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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Intervista ad Annalisa

Prima dei momenti importanti della vita spesso ci si guarda indietro. La prossima estate, il 12 giugno, lei si esibirà per la prima volta a San Siro. Annalisa, scelga una foto ricordo dal suo album…
«Visualizzo uno scatto a casa dei nonni: è il mio primo giorno d’asilo e sono sulla scala. Quella è la casa che mi ha forgiato e segnato. Soffro all’idea che non sia più parte della nostra famiglia perché è stata venduta… Era a Ferrania, un paesino dove c’era – a proposito di fotografia – un’azienda di pellicole in cui hanno lavorato i miei quattro nonni. Qualla fabbrica era stata fonte di vita nuova per la gente della zona, aveva svoltato la vita di tante famiglie che prima di allora lavoravano in campagna. Ora che non c’è più nemmeno la fabbrica, sta diventando una città fantasma. Mi sento di appartenere a quei luoghi: mi piace andare alle sagre dove spesso mia nonna faceva la volontaria in cucina».
Il piatto?
«I ravioli erano un classico».
Che bambina era?
«Una bambina di campagna. Andavo in giro con nonni e bisnonni a raccogliere fiori, a fare funghi con papà… Mi ricordo che stavo al parchetto tutto il giorno, non stavo mai in casa».
Ci accompagni nella sua cameretta da adolescente…
«Non esiste più, ma ci troveremmo un sacco di libri, la mia prima postazione musicale – ho iniziato a registrare dei provini da sola con computer e multitraccia – e tre poster: Jim Morrison nell’iconica posa con le braccia allargate, Leonardo DiCaprio in Titanic staccato dalle pagine della rivista Cioè e il pallavolista Rafael Pascual».
Chi avrebbe voluto sposare quella ragazzina?
«All’epoca tutti e tre. Morrison perché avevo ereditato la discografia dei Doors da zio e papà e il film di Oliver Stone sulla band mi aveva sconvolto. Pascal perché giocavo a pallavolo. Leonardo di Caprio mi piaceva da Romeo + Juliet… e mi piace ancora».
Nel 2023 si è sposata veramente, con nessuno di quei tre ma con Francesco Muglia, un manager del settore crociere: come è cambiata la sua vita?
«Il matrimonio me l’ha regolarizzata e incasinata allo stesso tempo. Prima ero una zingara che dormiva in mille posti, adesso sono più organizzata con le soluzioni abitative. Ho una casa a Milano e una a Genova. Dall’altro lato, anche mio marito viaggia molto, a volte lo seguo e quindi sono in giro ancora di più di quando ero da sola».

La prima canzone scritta in quella cameretta?
«Si chiamava Ombre ed era legata a una tragedia accaduta a un bambino che conoscevo. Quell’evento per me aveva segnato la fine dell’infanzia, di quell’età dell’oro in cui tutto ti sembra perfetto».
L’ultima sua canzone invece è una nuova versione di Amica, brano di Ma io sono fuoco, in coppia con Madame. La si può ascoltare proprio da oggi e anticipa il repack dell’album che conterrà anche le versioni live dei brani del disco…
«Era tempo che volevo fare un album live e le registrazioni dei concerti offrono sfumature, mondi e colori nuovi e completi. Per Amica avevo pensato subito a Madame, ma allora lei era impegnata e per me era troppo importante far uscire quella storia. È uno sfogo con un’amica che qui, con la voce di Madame, finalmente risponde e completa il tutto».
L’amicizia per Annalisa?
«Sono estrema. Siccome credo siano importanti quelle profonde e vere me ne prendo cura. Ho pochi amici quindi ma con loro il rapporto è quasi ossessivo. Mi aiutano ad andare avanti nella vita».

Amicizie storiche? Amicizie con personaggi noti? Il team di lavoro che diventa cerchio magico?
«Sono amicizie antiche, legate al paese dove sono cresciuta, Carcare (Savona), alla scuola, alle nonne che si conoscevano. Ce ne sono anche di più recenti ma non con lo stesso livello di confidenza e libertà. Qualcuno vive con divertimento l’attenzione attorno a me, altri con più fatica e tendono a proteggermi, quasi anche con i movimenti del corpo. La popolarità rende difficile fare amicizie oneste, a volte hai la sensazione che stiano con te tanto per... E non mi piace nemmeno l’idea di vivere sempre con il team: al di fuori del lavoro non voglio che tutto giri intorno a me. Ho bisogno di non stare al centro, mi piace stare insieme e parlare poco».
Sono finiti in qualche canzone? Si sono riconosciuti?
«Tantissime volte. Le storie che racconto nelle canzoni sono contaminate dalle vite che vivono gli altri. Proprio su Amica una di loro si è riconosciuta in un passaggio. “Ma… mi sembra che parli di me”. Era vero».
C’è San Siro in arrivo: la data è segnata sull’agenda in rosso?
«Ci penso da ben prima dell’annuncio. E da tempo osservo quello che accade in quello stadio per prendere idee per il mio spettacolo».
A chi e cosa vorrebbe rubare?
«Vedendo il tour di Taylor Swift mi sono portata a casa l’idea che quel concerto, oltre ad essere uno show incredibile, fosse anche un’esperienza collettiva fatta di condivisioni, emozioni, ricordi, svago e riflessione. Lei è riuscita a creare una comunità attorno alla sua musica».
Sarà più difficile il momento prima di salire sul palco con l’ansia, il crescere del brusio del pubblico, o il momento in cui tornerà in hotel e spegnerà la luce rimanendo da sola?
«Tutta la vita spegnere la luce… Quella di San Siro sarà una serata speciale perché mi esibirò in una venue simbolica, unica perché non farò altri concerti nel 2027, indimenticabile perché mi porterò dietro per sempre il ricordo. Quando tornerò in camera sarà un momento molto emotivo. Credo di aver provato qualcosa di simile ogni qual volta in tour arriva l’ultima data: segna la fine di un percorso».
L’ego risente della fine di un tour? Non c’è più un pubblico che ti sentire una divinità ogni sera…
«Mi sento sempre in tour perché ma a me manca stare sul palco… Ogni fase di questo lavoro ha il suo fascino e i suoi stimoli. Il momento creativo in studio con il suo senso di scommessa è emozionante, ma stare sul palco con la gente che si diverte e canta le tue canzoni è un’altra sensazione».
Che ne pensa dell’intelligenza artificiale nella musica. Ci sarà nello show di San Siro?
«Ho dei paletti forti verso l’AI. Nei visual non metto un veto: dipende dall’idea creativa e se c’è quella alla guida del processo l’AI può essere d’aiuto. Dal punto di vista della musica invece è un no, è abolita. Mi fa arrabbiare l’uso dell’AI nel mondo creativo, ma non mi spaventa perché non mi sembra di poter essere sostituita nel mio percorso creativo».
E nella vita quotidiana?
«A volte la uso. Ad esempio per valutare delle scelte. In questi giorni sto pensando all’acquisto di una micro macchina e non sapendo nulla dell’argomento ho chiesto aiuto all’AI. Il tema è che spesso sbaglia…».
AnnalAIsa, il suo avatar digitale non l’imitazione che fa Brenda Lodigiani alla Gialappa’s, che caratteristiche dovrebbe avere? Scriva il prompt…
«Difficile… Dovrei scrivere le cose che devo dire a me stessa. L’idea base è che non posso intraprendere altro che una strada non battuta. Ecco perché dico che non mi sento sostituibile. Quando qualcuno mi dice “se si è fatto sempre così, dobbiamo fare così anche questa volta” è proprio quando penso che dobbiamo fare diversamente. Bisogna provare il non fatto, dire il non detto. Voglio essere imprevedibile, magari anche imperfetta, ma fare qualcosa che sia solo mia».
Le è piaciuta invece l’imitazione?
«Mi ha fatto ridere anche se ci vedo poco di me: è un personaggio inventato – se io facessi la pole dance finirei al pronto soccorso – prendendo da me alcuni elementi come il taglio di capelli, le spalline, i reggicalze… Quando c’era Alessandra Amoroso al suo fianco, però, ho riso alle lacrime».
Lei ha una laurea in fisica: la legge che le piace di più?
«Il principio di indeterminazione di Heisenberg. Lo semplifico e chiedo comprensione agli esperti. Ci dice che è impossibile misurare due aspetti legati tra loro di uno stesso fenomeno nello stesso momento e con la stessa precisione. Mi piace perché possiamo dargli anche una lettura filosofica e pratica soprattutto: non si riesce a fare bene due cose contemporaneamente allo stesso livello. Quindi tendenzialmente cerco di farne una per volta!».
Il primo bacio o la prima volta?
«Il primo bacio è meno imbarazzante da esporre… È stato ridicolo, veloce, nessuno dei due era capace… inutilmente appiccicoso».

Vorrebbe rivivere i 20 anni o scoprire la maturità dei 50/60?
«L’altra sera guardando una serie mi sono commossa ripensando con malinconia dolce amara a certi momenti dell’adolescenza: mentre li vivi non ti accorgi di quanto siano qualcosa di irripetibile. Per il futuro mi sforzo di non immaginarmi, per non crearmi aspettative e condizionamenti».
La morte le fa paura?
«Tantissimo. Mi spiace proprio l’idea dello sparire, non la vivo bene… Vorrei continuare a conoscere persone e fare esperienze in eterno».
E ha paura di sparire come artista?
«Se intendi sparire l’anno prossimo, sì. In senso assoluto no. Anzi preferirei a un certo punto sparire senza dover andare avanti fino all’anzianità. Non voglio lasciarmi frustrare dai ritmi pazzi della musica, ma anche della vita, di oggi. Bisogna fare le cose bene e soprattutto con un motivo. Se non c’è quello meglio non fare, un bel tacer non fu mai scritto».