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 2026  settembre 27 Domenica calendario

Missili, blackout e porti chiusi. Si arrende ArcelorMittal

Fermare un’acciaieria significa spegnere più di un altoforno. Con lo stop di ArcelorMittal a Kryvyi Rih, l’Ucraina perde un pilastro della resistenza: produzione, salari, esportazioni, entrate fiscali. Il gruppo non può riavviare in sicurezza il sito dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, l’ultimo il 21 settembre: cinque dipendenti uccisi e 17 feriti. La chiusura coinvolge anche le miniere e comporterà una svalutazione contabile di circa un miliardo di dollari.
«È con profondo rammarico che abbiamo concluso di non essere più in grado di gestire in sicurezza ArcelorMittal Kryvyi Rih», ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo in Ucraina Mauro Longobardo. Si punta a preservare le infrastrutture per poter ripartire quando tornerà la pace. Sono in gioco 12.500 dipendenti e 3.500 addetti delle imprese appaltatrici. E anche se non tutti perderanno il lavoro – l’azienda sta valutando il personale necessario per mettere in sicurezza il sito e mantenerne le funzioni essenziali – il danno è chiaro.
Dietro la decisione c’è un confronto ai massimi livelli con Kiev. Il Financial Times ha visionato una lettera nella quale ArcelorMittal ricorda di avere chiesto al governo protezione almeno sei volte dall’inizio della guerra. Il Corriere può confermare che la questione è stata discussa con Volodymyr Zelensky dai vertici del colosso. Contatti che misurano il peso politico del dossier: difendere l’impianto significa proteggere la base economica del Paese, mentre la contraerea deve rispondere a necessità concorrenti, dalle città alle centrali elettriche.
La crisi precede i missili. Nel 2021 Kryvyi Rih produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio; nel 2025 si era fermata a 1,7 milioni. Per tenere aperto, il sito ha consumato 500 milioni di dollari di riserve e altri 700 milioni immessi dalla capogruppo. Ai blackout si aggiunge la chiusura dei porti del Mar Nero: esportare acciaio e importare materie prime diventa più difficile e costoso. Le alternative ferroviarie e gli scali polacchi e romeni non compensano il vantaggio delle rotte marittime: trasportare alcune merci, come il carbone, costa il 50-60% in più.
Il quadro si allarga a Metinvest e Interpipe, gli altri protagonisti della siderurgia ucraina. Gli attacchi di settembre hanno messo fuori uso anche Zaporizhstal e Kamet Steel, del gruppo Metinvest. I raid recenti sono probabilmente costati ai produttori quasi 100 milioni di dollari, ha dichiarato al Kyiv Independent Oleksandr Kalenkov, presidente dell’associazione siderurgica Ukrmetallurgprom. Tradotto: per il settore questo è l’anno peggiore dal 2022, quando le forze russe distrussero e occuparono Azovstal e Illich a Mariupol, cancellando il 40% della produzione nazionale. All’epoca Azovstal diventò l’ultimo bastione della resistenza nella città assediata, con militari e civili rifugiati nei sotterranei. La sua caduta fu una sconfitta militare e un’amputazione industriale. Oggi lo stop di ArcelorMittal rischia di diventare un’altra ferita che non si rimarginerà facilmente.
Questi impianti non sono fabbriche d’armi in senso stretto: producono materiali di base, semilavorati, acciai per costruzioni e tubi. Ma sarebbe riduttivo considerarli estranei all’economia di guerra. L’acciaio serve a riparare ferrovie, ponti, reti energetiche e infrastrutture logistiche; alimenta la meccanica e può entrare nelle filiere della difesa. Colpire questa capacità produttiva aumenta la dipendenza di Kiev da importazioni e aiuti esteri, anche senza distruggere una linea di assemblaggio di armi.
Non basterà riparare gli altiforni. Servono difese, elettricità affidabile, trasporti sostenibili e accesso ai mercati. Il Kyiv Independent scrive della proposta di un fondo internazionale per riparazioni e macchinari, sul modello del sostegno all’energia. Ma nessun investimento regge se ciò che viene riparato torna a essere un bersaglio. La posta in gioco è arrivare alla pace con un’industria capace di finanziare la ricostruzione.