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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Il grande inganno dell’AI è nell’interfaccia

Uno dei grandi paradossi della nostra epoca di grandi scoperte è che ufficialmente i politici, le figure pubbliche e la società in genere praticano il culto della scienza e della ragione: tutto dev’essere dimostrabile, ed è nella conoscenza tecnica che riponiamo il massimo della fiducia. Ma questa è solo la superficie. 
Più in profondità, intratteniamo invece persino con il frutto più visibile e ubiquo della scienza e della razionalità – la tecnologia – un rapporto fondamentalmente magico. Ci innamoriamo di lei. Ne siamo dipendenti. Le parliamo come se fosse un amico, un confidente, un’amante. Tendiamo a crederle più di quanto crediamo a persone in carne ed ossa che conosciamo e ci conoscono molto meglio di quanto possa mai farlo lo schermo di un computer o di uno smartphone.
Ci voleva questo saggio di Martina Pennisi – Il grande inganno dell’AI. Come l’intelligenza artificiale può migliorarci la vita (anziché rovinarcela), Solferino – per riportare razionalità e uno sguardo acuto su uno dei grandi fenomeni che segnano il nostro tempo. 
Pennisi, giornalista del «Corriere della Sera» e da oltre un decennio attentissima cronista e analista di tutti gli sviluppi del digitale, riesce in pieno in un’operazione davvero difficile: raccontare in modo non banale ma assolutamente comprensibile la più grande rivoluzione tecnologica del secolo, la sua storia e i suoi protagonisti a un pubblico di non addetti ai lavori; ma insieme offrire anche un contributo originale e rilevante per chi vive già a contatto da tempo con il mondo dell’intelligenza artificiale, i suoi studi di frontiera e i suoi dibattiti più attuali. 
Pennisi lo fa anche attraverso veri e propri scoop: per esempio quando intervista alcune delle persone che sicuramente resteranno nella storia dell’innovazione di questi anni, inclusi Yann LeCun (l’ex chief AI scientist di Facebook Meta e oggi fondatore in Francia della startup Advanced Machine Intelligence Labs) o la co-fondatrice del colosso Anthropic Daniela Amodei.
Soprattutto, Pennisi lo fa con le idee. Quella centrale e più originale dà il titolo all’intero libro, perché riguarda quello che l’autrice definisce il «grande inganno». In realtà, il saggio ne racconta più d’uno. Ma quello che colpisce di più, il valore aggiunto al dibattito internazionale su questi temi, appare quando si parla di come funzionano veramente le interfacce dell’intelligenza artificiale e come esse sono disegnate per creare un’illusione cognitiva negli utilizzatori. 
Scrive Pennisi: «L’uso di stelline, scintille e cerchietti o puntini rotanti che accomuna quasi la totalità dei prodotti della Silicon Valley evoca semplicità, immediatezza, presenza. Magia. Il contrario del freddo e complesso processo tecnologico che c’è dietro».
Questo è notoriamente vero dei social media: sono disegnati per creare dipendenza e tenere agganciate le persone, al punto che Facebook di recente ha dovuto accettare una transazione da 18 miliardi di dollari negli Stati Uniti per liberarsi di una causa sostenuta da un gran numero di stati federali americani per i danni da dipendenza digitale ai più giovani inflitti fra i loro cittadini. Questo è vero anche dell’intelligenza artificiale – dimostra Pennisi – eppure ce n’è scarsa consapevolezza. 
Scrive l’autrice del modello «generativo» che ha aperto la rivoluzione per il grande pubblico: «ChatGpt è esploso nel giro di pochi mesi. E non rimanda altrove: risponde. È una barra bianca, senza un fine chiaro, ma con una promessa implicita: chiedi, qualcosa capirà e ti risponderà. Ognuno ci ha scritto quello che voleva. Ed è lì che è iniziato il grande inganno». Di che si tratta? «Ci rivolgiamo a questi modelli di intelligenza artificiale conversazionale con l’illusione che stiano chiacchierando con noi degli stessi argomenti che potremmo affrontare con una persona». 
Ma, appunto, questa è una trappola per la coscienza. «Non è così», incalza Pennisi. I modelli e il modo in cui sono disegnati graficamente «ci suggeriscono che dietro la barra di digitazione ci sia un’entità capace di intenzione e comprensione umana» e invece non c’è altro un modello statistico.
Pennisi però non rinuncia a un approccio razionale e quasi illuministico anche alle contraddizioni della tecnologia. Non fa di tutte le erbe un fascio, non è luddista e propensa a rifugiarsi nel piccolo mondo antico. Al contrario, chiude il libro offrendo al lettore un decalogo molto pratico per prendere dall’intelligenza artificiale il meglio. 
Fra i consigli più utili: «Chiedi e assegna (all’AI, ndr) compiti col massimo contesto e dettaglio, altrimenti la vaghezza che semini ti torna indietro come un boomerang» o «non scambiare una conversazione per una relazione», perché «l’empatia e il confronto con gli altri non possono essere sostituiti». Ma soprattutto, qualunque sia la tua interazione con l’intelligenza artificiale, «il ragionamento iniziale e la decisione finale stanno a te, sempre».