Corriere della Sera, 25 settembre 2026
Paola Farinetti ricorda il fu marito, Gianmaria Testa
La foto più bella di lei insieme a suo marito Gianmaria Testa?
«Eravamo alla Palma, un mitico jazz club romano. Lo scatto è scuro, siamo entrambi in piedi e lui mi abbraccia, le sue mani quasi a protezione di una donna piccolina come me. Lui guarda l’obiettivo mentre io guardo lui».
A dieci anni dalla morte del cantautore, Paola Farinetti, moglie e anche sua produttrice, ha organizzato lo spettacolo «Scritto domani» che si terrà il 25 settembre ad Alba: una trentina di artisti sul palco, l’avvio delle riprese per un documentario sulla sua vita che uscirà l’anno prossimo e l’anteprima della biografia firmata da Mirko Capozzoli.
Omaggio, ricordo, celebrazione?
«Vorrei che fossero le ultime cose che faccio relative alla sua carriera, altrimenti non uscirò più dal dolore che è rimasto da allora. È stata dura. Si è ammalato quando nostro figlio aveva nove anni e sono andata avanti da sola. Ora siamo a 10 anni dalla sua scomparsa, Da questa parte del mare, il disco con cui vinse il Tenco ne compie 20 e resta un album attualissimo non solo per il tema trattato, ma anche per poetica e arrangiamento. Ecco, quel disco sembra proprio “scritto domani”. Sul palco ci saranno i musicisti che hanno condiviso tanto con lui, Enrico Rava, Paolo Fresu, Nada; quelli che sono artisticamente vicini come Daniele Silvestri, Raphael Gualazzi, Omar Pedrini; e anche personaggi che arrivano da altri mondi come Paolo Rossi, Erri De Luca per il quale era “il fratello che non ho mai avuto”, Giuseppe Cederna con cui ha fatto uno spettacolo teatrale, Domenico Procacci, Stefano Senardi… È una serata che facciamo per la bellezza di fare».
L’eredità musicale di Gianmaria Testa?
«Quella di un artista che non aveva paura di prendere posizione sulle cose del mondo. E quindi politico. Non nel senso partitico, ma in quello di chi ha una coscienza civica. Gianmaria sapeva trattare temi complessi con semplicità. Nel corso del tempo aveva scarnificato la sua scrittura, l’aveva portata all’essenziale con un rigore ossessivo nella scelta delle parole giuste. Del resto, nella scultura diceva di amare più Giacometti che Rodin. Questa primavera io e Nicola, nostro figlio, siamo stati in vacanza a Istanbul. A un certo punto Nicola si volta e mi dice “c’è papà che canta”. C’era una sua canzone che risuonava nella hall dell’albergo, trasmessa casualmente da una playlist. Ci siamo abbracciati».
La musica è filtrata con il Dna?
«Al pranzo di Natale Gianmaria tirava sempre fuori la chitarra e ci divertivamo a cantare di tutto, dai Pooh a Battisti. Quello del 2016 fu un Natale silenzioso. L’anno dopo, avvicinandosi le feste, Nicola disse: “Peccato che nessuno suonerà la chitarra il giorno di Natale”. Si è messo d’impegno e con i tutorial su YouTube ha imparato a suonare proprio Battisti e i Pooh. Oggi Nicola è diventato un chitarrista, sta finendo il Conservatorio, ma di cantare non se la sente proprio».
Come vi eravate conosciuti? Il primo incontro?
«Battibeccando… Nel 1996 dirigevo il Teatro Comunale di Alba e i Giovani industriali affittarono la sala per un convegno. Avevano invitato Gianmaria Testa a suonare. Era l’ultima cosa che mi aspettavo da un artista come lui e glielo feci notare. Non ci rimase bene ma capii che non era stato informato dal suo manager, forse quel personaggio non era sulla sua stessa lunghezza d’onda etica... Un paio di anni dopo invitai Gianmaria a un festival teatrale che organizzavo io e così iniziò il nostro rapporto professionale. Tante volte l’ho portato verso il mio mondo e altrettanto spesso lui ha portato la musica nel teatro».
E il primo passo sentimentale?
«L’ho conquistato io. Dopo un matrimonio finito alle spalle, a 38 anni, pensava che la sua vita sentimentale fosse finita».
Il cantautore-ferroviere. Favola o realtà?
«Assolutamente realtà. Si sentiva prima di tutto un ferroviere. e io stessa, conoscendoli per lavoro, non avrei sposato un artista. Amava il rapporto con i colleghi e il lavoro. Fu una tragedia personale quando, nel 2009, dovette dare le dimissioni. Le Ferrovie dello Stato non consentivano più il part time verticale che lui aveva utilizzato fino ad allora. Ha provato ad adattarsi. A volte finiva il concerto, andava in hotel e si svegliava alle 4 di notte per arrivare in tempo. I tour all’estero, però, erano diventati incompatibili con quell’organizzazione».
Il lavoro fisso era la rete di sicurezza? Temeva di sparire artisticamente e si teneva il posto da capostazione?
«No. Lo considerava un mezzo per la libertà. Pensava che un artista senza un lavoro finisse in balia del business musicale. Il lavoro gli permetteva anche di stare con i piedi per terra, agganciato al mondo reale».
Il successo è arrivato prima in Francia. La critica lo abbraccia, quattro date all’Olympia di Parigi… Nessuno profeta in patria?
«Quando nel 1993 vinse il Festival di Recanati (oggi si chiama Musicultura ndr) ricevette una proposta da una casa discografica italiana che però non era in linea con la sua idea di musica. Così usò i soldi del premio per incidere un brano col quale si ripresentò l’anno successivo. Vinse ancora. Lì venne notato da una produttrice, Nicole Courtois, che lo portò in Francia per incidere il primo album, Montgolfières, con la prestigiosa Label Bleu».
Testa non ha mai partecipato al Festival di Sanremo: non ci voleva andare o non lo volevano?
«Ho provato a convincerlo, suggerendogli una teoria di Brecht: bisogna infilarsi negli interstizi del sistema. Non ha mai ceduto. Irremovibile. Una volta gli proposi di scrivere una canzone per Mauro Ermanno Giovanardi. Quella volta accettò. Portai Anche senza parlare a Carlo Conti: la reputò bellissima, ma troppo intellettuale e non la prese in gara. Più in generale Gianmaria si rifiutava di andare in tv perché gli sembrava che lì la musica venisse trattata come puro intrattenimento. Si era trovato talmente a disagio una volta al Costanzo Show che quando lo stesso Costanzo, che all’epoca creava personaggi e successi, gli propose di fare l’ospite per un mese lui preferì declinare».
Il Gianmaria privato?
«Aveva un’immagine austera, che corrispondeva al suo essere “dritto” moralmente, ma sapeva anche essere divertente. Io sono più chiusa e snob, lui amava la convivialità. Era bravissimo a fare la pasta a mano. Tagliatelle, agnolotti e gnocchi. Una volta, siccome amo le orecchiette, me le fece a sorpresa. A un certo punto andammo a vivere a Castiglione Falletto, un paese di 600 anime: lui entrò subito in connessione con tutti, dal barista al vignaiolo. Pensava in piemontese e questo lo facilitava nel creare rapporti all’interno della comunità langarola».
L’ultimo ricordo?
«Le nostre mani strette negli ultimi giorni in ospedale. La cosa che mi manca di più è la sua fisicità».
La canzone che glielo fa sentire ancora vicino?
«Piccoli fiumi che scrisse per Nada e poi cantò anche lui girandone il testo al maschile. Ricordo il giorno che me la fece sentire per la prima volta. Era uno di quei pomeriggi di niente, eravamo sul letto e lui prese la chitarra. Ho un ricordo visivo, e anche odoroso, di quel momento».
E la canzone simbolo per il pubblico?
«Dentro la tasca. È il brano che più di tutti mostra perché era un artista politico. Non parlava per slogan, ma negli anni in cui la scrisse attribuire il sentimento della tenerezza al maschio era un gesto politico».
Oggi sarebbe più deluso dalla musica che pensa solo ai numeri o dai treni in ritardo?
«Per entrambe le cose. Una volta era a cena con Francesco Guccini che gli disse: “Oggi io non riuscirei a trovare spazio nella musica”. Credo che adesso sarebbe lui a sentirsi così. Parlando degli orari però raggiungerebbe due obiettivi: i treni in ritardo e Salvini».