corriere.it, 25 settembre 2026
Romanzi dopati con l’AI, lo scandalo francese e la paura degli editori italiani
La casa editrice francese Grasset ne è (o forse era) fierissima. Nel sito, di «C’était ça ou mourir» scrive: «Thélyson Orélien sfoggia uno stile ricco e vibrante, intriso di umorismo e poesia, un linguaggio dell’esilio appreso “senza grammatica, senza dizionario, solo con ossa e pelle"». E in effetti il romanzo dell’esordiente québécois di origine haitiana, classe 1988, sta avendo un successo clamoroso, ha vinto il premio Fnac, è stato selezionato dai premi Goncourt, Renaudot, Femina e Médicis, è balzato in testa alla classifica, tradotto in 20 lingue, gratificato da definizioni come «potente» e «balsamo», e ha fruttato 300 mila euro al suo autore.
Fantastico, se non fosse che, forse, è falso. Cioè, è stato scritto quasi interamente dall’intelligenza artificiale. Ma qui il «forse» è la parola più importante della frase. La prima denuncia è arrivata da un profilo X, «Balance ton Claude», che ha spiegato di avere usato un altro programma AI, Pangram, che ha segnalato come interi brani fossero al 100 per cento scritti con l’intelligenza generativa. Vibrate proteste dalla casa editrice, sconcerto nel mondo editoriale, accuse di razzismo e di concorrenza sleale e «la Une», la copertina, su Libération: «Un romanzo dopato con l’AI?». L’agenzia Afp, intanto, usa un altro programma, inVid-Verify, che sostiene come sia «molto probabilmente» opera umana.
Prima o poi doveva succedere. E succederà sempre più spesso. Le case editrici sono sull’orlo di una crisi di nervi e, come dicono nelle questure, brancolano nel buio. Alcune hanno diramato circolari con il divieto imperativo di accettare opere «scritte con l’AI», senza dare regole più dettagliate. Un grande editore internazionale, per evitare di instillare dubbi, ha proibito ai dipendenti di parlarne con la stampa. In quasi tutti i contratti editoriali l’autore deve firmare un disclaimer, per giurare che il testo è tutta farina del suo sacco. Ma, fuor di ipocrisia, solo chi scrive con l’Olivetti Lettera 32 – come diceva di fare Cormac McCarthy (ma chissà)– è al sicuro dalle accuse. Un editor ci spiega: «Ormai usiamo questi programmi di verifica come se fossero test di gravidanza: il problema è che ci sono un sacco di falsi positivi».
Pippo Civati, editore di People, è molto preoccupato: «È un processo inarrestabile, che non riguarda solo la scrittura, ma anche la sintesi di un testo e la sua comprensione. Ormai c’è gente che non legge più i romanzi, si fa fare la sintesi dall’AI. Viene in mente Woody Allen: “Ho fatto un corso di lettura veloce e ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parlava della Russia». Se non sai elaborare un discorso critico e ti fai risolvere tutto da due righe di codice, è tutto finito. È un circolo vizioso: non solo i romanzi saranno scritti dall’AI, ma saranno anche letti dall’AI. Così muore l’editoria, che mi pare già sulla strada buona. E pure gli esseri umani sono messi male».
Come riconoscere un testo scritto con l’AI? People ha regole precise, come ci spiega l’editor Serena D’Angelo: «La fase iniziale di verifica di un testo prevede l’uso di programmi come GPTZero, Copyleaks, Originality.ai, Winston AI. Di solito basano la loro analisi su prevedibilità lessicale e formule ricorrenti: trattini lunghi, elenchi, triadi di parole, lunghezza delle frasi, tono. Un altro indizio è la vaghezza: se il testo è infarcito di frasi corrette ma generiche dal punto di vista semantico, allora varrebbe la pena di verificare con più attenzione». Talvolta diventano tignosi e chiedono una cronologia delle versioni, con appunti, bozze, revisioni, a testimonianza del processo creativo. Qualcuno vorrebbe una sorta di Qr code, come l’etichetta sul Pecorino, per verificare autenticità, origine e filiera.
Ma il timbro di origine garantita e controllata, per ora, non c’è. Paradossalmente si potrebbe applicare il principio della falsificabilità di Popper: non si può dimostrare con certezza che un testo è originale, ma si può provare a dimostrare che è falso (forse). Leonardo G. Luccone, scrittore e direttore di Oblique, ci spiega: «Se inserisci brani di Italo Calvino in uno di quei programmi, ti dicono che è scritto con l’AI. Pangram sostiene: il nostro tasso di errore è di 1 su 10 mila casi. Ma basta fare qualche prova per farsi venire i dubbi. Anche la dichiarazione di indipendenza americana, dicono alcuni di questi rivelatori, è stata fatta con l’AI. Poi c’è il paradosso più grande. Chi sa se un testo è stato scritto con AI? Un altro AI. E allora è un rompicapo, come la torre di Hanoi: adesso stanno sviluppando patch, porzioni di codici, che insegnano a Claude e agli altri programmi a non essere riconosciuti. A loro volta questi troveranno contromisure e proveranno a sfuggire».
Non se ne esce. Anche perché, poi, la pistola fumante del «falso» può essere necessaria. Se scrivi la tesi di laurea e copi altre tesi, c’è il plagio. Ma se Claude o Perplexity ti creano il tuo elaborato? In quel caso non c’è la prova assoluta e difficilmente ti possono togliere la laurea. Ti possono diffamare, però, accusandoti di esserti aiutato con l’AI. Che, per ora, è considerato peccato grave, mortale. Come sa bene Olga Tokarczuk, premio Nobel polacca, che ha ammesso candidamente di usarla, finendo massacrata dai social.
«Invece fa benissimo Tokarczuk a usarla – dice Luccone – Chi è intelligente, si aiuta con l’AI. Non per farsi scrivere da zero un testo. Ma come editor può essere un grande sostegno. Peraltro, ci sono romanzi che traggono la loro trama dai miti. E allora qual è il problema, se l’AI ti dà una mano anche sull’intreccio?». In effetti, dipende dall’uso che si fa di questi programmi. Una parte essenziale del lavoro, dicono i romantici, è la fatica: fatica di pensare, di decidere, di cristallizzare le idee e infine di scrivere. Però questo non ti impedisce di servirti dell’AI come di un bravo editor (non sostitutivo a quello in carne e ossa, che molte case editrici peraltro stanno dismettendo): è come se tu avessi di fronte una persona che ha letto qualche centinaio di migliaia di libri e che ne sa parecchio, anche se non è infallibile. Gli puoi chiedere consigli sul plot, sulla struttura, sull’equilibrio formale, sulle ripetizioni. Gli puoi chiedere di indicarti i passaggi più confusi, di segnalarti refusi e ripetizioni ma anche bias e contraddizioni interne. Puoi anche litigarci e insultarla: non aiuta e non è polite, ma contribuisce al tuo benessere psichico. Per ricerca, revisione e feedback, insomma, farne a meno sarebbe come correre i 100 metri partendo con due metri di svantaggio.
«L’AI – ci dice Luccone – è perfetta per sostituire romanzi scadenti, quelli scritti con cliché e frasi fatte. O libri commerciali, tipo i fantasy o gli Harmony». Ma anche quelli midcult, che scimmiottano l’alta cultura, o quelli kitsch, che mercificano le forme estetiche. Come scrive Massimiliano Parente: che ci vuole a replicare un romanzo di Erri De Luca? L’haitiano Orélien ha scritto frasi come: «Ero un uomo sospeso tra due mondi come un panno steso sul filo del tempo». «Un migrante che attraversa una frontiera è come un serpente che scivola sotto un tappeto». Haitiano o AI-tiano? (copyright Civati). Luccone, tra l’altro, sta cercando di scoprire chi è Elena Ferrante: «Altri ci hanno provato confrontando i testi, ma ora abbiamo questi strumenti potentissimi per verificare le affinità». Tempi duri per gli scrittori sotto anonimato.
«Quello che manca all’intelligenza artificiale generativa – dice Luccone – è la creatività, l’imprevedibilità, l’ironia, l’errore. Il groove. Se gli fai editare Guerra e Pace, te lo banalizza. I grandi romanzi sono spesso storti, deviati. Cambiano registro, alternano i registri stilistici». E sono gli editor in carne e ossa a volte ad avere l’intuizione geniale. L’incipit di «Terra desolata» – «Aprile è il più crudele dei mesi» – è di Eliot ma fu il suo «editor-fabbro» speciale, Ezra Pound a spostarlo all’inizio (a proposito, attenti ai trattini, sono un pattern rivelatore di AI). Raymond Carver è diventato quel miracolo di scrittore che è anche grazie ai tagli chirurgici e feroci di Gordon Lish (ma c’è chi dice che i racconti erano migliori con i finali non amputati).
Vero è che fin dove arriverà l’AI non è dato sapere. L’addestramento fa sì che sarà sempre più difficile distinguere il vero dal falso. I confini si faranno sempre più sfumati. Scrive l’Economist, in un miracolo di ironia e sottigliezza difficilmente eguagliabile dall’AI: «Questo giornale ha elogiato il progresso tecnologico per quasi due secoli. Sarebbe scortese diventare luddisti solo ora, quando i lupi dell’automazione si sono presentati alla nostra porta. Eppure, sia gli scrittori che i lettori dovrebbero essere cauti nel passare dalla penna all’intelligenza artificiale».