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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Netanyahu all’aula vuota: «No all’atomica iraniana, i coloni violenti sono pochi»

Cinquecento cartelloni digitali, sparsi per Manhattan, concentrati attorno al Palazzo di Vetro, visibili nel traffico di New York affissi sulle fiancate dei camion. Le scritte cambiano, il messaggio resta lo stesso: «L’Iran non può avere la bomba atomica», «È un regime terrorista». Soprattutto: «Da che parte state?». Perché in questo settembre, più di ogni altro in passato, Benjamin Netanyahu parla all’Assemblea generale perché a casa gli elettori israeliani intendano.
Così la sfida per dimostrare di essere l’unico che tiene testa ai potenti del mondo inizia ancora prima di decollare, un’occasione che gli offre Zohran Mamdani, il sindaco della metropoli. Pochi giorni fa lo ha accusato di essere «l’architetto di un orrendo genocidio contro i palestinesi» e Bibi ha minacciato in risposta: «Alle Nazioni Unite dirò la verità sui nostri eroici soldati. E su di te». In un manifesto per la sua campagna elettorale ha messo Mamdani a fianco di Ali Khamenei e Hassan Nasrallah: «Vogliono che Netanyahu perda, non lasciarli vincere».
Senza che i suoi consiglieri abbiano dato spiegazioni, l’aereo del premier è atterrato all’aeroporto di Stewart, usato anche come base militare, un centinaio di chilometri a nord di New York. E Bibi ha intenzione di restare per meno di otto ore: di solito allungava la permanenza tra i grattacieli con la moglie Sara per tutto il fine settimana. Accorciare la visita gli serve anche a giustificare perché non sia riuscito a organizzare un incontro con il presidente Donald Trump, sperava in una stretta di mano che allargasse il supporto degli israeliani da qui alle elezioni di fine ottobre. «Netanyahu ritorna sul palcoscenico preferito, ma questa volta i riflettori illuminano qualcosa di diverso: il suo isolamento», commenta il Wall Street Journal.
Quando entra lui, decine di delegati abbandonano l’aula, mentre fuori dal Palazzo i manifestanti protestano. Il premier li bolla entrambi come «ipocriti», definisce i diplomatici «codardi della morale». Usa il mito attorno al fratello Yonatan per esaltare questi tre anni di guerra permanente: «Quando lo andai a trovare prima del conflitto nel 1967, mi di disse che avremmo vinto “perché non abbiamo altra scelta”. È ancora così». Ricorda gli eccidi di tre anni fa perpetrati dai terroristi di Hamas nei villaggi a sud di Israele – «il giorno più buio nella Storia del Paese» – ancora una volta senza prendersi alcuna responsabilità per il disastro strategico. Piuttosto usa la memoria di quell’alba di orrore per la sua campagna interna: «Non abbiamo commesso un genocidio, lo abbiamo fermato, ci avrebbero ucciso tutti», il fallimento politico e militare precedente a quel giorno viene trasformato in una sua vittoria. Elenca le operazioni contro l’Hezbollah libanese, i bombardamenti sui siti nucleari iraniani: «Un giorno il regime cadrà e tutti festeggeremo».
Accusa Mamdani di antisemitismo – «gli ebrei non si sentono più sicuri a New York» —, cita i «mi piace» della moglie Rama Duwaji a messaggi che celebravano l’invasione dei fondamentalisti, gli grida davanti alle telecamere: «Incolparci di genocidio è la più grande menzogna del secolo». Il sindaco di New York rispedisce le accuse al mittente: «Mente per coprire il genocidio». Sempre per i sostenitori della destra in patria, Netanyahu definisce i coloni violenti «una manciata di teppisti, al massimo 150», minimizza i loro raid contro i palestinesi: «Sradicano ulivi, tirano pietre, appiccano qualche incendio, parliamo al massimo di una o due vittime». In realtà l’Onu calcola che nei primi mesi di quest’anno almeno 23 palestinesi sono stati uccisi in assalti dei coloni. Chiama la Cisgiordania con il nome biblico di Giudea e Samaria.
È ai territori occupati che – in un videomessaggio registrato perché per la seconda volta gli americani non gli hanno concesso il visto di ingresso – il presidente Abu Mazen si riferiva denunciando un piano per «espellere i palestinesi dalla loro terra»: «È un momento di grande pericolo per il nostro popolo, la soluzione dei due Stati va salvata».