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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Il femminismo ha dato scandalo perché la rivolta è sempre indecente

Sono appena passate le dieci di mattina, siamo alla National Gallery di Londra, ed è il 10 marzo del 1914. Una donna, con indosso un completo gessato, composto da gonna lunga e giacchetta doppiopetto, entra nella sala 17 armata di un coltello da carne.
La donna si avvicina a uno dei quadri più importanti, la Venere allo specchio, del pittore spagnolo Diego Velázquez, una tela dipinta a olio tra il 1647 e il 1651, che raffigura la dea della bellezza completamente nuda e sdraiata, con il corpo ritratto di spalle, mentre guarda in uno specchio, retto dal figlio Cupido, che riflette il suo volto.
La donna si chiama Mary Richardson, è nata in Canada a Belleville nella zona più a est del lago di Ontario, ha studiato musica e storia dell’arte, e il coltello le serve per colpire il vetro di protezione del quadro e infliggere alla Venere ben otto fendenti.
Questo episodio è diventato celebre perché faceva parte della campagna d’azione collettiva della Women’s Social and Political Union per il voto alle donne, guidata dalla celebre suffragista Emmeline Pankhurst.
Il gesto era un modo per rispondere alle violenze subite dalle suffragette in generale e da Pankhurst in particolare, e Mary Richardson per questo atto di vandalismo trascorse sei mesi in carcere. Quel quadro di Velázquez è l’unico nudo dell’autore rimasto ai posteri, e fu lungamente censurato dall’Inquisizione Spagnola, proprio perché ritraeva un corpo di donna senza abiti, pur immortalandolo di spalle. Il sedere della Venere appare naturale e dolcemente proporzionato nel suo biancore, il suo volto appare sfuocato nello specchio, specchio in cui essa non può vedersi, ma in cui guarda solo per rivolgere gli occhi direttamente al pubblico, e la sinuosità della curva dei fianchi è perfetta e senza eccesso né di pelle né di muscolo, rispettando tutti i canoni dell’astratta bellezza di ieri e di oggi. Richardson fece due dichiarazioni sull’assalto. La prima in cui affermava di aver voluto vendicare Pankhurst e le punizioni da lei subite, definendo la sua leader come un simbolo al pari della Venere. «La giustizia è un elemento della bellezza tanto quanto il colore e i contorni su una tela», disse in seguito all’arresto. La seconda, invece, la scrisse anni dopo nella sua autobiografia quando riconobbe come unico scopo della Venere d’essere stata dipinta per il piacere degli uomini nel poterla guardare.
Questo episodio ha in sé la capacità di rappresentare molto bene il termine “rivolta”, cioè un’azione deliberata e ragionata che organizza il principio politico verso un momento esplosivo e di forte impatto. Mentre con quel coltello Richardson squarciava la tela, stava insieme comparando il corpo di una donna vivente – Pankhurst – tormentato dalla repressione politica insieme a tutti gli altri corpi delle donne che si battevano per avere il voto, e il corpo immaginario, idealizzato, artistico di tutte quelle donne che sono state rappresentate dal “male gaze”, lo sguardo maschile. Nel saggio Scrivere femminista (NOT, 2025), la pensatrice femminista Azélie Fayolle sottolinea la differenza tra il female gaze, lo sguardo delle donne sul mondo, e il feminist gaze, lo sguardo politico delle donne sul mondo. Il secondo non si accontenta di cambiare la prospettiva ma la riempie di un significato netto, quello delle donne che nei secoli hanno preteso di essere soggetti di diritto. Vale più una vita o un dipinto? Vale più una causa civile o un’opera d’arte? Vale più un corpo immaginario e stereotipato o un’esistenza in carne e ossa con tutte le sue storture, le sue particolarità? Quando le venne chiesto conto di tutto ciò, Richardson rispose che per lei non era stato un gesto semplice o facile da compiere. Avendo studiato Storia dell’Arte ed essendo una donna colta, per lei non fu solo un atto di rabbia e di rivendicazione, ma anche un sacrificio.
La sua azione fu condannata da più parti, anche dalle donne della National Union of Womens’ Suffrage Societies, schierate su una linea più conservatrice. Il National Museum venne chiuso per varie settimane, gli articoli di giornale contro Richardson usarono termini più vicini a un assassinio che a un atto di vandalismo, negli anni successivi la militante suffragista fu costretta in carcere a subire una delle pratiche più oscene di quel periodo: l’alimentazione forzata, che veniva imposta alle donne, come lei, in sciopero della fame. Fatte sedere su una sedia col collo piegato all’indietro, le scioperanti erano ingozzate tramite un tubo e un imbuto. Queste torture portarono molte di loro a morire quasi strozzate dal proprio vomito e ad avere gola ed esofago danneggiati per sempre.
Intanto una risposta a questa rivolta fu data: la Venere di Velázquez venne restaurata e tornò alla National Gallery, e Richardson venne ricordata come “that woman” che con la sua rivolta aveva offeso l’Arte, la decenza e la morale.
Ma quale “rivolta” ha senso se non quella più indecente, determinata e drammatica che non si limita al risvolto dei polsini o allo scantonare di una via?
Se ne parlerà nella prossima edizione del Festival Inquiete a Roma, da oggi al 27 settembre, per festeggiare i dieci anni di una iniziativa che ha coinvolto scrittrici da tutto il mondo.