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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Frank Matano parla di sé, dei social, di comicità

«Interpreto un programmatore sfigato, anche se ormai i programmatori dominano il mondo. Grazie all’AI i nerd adolescenti si vendicheranno dei bulli, prendendo il controllo del mondo con le loro tech companies giganti». Frank Matano in Quasi Vera di Fausto Brizzi veste i panni di un aspirante attore in crisi professionale e familiare, che crea con l’intelligenza artificiale Vera, una sensuale influencer virtuale (nel ruolo Taylor Mega) che diventa un fenomeno mondiale. Il film sarà al cinema dal 1° ottobre con Medusa Film. Nel cast anche Rocío Muñoz Morales.
Come attore, che voto si dà?
«Non lo so. Lo chieda all’intelligenza artificiale, le saprà dire meglio di me».
I social ci stanno annientando il cervello?
«C’è una frase che mi piace tantissimo di Edward O. Wilson, un biologo statunitense degli anni ‘50. Sosteneva già allora che il problema dell’umanità è che abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e una tecnologia divina. Ed è terribilmente pericoloso».
Eppure i social non erano partiti male.
«Erano partiti come un enorme strumento di connessione tra di noi. Prima non si potevano riallacciare rapporti con persone del 1996 con cui avevi passato una bella giornata, che so, a Trani».
Poi?
«Il meccanismo dei reel e l’algoritmo che alimenta costantemente contenuti brevi che ti pompano la dopamina e allo stesso tempo ti impediscono di provare noia, ci hanno anestetizzato il cervello».
Sui social postiamo un’immagine fake, sempre la migliore versione di noi.
«Il film parla anche di questo, di ostentazione. Tanti raccontano una vita che non è una vera vita, ma che è fatta di luoghi instagrammabili piuttosto che di luoghi in cui hai condiviso una bella serata con gli amici. Detesto quando entri in alcuni locali e trovi il led con la scritta “good vibes” in rosa per fare la foto».
È dipendente anche lei dai social?
«Ho la scusante che per lavoro anch’io produco contenuti e quindi guardo i social per informarmi e tenermi aggiornato. Ma è una palese bugia, sono chiaramente drogato di social come tutti».
In «Quasi Vera» si parla anche di fallimenti professionali. Nella sua carriera quali sono stati?
«Ho dovuto interiorizzare un mantra: a volte vinci, a volte impari. Gli errori sono fondamentali».
Il comico vive con una spada di Damocle: dover far ridere. Le pesa?
«L’aspettativa è già nella parola – comico —: vuol dire che devi far ridere. Però esiste una tecnica per aggirare quest’ansia: la premessa. La premessa non è il punto in cui fai ridere, ma è il punto in cui gli altri si dimenticano che devi far ridere. La capacità di raccontare bene una storia è fondamentale e “distrae” chi ascolta».
Si può ridere su tutto o ci sono dei confini?
«Per me la base è che si deve scherzare su tutto. George Carlin diceva che il comico deve capire qual è la linea di confine e superarla di proposito. Poi, a seconda del periodo storico, questa linea cambia. Ora con la vittoria delle destre, con Trump, si possono dire cose che per il movimento woke erano indicibili. Però più è greve quello che dici, più deve essere creativo e intelligente quello che dici. Se sei solo scontato e offensivo ti becchi le conseguenze».
Si è pentito di essersi tatuato sul sedere Cartman, uno dei personaggi principali di South Park?
«Certo che mi sono pentito. Maturando ho imparato che non bisogna fare scelte permanenti quando si è molto giovani... South Park mi ha influenzato tantissimo, io amo Cartman ma non ne avrei voluto fare un simbolo religioso sulla mia chiappa destra».
Nella storia della sua ascesa ci sono anche tre anni vissuti a casa di Davide Parenti.

«Avevo 19 anni, mi prese per Le Iene e mi sarei dovuto trasferire a Milano. Iniziai a vedere le stanze, ma già allora, nel 2009, c’erano affitti folli che non mi potevo permettere. Praticamente in Italia se non hai una casa di proprietà in una grande città parti indietro. È come una corsa di 100 metri in cui gli altri iniziano a correre e tu sei ancora fermo perché per te lo sparo del via arriva dopo».
Cosa ha imparato da Parenti?
«Nei tre anni a casa sua ho imparato che è uno chef senza senso ed è un uomo di grande generosità: guardavamo la tv insieme e mi ha insegnato tantissimo».
Il comico deve essere «un po’ stronzo», come le aveva detto Patrizia Pellegrino nel programma di Carlo Conti in cui lei era uno dei giudici?
«Di sicuro aiuta, ma non fa parte della mia personalità. Secondo me il comico deve essere il più possibile onesto».
La fama rischia di essere un veleno?
«Di sicuro è un veleno, bisogna stare attenti. Il cortocircuito per chi fa questo mestiere è che da una parte ha bisogno di quell’approvazione da parte degli altri che magari non ha mai avuto prima; allo stesso tempo però la smania di voler apparire è patetica».