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 2026  settembre 24 Giovedì calendario

Grazie ad Agatha Christie i veleni non hanno segreti

Nel 1977, in Qatar, una bimba di neanche due anni si ammala senza motivo apparente. I medici sono disorientati, le condizioni peggiorano, i genitori la portano priva di sensi a Londra. A salvarla non è uno specialista, ma un’infermiera, Marsha Maitland, che riconosce il quadro clinico da un romanzo di Agatha Christie: è tallio, dice, e le analisi le danno ragione – la bambina guarisce. I medici pubblicano poi un articolo scientifico, ringraziando “la defunta Agatha Christie per le sue eccellenti e perspicaci descrizioni cliniche”. Comincia da qui A come arsenico. I veleni di Agatha Christie, il saggio della biochimica britannica Kathryn Harkup tradotto ora per Utet nell’anno del cinquantenario della morte di Christie: quattordici veleni, da aconito a veronal, con cui la regina del crimine ha spedito all’altro mondo i suoi personaggi. L’arsenico del titolo, nell’Ottocento, si mangia davvero: in Stiria, in Austria, se ne assumono piccole dosi per respirare meglio e avere la pelle chiara, conservandosi talmente bene da alimentare, una volta riesumati, leggende sui vampiri, dettaglio che la scrittrice riprende in Corpi al sole, dove una vedova sposa un mangiatore di arsenico e, siccome lui ne assume già regolarmente, le tracce di veleno nel suo corpo non bastano a incriminarla. Ne La domatrice, la vittima muore per un’overdose di digitale iniettata di nascosto: un veleno facile da reperire, letale in dosi minime, con sintomi che imitano la malattia cardiaca per cui viene prescritto, e Christie si ispirò stavolta a un caso vero, quello della casalinga Marie Alexandrine Becker che nel’32 cominciò a versare gocce di digitale nel tè di marito, amante, amiche e clienti del suo negozio, derubandole dopo la morte. Il tallio, protagonista di Un cavallo per la strega, è invece noto come “il veleno degli avvelenatori”: insapore, solubile nel tè, non lascia tracce, i primi sintomi imitano un’influenza e solo dopo settimane arriva il segno decisivo, l’alopecia. La competenza di Christie non è però un vezzo letterario, tutt’altro: durante la Prima guerra mondiale lavora infatti come infermiera volontaria a Torquay, poi passa al dispensario dell’ospedale, dove supera nel 1917 l’esame da assistente farmacista. Studia con un farmacista, Mr P., che le mostra come preparare le supposte sciogliendo burro di cacao e dosando il principio attivo. Convinta che l’uomo abbia sbagliato i calcoli, con una dose dieci volte superiore al dovuto, Agatha controlla di nascosto e, pur avendo ragione, non osa contestarlo, finge invece di inciampare, fa cadere le supposte, le pesta, si scusa e ne fa preparare una nuova partita, corretta. Mr P. rivive, decenni dopo, nel farmacista dello stesso romanzo, con un grumo di curaro in tasca – innocuo se ingerito, letale se iniettato in vena – per sentirsi potente, mentre dai turni al dispensario nasce l’idea del primo romanzo, Poirot a Styles Court, costruito sulla stricnina. Quando trova un editore, nel 1920, il Pharmaceutical Journal and Pharmacist nota che il romanzo “ha il raro merito di essere scritto correttamente”, e si chiede se l’autrice non abbia una formazione farmaceutica. Quella precisione si ritorce contro di lei nel 1971, quando Graham Young, avvelenatore seriale uscito dal manicomio di Broadmoor, uccide due colleghi con il tallio nel tè. Al processo il Daily Mail accosta il caso a Un cavallo per la strega, accusando Christie di aver fornito un manuale d’istruzioni. Young nega di averlo letto (da ragazzino comprava già veleni in farmacia fingendosi più grande) ma è proprio quella pagina a salvare due vite: oltre alla bambina del Qatar, nel 1975 una lettrice sudamericana scrive a Christie di aver riconosciuto l’avvelenamento lento a cui una giovane moglie stava sottoponendo il marito, e di essere riuscita a farlo curare in tempo. Harkup racconta tutto questo senza perdere di vista la trama dei romanzi, alternando la biografia chimica di ogni veleno – dose letale, sintomi, antidoto, casi giudiziari che hanno ispirato Christie – alla lettura dei gialli, da Giorno dei morti a Tragedia in tre atti. Delle armi da fuoco Christie non capisce niente, e lo ammette candidamente; dei veleni non sbaglia un dosaggio, e si costruisce una biblioteca medico-legale, consultando l’Extra Pharmacopoeia di William Martindale come un ricettario. Dietro l’understatement british di Miss Marple e la vanità di Poirot, conferma Harkup, c’è una scrittrice che il veleno lo sa maneggiare per davvero.