza pensare ad altro».
Salvini gli ha tolto il saluto. S’incontrano nel corridoio dei Busti, quello che conduce al salone Garibaldi, il transatlantico di Palazzo Madama, e Salvini finge di guardare l’orologio. Con il partito al 4,7%, Salvini tiene il broncio a Romeo.
Per molti osservatori, in realtà, Salvini ignora Romeo e il burrone perché ha fatto un ragionamento lucido, cinico, spietato. Che sarebbe, più o meno, questo: se il centrodestra vince le elezioni, io torno a fare il ministro pure con meno del 4%; se invece le perde, torno a fare opposizione e, magari, recupero pure qualche voto.
Sì, certo: ma, intanto, notizie del Ponte sullo Stretto?
Il sorriso di Romeo è pieno di amarezza. Siamo ai saluti. «Spero si capisca che io amo la Lega».