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 2026  settembre 25 Venerdì calendario

Usa, lo spread dei titoli si allarga a favore della Cina

Mentre ieri mattina Donald e Melania Trump accoglievano Xi Jinping e signora nel South Portico della Casa Bianca, Stati Uniti e Cina stavano già facendo segnare un record. Uno di più, fra gli altri. Mai prima nella Storia lo spread fra i loro titoli di Stato era arrivato a 351 punti base: a favore di Pechino, naturalmente. Il bond decennale della Repubblica popolare ieri rendeva l’1,67%, quello degli Stati Uniti continuava a registrare un aumento dei rendimenti fino al 5,18%.
Sulla base di una differenza del genere, se confermata nel tempo, il costo dell’indebitamento pubblico americano a lungo termine sarebbe di circa del 30% più alto di quello di Pechino. E poiché i titoli di Stato spesso sono la base per il tasso d’interesse su tutte le altre forme di indebitamento, ciò si applica al resto dell’economia. Non una differenza da poco, per due sistemi nei quali l’esposizione totale è all’astronomica cifra del 300% (per la Cina) e al 260% del prodotto lordo (per gli Stati Uniti).
Il confronto non è del tutto leale, naturalmente. La Cina tiene semichiuso il suo mercato dei capitali e il suo governo forza le banche commerciali a finanziare lo Stato. Negli Stati Uniti non succede. Eppure quel record nello spread sino-americano sembra solo la punta di un iceberg più vasto e minaccioso per tutte le economie avanzate. Niente infatti sembra riuscire a fermare la lunga scivolata dei bond americani, i cui rendimenti salgono quando il prezzo scende. Non ci riesce il segretario al Tesoro Scott Bessent, con il suo piano per rafforzare i riacquisti di titoli di Stato a lungo termine e creare così domanda per essi; né ci riesce per ora l’avvio di una stretta monetaria della Federal Reserve, per contenere un’inflazione che da cinque anni viaggia sopra gli obiettivi. Pesa di più in negativo la spinta al rialzo dei prezzi impressa dai rincari del petrolio (ieri il Brent a 107 dollari al barile), a causa del blocco di Hormuz senza soluzioni in vista. Ma pesa soprattutto un deficit pubblico americano regolarmente altissimo e l’esigenza del Tesoro di collocare titoli per circa diecimila miliardi di dollari l’anno, ora anche in concorrenza con l’enorme offerta di bond da parte dei colossi dell’intelligenza artificiale.
Questo cocktail di fattori allarga lo scarto con Pechino. Non che la Cina stia bene, alle prese com’è con un’economia sull’orlo della deflazione. Ma il continuo aumento del costo del debito americano, ormai una crisi larvata, inizia a generare contagio. Con gli strappi di questa settimana, ripetutisi ieri, il titolo decennale italiano ormai rende il 4,54% e quello francese sfiora il 4,7%: niente che renda facili le prossime manovre di bilancio né le prossime campagne elettorali, in entrambi in Paesi.