Il Messaggero, 24 settembre 2026
Il gender gap italiano nelle materie Stem si riflette sulle scienziate
Non sono bastati due Premi Nobel, uno in Fisica e uno in Chimica, per evitare di essere messa all’indice dopo aver iniziato una relazione con un uomo sposato. Una “straniera rovina-famiglie” veniva etichettata Marie Curie che, vedova di Pierre, ha avuto una storia d’amore con Paul Langevin, fisico coniugato con 4 figli. Non le è bastato diventare la prima donna a insegnare Fisica alla Sorbona di Parigi per far sì che la sua casa non fosse assaltata da chi la voleva punire per la liaison. L’Accademia francese delle Scienze, nel 1903, aveva candidato al Nobel per la Fisica solo il marito e Henri Becquerel. Poi, la minaccia di Pierre Curie di rifiutare il premio se non fosse stato dato anche alla moglie ha cambiato il corso della storia. Nel 1911, nonostante la bagarre sulla relazione amorosa, l’Accademia svedese attribuì il secondo Nobel alla scienziata ma, sensibile alle proteste dei colleghi francesi, la pregò di non andare a ritirare il Premio. Marie partì ugualmente: si presentò a Stoccolma e ricordò alla platea che mai nessuno prima, donna o uomo, aveva ottenuto due Nobel.
Nell’ottobre del 1957 l’ambasciatore della Svezia in Italia è andato a casa dei coniugi Filomena Nitti e Daniel Bovet a Roma, entrambi ricercatori e farmacologi, per comunicare ufficialmente il conferimento del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia al professore. Solo a lui, anche se le ricerche erano firmate da tutti e due.
Oggi, dopo più di cento anni dalle vicende Curie, in campo biomedico, ci troviamo davanti a questa situazione: 9 scienziate italiane su 10, pur avendo raggiunto i massimi livelli della ricerca con un alto numero di citazioni, sono state costrette ad affrontare diverse barriere nel percorso professionale legate al genere. Talento, lavori scientifici e il riconoscimento internazionale non sembrano essere sufficienti a garantire pari opportunità. Solo il 17% delle intervistate si è dichiarata soddisfatta della parità raggiunta e lo leggiamo in uno studio pubblicato sull’European Journal of Cancer Prevention, promosso dal Club Top Italian Women Scientists, sostenuto da Fondazione Onda ETS che rivela anche che il 37% ha pensato addirittura di abbandonare. Le partecipanti all’indagine hanno alle spalle, in media, 32 anni di carriera e lavorano prevalentemente nelle università e negli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere scientifico in settori come biologia, immunologia, genetica, oncologia, farmacologia, neuroscienze ed epidemiologia. A firmare il lavoro, tra gli altri, Adriana Albini, co-presidente del Club Top Italian Women Scientists di Fondazione Onda, scientific advisor della Direzione scientifica dell’Istituto europeo di Oncologia con Sonia Levi, co-presidente del Club TIWS (riunisce oltre cento scienziate italiane in campo biomedico) e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
«Il dato più significativo commenta Adriana Albini è che a raccontare questi ostacoli non sono donne rimaste ai margini della ricerca, ma scienziate che hanno raggiunto risultati importanti. Significa che il problema non riguarda le capacità ma il contesto nel quale devono costruire la propria carriera». Sono sempre i numeri che escono dall’indagine a disegnare la realtà: il 57% delle intervistate riferisce maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni di leadership, il 52% nella progressione di carriera e il 39% segnala stereotipi o pregiudizi nei confronti delle ricercatrici.
«Non è soltanto una questione di equità spiega Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS Una ricerca più inclusiva è una ricerca capace di integrare prospettive diverse, innovare e rispondere meglio ai bisogni di salute».
Dalle addette ai lavori, durante il convegno Il Valore della differenza: il ruolo delle donne nella sanità e nella ricerca, promosso dalla Società italiana di Diabetologia con la professoressa Mary Anna Verneri, ordinario di Scienze di Laboratorio alla Sapienza di Roma, dito puntato verso la diffusione e l’uso dell’intelligenza artificiale. “Il futuro potrebbe far segnare una regressione la sintesi dell’analisi emersa durante il simposio con i sistemi di intelligenze artificiale addestrati solo su modelli maschili. Si chiamano Sam Altman, Elon Musk e Mark Zuckerberg. Hanno in mano il presente e il futuro degli algoritmi. Sono tutti uomini”. I modelli predittivi per diagnosi e terapie, dunque, sono stati sviluppati su un insieme di dati prevalentemente maschili. Un algoritmo addestrato su coorti di uomini può portare a sottostimare il rischio nelle donne.
I piccoli passi che nelle università appaiono come grandi vittorie non vengono considerati dalle professoresse successi che possono soddisfare il mondo femminile. Perché 21 rettrici su 85, il 27% di professori ordinari donne e il 23% di quote rosa tra i primari, a loro avviso, non bastano per parlare di uguaglianza.
Quasi tutte le nomine, la maggior parte in tempi recenti, vantano un primato. Torino aspettava la sua prima rettrice da 621 anni, Padova da 800. La Sapienza, la più grande università d’Europa, fondata nel 1303 ha avuto la sua prima rettrice soltanto nel 2020. La Lombardia è per ora la regione più virtuosa: su 15 università, 7 sono a guida femminile. «Queste 21 donne con l’ermellino precisa la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società italiana di Diabetologia e prima donna a ricoprire questa carica nei 60 anni di vita della SID sono un promemoria di quanto tempo abbiamo perso. Basta scavare appena sotto la superficie per scoprire che solo il 27% dei professori ordinari italiani è donna. Nell’area clinica si scende al 23%. Stessa percentuale per i Direttori di Uoc, primarie ospedaliere».
Una ricercatrice brillante rallenta la carriera per la maternità e nel frattempo il collega accumula pubblicazioni, grant, relazioni congressuali. A 45 anni lui è ordinario e candidabile a primario. Lei no. Non per scarso merito, ma perché il sistema è calibrato su profili biografici maschili, di carriera lineare, senza interruzioni.