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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Un italiano su cinque vive nella puzza delle industrie

Vivere dentro ad un’aria puzzolente non è solo deprimente, è ormai dimostrato che danneggia il nostro organismo perché «altera l’equilibrio psicofisico, produce stress e ansia». Ebbene, dai rilevamenti Istat un italiano su 5 abita in zone infestate dai cattivi odori, con punte del 29% in Campania e del 27% in Puglia. È tra le principali criticità ambientali: il 25% delle chiamate ad Arpa Lombardia arrivano da chi segnala «molestie olfattive». Si va dalle concerie di Solofra (Avellino) ai mangimifici del Bergamasco: la gente si arrabbia, nascono comitati, qualcuno fa causa, altri cambiano casa, e intanto i sindaci provano a mediare tra le legittime rimostranze degli elettori e le esigenze delle imprese. Quando va bene, dopo anni di proteste e trattative, si arriva a un compromesso che raramente elimina del tutto i miasmi.
L’origine del problema
Premessa: cattivo odore non significa che l’aria sia per forza inquinata, tanto meno che si stia respirando una sostanza tossica. Sono 12 i principali composti chimici maleodoranti, come l’acido solfidrico, che scatena un tanfo simile a quello delle uova marce; le ammine, che sanno di pesce; o i mercaptani che odorano di cavolo in decomposizione. Tutte sostanze utilizzate abitualmente in molti processi produttivi. Il ministero dell’Ambiente individua 26 tipi di aziende che più delle altre hanno un «potenziale impatto odorigeno»: concerie, mangimifici, industrie farmaceutiche, chimiche, distillerie, allevamenti...
Ma allora, dato che si conoscono sia i composti che le aziende che li diffondono nell’aria, cosa impedisce di risolvere il problema?
La legge che non c’è
I controlli sui cattivi odori spettano alle Agenzie regionali per l’ambiente, che su una cosa concordano: mancano leggi adeguate. Per 80 anni ci si affida ai regi decreti di epoca fascista che puniscono il getto di cose (art. 674 c.p.), e le emissioni di sostanze nell’aria se superano «la normale tollerabilità» (art. 844 cc). Nel 2017 arriva l’art. 272-bis che confluisce nel Testo Unico Ambientale: spetta alle Regioni regolamentare le emissioni odorigene degli impianti industriali. Ma il legislatore dimentica di specificare cosa intenda per «emissioni odorigene», e quindi bisogna attendere altri tre anni per leggere l’articolo 268 F-bis, che finalmente spiega: «Emissioni odorigene: emissioni diffuse aventi effetti di natura odorigena». Sembra una barzelletta.
Nel dubbio molte Regioni preferiscono non legiferare in attesa di indicazioni più chiare. Nel 2023 finalmente il ministero dell’Ambiente pubblica le linee di indirizzo che dovrebbero chiarirne l’applicazione. Il documento spiega, ad esempio, come va simulata la diffusione degli odori da parte di uno stabilimento, o come i tecnici possono misurarne i livelli nell’aria. Ma il nocciolo è quello di suggerire alle Regioni l’adozione di iter più stringenti per il rilascio delle autorizzazioni ambientali. In sostanza, per avere il nullaosta all’apertura di uno stabilimento che emette odori potenzialmente molesti, occorre presentare una Valutazione di impatto odorigeno che dimostri che l’attività produttiva non disturberà i residenti.
Naturalmente, vale per i nuovi impianti mentre le aziende già attive – a meno che non chiedano di ampliare la struttura o di rinnovare un’autorizzazione scaduta – non devono presentare alcuna valutazione. La procedura non risolve i problemi esistenti, ma almeno dovrebbe evitare che se ne creino di nuovi.
Le linee di indirizzo però forniscono un orientamento generale senza neppure fissare dei limiti precisi oltre i quali un odore può essere considerato molesto. Il Mase su questo punto è chiaro: le Regioni sono libere di legiferare «con le forme e gli strumenti più opportuni». E infatti ognuno fa per sé. La Puglia – una delle poche ad aver adottato una specifica legge in materia – non misura il livello di odori emesso dall’azienda, ma quello percepito dai «recettori», cioè da chi vive nei dintorni: dove ci sono scuole o ospedali le puzze devono essere quasi assenti, mentre possono risultare più intense nelle aree meno abitate e alte in quelle industriali. La Basilicata distingue tra zone residenziali e non, consentendo dei «livelli di accettabilità» più alti fino a 200 metri dall’impianto, minori nella media distanza. In Lombardia e Veneto si valuta caso per caso insieme alle Arpa. C’è chi disciplina anche specifici tipi di aziende: in Piemonte niente impianti di compostaggio a ridosso di centri abitati e biblioteche, l’Abruzzo fissa un tetto alle emissioni per le aziende di trattamento dei rifiuti, l’Emilia Romagna vieta di costruire impianti di biogas a meno di 500 metri dalle case.
«Finché ogni Regione continuerà a farsi le proprie regole, ci saranno cittadini più tutelati e altri che rischiano di ritrovarsi prigionieri dei miasmi» è il commento di Vito Bruno, esperto di diritto ambientale e direttore generale di Arpa Puglia.
Il caso della grappa
Non è però tutta colpa della carenza normativa. Se milioni di italiani sono costretti a vivere immersi nei cattivi odori, è anche grazie ai sindaci e ai loro piani regolatori: per decenni non hanno mai considerato il fatto che il benessere dei cittadini passa anche per i loro nasi.
A Conselve, in provincia di Padova, c’è un caso di scuola. Nel 1964 si inaugura una piccola distilleria, la Bonollo Umberto, per la produzione di grappa. La puzza emessa dalla fermentazione delle vinacce non è un problema: nello stabilimento si lavora pochi mesi l’anno e intorno ci sono soltanto vigneti, qualche casa colonica e la cantina vinicola. Gli affari vanno bene, l’azienda cresce. A partire dagli anni Novanta, il Comune cambia più volte il piano regolatore: l’area da agricola diventa industriale, la Bonollo si ingrandisce, e nel 2012 triplica la superficie coperta, fino a diventare tra le più grandi distillerie d’Italia, attiva quasi tutto l’anno. E visto che quello delle distillerie è un ciclo virtuoso dove non si butta via nulla (ciò che non diventa grappa viene usato per produrre alcol, polifenoli, fertilizzanti…) prima si costruisce l’impianto a biogas che produce energia elettrica poi, nel 2023, si inaugura l’impianto a biometano, che rifornisce di gas la rete pubblica.
Nel frattempo, Conselve passa da 7mila a 10.500 abitanti, e nei primi anni Duemila sorge un intero quartiere a poca distanza dalla distilleria. All’improvviso la puzza diventa un problema: si organizzano sit-in di protesta, nasce un comitato che accusa l’azienda di «molestare i cittadini», qualche residente fa causa, altri presentano esposti. Nel 2014 la procura di Padova prende in mano tutte le denunce e apre un’indagine dalla quale, però, non emerge nulla.
L’assessore all’Ambiente Cristian Maneo, eletto nel 2022 con una lista civica che ha affrontato la campagna elettorale martellando proprio sul problema dei cattivi odori: «Arrivati a questo punto, spostare l’impianto in una zona disabitata avrebbe costi insostenibili. Si può solo trattare con l’impresa perché investa in tecnologie in grado di ridurre i miasmi».
Ma filtri e lavorazioni al chiuso, hanno solo attenuato i disagi. Antonio Berti abita a meno di un chilometro dall’impianto: “Ci sono giorni in cui l’aria è irrespirabile, e d’estate devo tenere le finestre chiuse”.
Quel «leggero odore di fogna»
Quando la situazione si fa insopportabile, piovono telefonate al Comune. Spetta al sindaco invocare l’intervento dell’Arpa Veneto: solo negli ultimi 4 anni una settantina di controlli, tutti con esiti simili. Le emissioni rispettano i parametri delle leggi sull’inquinamento e dal 2018 la Provincia impone limiti ancora più bassi su polveri sottili, acido cloridrico, benzene invece, composti organici volatili.
Nell’ultima relazione dell’Arpav (15 maggio 2026) si legge che gli ispettori rilevano in zona «un leggero odore di fognatura» e quello «tipico del processo di distillazione» ma quando provano a misurare sostanze volatili, le concentrazioni sono «inferiori ai limiti di rilevabilità strumentale». Stessi risultati perfino analizzando l’aria all’interno dello stabilimento. In sostanza il nostro naso è di gran lunga più sensibile di qualunque apparecchio elettronico: bastano quantità infinitesimali di alcuni composti chimici per sentire puzza di marcio
La carbon-tax sulle puzze
«Tocca alla politica – dice Paolo Bonasoni del Cnr – servono leggi univoche sulle emissioni odorigene, sanzioni per chi sgarra, e una visione urbanistica che tenga conto del fatto che i cittadini hanno diritto a non vivere nella puzza». E lancia l’idea di una sorta di carbon tax sugli odori: «Tra le odorigene ci sono industrie che fanno utili enormi, perché non obbligarle ad investire una percentuale dei profitti nella ricerca di tecnologie in grado di arginare i cattivi odori?».